SERP Google: come funzionano le pagine dei risultati di ricerca

Le SERP sono le pagine dei risultati di ricerca di Google, cioè la lista dei siti che escono fuori quando facciamo una ricerca. Chiarito che non si tratta di SERPenti velenosi o di quella SERPe di mia suocera, cerchiamo di scoprire meglio a cosa servano e perchè sia così importante ottimizzarle in ambito SEO:

Tutto quello che bisogna conoscere sulle SERP di Google

I risultati di ricerca di Google sono da sempre oggetto di affascinanti teorie e di studi effettuati per carpirne i segreti: del resto è comprensibile, questa cosa interessa tutti, in fondo. Il massimo sarebbe riuscire a comprendere criteri usati da Google per costruire le SERP (cioè le pagine dei risultati di ricerca, Search Engine Results Pages), ma come vedremo in realtà non serve spingersi così a fondo, e – anzi – rischia di diventare uno sforzo inutile.

Tutto quello che c’è da sapere sui risultati di ricerca di Google è legato ad un’analisi coerente e puntuale di ciò che cercano gli utenti, di cosa si aspettano di trovare nelle pagine Web, e delle idee più innovative per risolvere i loro problemi,

Keyword research: la ricerca di parole chiave utili

Le pagine di ricerca di Google (SERP, cioè la lista di risultati che vengono mostrati per una certa ricerca) possono cambiare in base al tipo di ricerca che facciamo, e mostrarci cose diverse come pagine web, luoghi da visitare, offerte da comprare e così via. Per rispondere alla domanda “quali ricerche ottimizzare”, usualmente si effettua una keyword research.

In ambito SEO anche se non esiste una classificazione universalmente accettata, le principali classi di ricerche sono le seguenti. Si fa riferimento al termine query di ricerca per indicare la stringa di parole usate fare materialmente la ricerca.

  • Transazionali – sono le ricerche più interessanti, perché spesso riescono a finalizzare un acquisto. Per cui l’ideale in molti casi è creare delle pagine Web in grado di far vendere un prodotto un servizio da parte di chi stava cercando proprio quello. Esempio: migliori VPN
  • Informazionali – sono le ricerche tipiche di chi sta cercando informazione, ovvero si tratta delle serve piegate ai tutorial alle guide E a tutte le azioni relative a prodotti servizi passioni attività. Esempio: come installare WordPress
  • Di brand – si tratta delle ricerche più fatte per ottimizzare perché legate ad un brand. Il più delle volte Google tende a portarci, in queste ricerche, sui siti ufficiali dei marchi che si cercano. Esempio di ricerca di questo tipo: Facebook

Cosa comporta il fatto che un risultato sia in prima pagina?

Quando un risultato si trova in prima pagina significa che, dal “punto di vista” Google, quella pagina web o quella risorsa è massimamente coerente o pertinente rispetto alla ricerca, all’utente, al contesto, alle precedenti ricerche, alla posizione dell’utente (cioè se fa la ricerca da Roma, Cosenza o Milano) e così via. In genere i primi risultati di ricerca sono considerati ovviamente di maggior pregio dei successivi, e molti utenti tendono istintivamente a fidarsi degli stessi come se fossero sinonimo di qualità (in realtà non è così per forza, ndr). Esiste anche un caso particolare: la cosidddetta posizione zero, che avviene soltanto per alcune ricerche e per siti impostati adeguatamente.

Per saperne di più sul posizionamento su Google leggi questo articolo.

Che criteri usa Google per determinare il ranking?

In giro troverete varie risposte: backlink, ottimizzazione interna, rich snippets, snippet in primo piano, addirittura numero di condivisioni sui social, secondo alcuni. La verità è che nessuno di noi ne sa nulla, a riguardo, e che Google è da sempre (giustamente) molto “abbottonato” sull’argomento. Di conseguenza il meglio che si può fare è avere come riferimento una lista di fattori di posizionamento (ranking factor) con l’accortezza di prenderli sempre col beneficio del dubbio.

Non ci sono metodi sicuri al 100% per portare il tuo sito in prima pagina su Google – leggi anche la FAQ SEO, a riguardo.

Modi di dire: allevare una SERP in seno

Modo di dire per indicare chi faccia della SEO a chi può rappresentare un potenziale pericolo, ad esempio un nostro competitor diretto (scherzo, eh: è che ste guide SEO sono tutte uguali e sono davvero una palla, a volte)

Fondamenti sulle SERP

Da un punto di vista puramente legato all’apparenza I motori di ricerca funzionano così:

  1. Un utente apre la pagina del motore ad esempio Google.it;
  2. Effettua una ricerca nella casella adibita allo scopo;
  3. Gli vengono mostrati dei risultati di ricerca;
  4. Clicca sul risultato che ritiene più consono, e soddisfa il proprio obiettivo (ricerca, acquisto, ecc.);
  5. Diversamente, prova a fare una ricerca diversa e torna al punto 2.

Formalmente questa sequenza non è sbagliata, ovviamente, ma di per sè non considera alcuni aspetti cruciali.

Su questo è necessario fare una serie di precisazioni: tanto per cominciare, infatti, la ricerca dell’utente raramente è “secca”, nel senso che è improbabile (ho comunque non è scontato) che che l’utente non solo riesca a trovare quello che vuole al primo colpo, ma anche che riesca anche solo a scriverlo in modo corretto.Non è quindi discorso esclusivamente di quali siti vengono inseriti nelle SERP, ma anche del modo in cui gli utenti effettuano le ricerche: processo, quest’ultimo, formalizzato il più delle volte attraverso una opportuna keyword research.

Il fatto che l’utente possa non cercare nel modo corretto quello che vuole È una probabilità tutt’altro che remota: questo ovviamente non perché il nostro amato sia un incapace, ma perché il processo di ricerca sui motori risponde ad un meccanismo complesso (ed ignorato, assurdamente, da molti SEO) noto come sessione di ricerca. Una sessione di ricerca è in genere una sequenza di ricerche di termini e di click sui risultati reputati più interessanti, E fa quindi riferimento ad una sessione un po’ più ampia in cui lo schema a cinque punti visto qui sopra può essere alterato, ripetuto e formalizzato in modi leggermente diversi.

Quello che fa la differenza in SERP il più delle volte E il numero di clic e vengono effettuati sul nostro risultato di ricerca: in questi termini abbiamo che spesso conta di più quanti clic facciamo sul risultato E non tanto il numero (1, 2, 3, … su Google) in cui riusciamo a posizionarci. Il criterio di scelta del risultato migliore da parte dell’utente, del resto, non è necessariamente il primo della lista, come una forma di SEO piuttosto ossessivo-compulsiva tende a farci credere: semmai, più realisticamente, è quello ritenuto più pertinente per l’utente, in modo del tutto soggettivo.

Per convincersi di questa cosa basta considerare una ricerca informazionale molto comune come a esempio hotel a Milano, che restituisce se e risultati diversi in base al periodo dell’anno, alla posizione geografica, alle ricerche precedenti, alle aspettative dell’utente che farà clic sui risultati Sulla base di preconcetti cultura personale aspettative e molti altri aspetti decisamente poco prevedibili.

Le SERP vengono aggiornate periodicamente da Google

In genere i risultati di ricerca di Google vengono aggiornati con periodicità, sulla base di più fattori: Google tende a “pingare” i siti web per verificare che non ci siano aggiornamenti sulle pagine, e nel caso in cui ne rilevi vengono assimilati e “digeriti” dal motore. In certi settori, quindi, come quelli dei tutorial e delle guide, è un bene aggiornare molto spesso le proprie pagine, sfruttando l’update di Google noto come Caffeine che vede di buon occhio le modifiche e gli aggiornamenti migliorativi. In altri settore come l’ecommerce invece potrebbe non essere necessariamente così, anche perchè magari uno non ha necessità nè modo di aggiornare le pagine o arricchirle.

Tutto questo processo, ovviamente, possiede inoltre un’influenza diretta in termini di posizionamento, e cambia dinamicamente le SERP nel tempo: ciò può avvenire con frequenza molto rapida su parole chiave molto competitive, anche se tendenzialmente i risultati migliori tendono a stabilizzarsi col tempo.

Le SERP possono migliorare o peggiorare

Per quanto possa sembrare una banalità, i risultati di ricerca dal punto di vista del sito che stiamo usando possono migliorare o peggiorare. Tale comportamento non è prevedibile a priori, e alla meglio si possono fare delle stime approssimate a riguardo.

In genere la valutazione delle SERP viene effettuata su base giornaliera; non ha senso considerare intervalli di tempo più piccoli (ed è anche molto dispendioso come lavoro), in casi critici e/o molto competitivi può avere senso considerare il ranking su base settimanale.

Le SERP possono migliorare se… lavori bene lato SEO

Anche qui rischia di scivolare una banalità ma resta come fatto direi quasi scientifico il fatto che se si lavora bene lato SEO ed in modo coerente con la natura del sito da ottimizzare, seguendo una linea editoriale che sia valida per quel particolare sito I risultati di ricerca possono migliorare sensibilmente soprattutto nel medio-lungo periodo. Non è detto che tutte le modifiche siano migliorative, E molte delle stesse possono sembrare del tutto irrilevanti.

Non tutte le modifiche che si fanno si notano in tempo reale, ma alcune legate all’esempio all’uso dei rich-snippet possono mostrare eccellenti risultati in modo quasi istantaneo rispetto alla data in cui sono stati introdotti.

Le SERP sono influenzate dai… ranking factor (ma anche no)

I ranking factor sono i fattori SEO che tendono ad influenzare l’aspetto delle sarà ed il loro comportamento. Bisognerà distinguere tra fattori quantitativi (legati al tipo ed al numero di backlink esterni, all’utilizzo della tecnologia di schema HTML schema.org, cosiddetti rich snippets) e fattori qualitativi (come ad esempio il tipo di <title>, il contenuto della meta description, …). In genere trovo questa visione tanto intuitiva quanto sostanzialmente ingannevole per i principianti: se ci si lega a questo schematismo dei fattori di ranking come “manopole” SEO, infatti, si rischia di compiere meccanicamente attività senza alcun senso, come esempio inserire per forza parole chiave all’ interno del <title>, anche qualora la natura della pagina Web non lo richieda affatto.

In genere gli unici ranking factor che siano degni di attenzione sono quelli coerenti con la natura del sito: esistono quindi fattori utili per gli e-commerce (ad esempio essere citati da un quotidiano nazionale, oppure da una rivista di settore, oppure ancora fare uso di rich snippet per i prodotti), fattori utili per i blog (essere linkati da altri blogger, ecc.) e così via.

Le SERP possono peggiorare se… lavori male

Questa è un’altra verità che emerge chiaramente dopo anni di lavoro del settore: se lavori male Google ti ignora o ti castiga. Ecco perché le attività SEO non dovrebbero mai essere affidate a presunti professionisti O pseudo esperti del settore. Chiunque e in grado di affibbiarsi l’etichetta di SEO specialist, ma sono davvero pochi quelli in grado di dare un miglioramento concreto alla SERP di interesse per la tua azienda.

7 miti da sfatare sulla SEO nel settore adult

Salve, signori della SEO: quest’oggi parleremo di un argomento di quelli che la vostra mamma non dovrebbe mai leggere. Parleremo di come fare SEO a livelli accettabili sui siti per adulti, e di quali siano i principali miti di settore da sfatare.

Usare i server all’estero non è una buona idea

Nascondersi all’estero non sarà per forza una cosa che vi preserverà da eventuali problemi a lungo periodo: se una cosa non va bene su internet, può essere oscurata comunque via DNS – e se hostate il vostro sito all’estero potreste avere più complicazioni che altro. Trovate nel web molte liste di hosting che accettano adult (una un po’ vecchiotta ma ancora valida è questa, ad esempio), per cui basatevi su quella e sull’idea di business.

So anche che dal punto di vista legale e diritto d’autore la normativa italiana è controversa e dubbia, per cui: informatevi bene prima di far partire il vostro progetto.

Il problema principale è posizionare i contenuti

A parte trovare i contenuti che costa abbastanza e non è nemmeno agevole farlo, c’è la possibilità che abbiate molti video e foto da posizionare su Google senza riuscire a farvi notare: questo perchè il settore è saturo, per cui è indispensabile capire cosa faccia la differenza ed analizzare pazientemente le SERP messe meglio. Cosa tutt’altro che facile, visto che cambiano parecchio giorno dopo giorno.

Non si lavora per forza di spam

Che nell’adult si debba per forza spammare sembra la regola: lo fanno tutti, per cui bisognerà adeguarsi e prendersi i rischi del caso, usando tecniche black hat ammesso che non facciano danni. Ovviamente questo è vero solo in parte, in alcuni settori, visto il proliferare di nicchie di mercato incentrate sulla verticalità, ad esempio siti porno su un certo sottogenere – che sono anche quelli relativamente più facili da posizionare di quelli generalisti come, ad esempio, i tube porno gratuiti come questo.

Gli scambi di link si fanno ancora

Da quello che ho potuto constatare analizzando vari siti con Semrush e SEOZoom, la link building per siti porno si basa moltissimo sullo scambio di link, nonostante sia una pratica sconsigliata da Google da sempre: questo è tipico del settore e corrisponde ad accordi commerciali di scambio di traffico, tant’è che questi link sono tipicamente nel footer, nei widget (quindi si diffondono ovunque sulle pagine: link cosiddetti sitewide) e via dicendo. Lo scambio, per quanto funzionale a livello di click (se visito siti porno, per intenderci, passo naturalmente da uno all’altro anche cliccando su banner e link di testo) presuppone un discreto fattore di rischio penalità, ovviamente, soprattutto nel caso in cui l’attributo nofollow venisse trascurato.

Non è agevole fare guest post

Questo avviene per ovvie ragioni: a parte l’imbarazzo che un link builder potrebbe legittimamente provare in tal senso, linkare un sito porno con un articolo è una cosa che non è facile da proporre, da impostare e da trattare come argomento; in molti casi, basta pagare per ottenere link da qualsiasi parte, tant’è che mi è capitato più volte di trovare siti su Google News che facevano questa pratica.

La cosa essenziale rimane la regola di sempre: contestualizzare il link e trovare sempre delle “scuse” accettabili per linkare. Ed abbandonare le inibizioni per un attimo: in fondo, si tratta comunque di un lavoro.

I siti adult impiegano più tempo a posizionarsi di altri settori

Il settore è molto competitivo, ed i siti in prima pagina possono cambiare da un giorno all’altro, senza preavviso; per questo a mio modo di vedere la costruzione di link e l’ottimizzazione onpage debbono procedere con grande cautela ed accortezza. Il tempo ci vorrà e sarà anche necessario stare dietro agli aggiornamenti del sito, impostare una strategia editoriale accettabile e così via.

I backlink sono difficili da trovare in forma permanente

Se cercate link permanenti nella SEO adult di oggi, difficilmente ne troverete: quasi tutti spazzano via i link da siti porno senza preavviso, per cui bisogna stare dietro alla cosa e cercare di compensare i link persi con altri, sempre nuovi, e se possibile da domini differenti.

Snippet in primo piano su Google: come si ottiene la “posizione zero”

Introduzione

Hai cercato per tutto il web e non sei riuscito a capire un emerito su questo argomento. Non ti preoccupare: qui troverai la risposta giusta e riuscirai finalmente a capire cosa siano questi benedetti snippet in primo piano. Sì, sono quelli che appaiono come primissimo risultato per certe ricerche, e che ti mettono al top del top su Google: non c’è nessun SEO della concorrenza che possa toglierti da lì, salvo tu faccia davvero schifo con il tuo sito o sia un po’ sfigato – e in questo caso non potresti comunque farci nulla. Per cui sorridi, in ogni caso: mettiti comodo in poltrona e leggi con attenzione quello che ho scritto – la soluzione è giusto qui sotto!

(sì, ultimamente mi piacciono gli incipit alla Aranzulla – anche se probabilmente lui non avrebbe mai usato certe parole.)

Cosa sono i featured snippet

Per capire un po’ meglio cosa siano gli snippet di questo tipo, bisogna considerare ciò che dice Google a riguardo (fonte):

  1. il risultato zero viene estratto programmaticamente dal testo della pagina web, quindi ci si aspetta che sia delimitato e ben riconoscibile (ad esempio in un paragrafo a sè stante, oppure utilizzando un paragrafo ed una lista puntata o numerata).
  2. viene abilitato per le ricerche che corrispondano più chiaramente a domande;
  3. lo snippet non è necessario che riporti verità assolute o il Vangelo secondo qualcuno, bensì – secondo Google, eh – un punto di vista chiaro ed inequivocabile di quel sito;
  4. la feature potrebbe subire modifiche in futuro, o essere comunque alterata o rimossa.
  5. cliccando su “Fornisci feedback” in basso a destra qualsiasi utente può segnalare eventuali snippet impropri o poco comprensibili.

Quali siti possono ottenere il featured snippet?

Apparentemente tutti, non ci sono limitazioni effettive.

Sono ovviamente preferiti, e più probabili allo snippet in “posizione zero”:

  • i blog molto curati, soprattutto se sanno approfondire e pubblicare post evergreen (cioè post diversi da notizie, che durino sempre nel tempo e mantengano la propria validità);
  • i siti di tutorial e guide, cioè idealmente quelli modello Aranzulla: è molto frequente che questi siti diano risposte utili e concise (come vedremo tra un attimo) alle domande (o ricerche) degli utenti;
  • i giornali online, per quanto sia un caso particolare e di solito non sia banalissimo ottenerne uno; anche qui, l’approfondimento di un topic e la capacità di sintetizzare le risposte la faranno da padrone.

Cos’è la posizione zero

La posizione zero, detta anche featured snippet, risultato zero o snippet in primo piano snippet nella ricerca, secondo Google è un risultato di ricerca che si pone al di sopra di tutti gli altri, quindi come unico risultato in evidenza nell’above the fold (cioè la sezione della finestra visibile senza scorrere verso il basso)

Quando un utente o un’utentessa di Google pone la propria (intelligentissima, il più delle volte) domanda dentro Google, la risposta restituita potrebbe – a determinate condizioni – essere mostrata in un riquadro speciale di snippet in primo piano.

Attenzione: solo Google sa a chi e per quale ragione concedere questo onore. Per cui a noi poveri (in ogni senso) SEO non rimane che provare a dare l’ennesima sistemata ai nostri siti, e vedere se eventualmente riusciamo a conquistare la posizione zero con qualche piccolo accorgimento sul testo e sul markup HTML.

Esempio di featured snippet italiano

Per capire bene di cosa parliamo, provate a cercare ad esempio “cos’è una mappa catastale“: almeno ad oggi, dovreste vedere una cosa del genere, con lo snippet in primo piano bene in vista.

 

Come ottenere lo snippet in primo piano

Non ci sono regole precise per ottenerlo: da un punto di vista di copy, sembra che le definizioni concise di un qualcosa funzionino alla grande. Fossi in loro, per inciso, proverei una decina di definizioni test e le infilerei in un blog, anche per capire quali siano viste e quali no: in caso di successo, le visite sono assicurate – immagino tassi di click se non prossimi al 100%, quasi – ovviamente poi dipende: se la vostra pagina fa schifo, oggi avrete lo snippet e domani, magari, lo perderete per sempre.

Il trucco per quello che sono riuscito a capire, visto che qualcuno l’ho beccato su qualche sito ottimizzato in passato, è legato:

  1. a quanto sia concisa e calzante la definizione;
  2. all’uso corretto di tag paragrafo (<p>) in cui inserire definizione e titolo (<h2>,<p>);
  3. alla scelta corretta della query da ottimizzare per la posizione zero (funziona per le richieste tipo “cos’è X”, di norma)
  4. ad una discreta dose di fortuna (che quella aiuta sempre, nella vita).

Come verificare di aver ottenuto lo snippet

La verifica può avvenire mediante una semplice ricerca tra quelle piazzate in prima posizione secondo la Search Console, anche se al momento questo strumento non segnala l’evenienza della cosa. Basta in generare cercare qualcosa su Google, e verificare che sia effettivamente attivo come risultato zero.

Sembra banale, ma è così: per verificare se avete ottenuto uno snippet per la ricerca “cos’è la seduzione“, non vi resta che provare a cercare su Google “cos’è la seduzione” e verificare di essere al vostro posto (al momento trovate una definizione da dizionario, per cui non vi illudete, vecchi lupi di mare o Casanova.

Suggerimenti per ottimizzare on-page la tua pagina per gli snippet

Se andiamo ad analizzare la struttura HTML del sito che ha ottenuto il posizionamento, troviamo una cosa del genere in corrispondenza del testo evidenziato: apparentemente l’HTML, ben formato (nel senso che ci sono tag di apertura e chiusura ben innestati e basta), presenta un semplice paragrafo <p> preceduto nello specifico da uno in cui è presente approssimativamente la query di ricerca “cos’è un (estratto estratto di) mappa catastale”.

In prima approssimazione, quindi (regole orientative non rigide, da prendere con le pinze):

  1. bisogna inserire una domanda frequente (cos’è X, come funziona Y, ecc.) in un <p></p> o in un heading (<h2></h2>, ad esempio)
  2. bisogna inserire una risposta o definizione secca in un altro blocco <p></p>;
  3. title e meta description sembrerebbero ininfluenti in tal senso (il title c’è ma è diverso, mentre la meta description era del tutto assente, quando ho fatto il check)
  4. la risposta non deve essere troppo lunga perchè, comunque, il numero di parole visualizzate nello snippet è comunque limitato per esigenze grafiche;
  5. mi sembra anche plausibile che nella definizione non debbano esserci contenuti commerciali di alcun genere, come link a siti partner, link venduti o banner pubblicitari (secondo me, ovviamente); se vedete, si tratta di semplice testo conciso e funzionale;
  6. la creazione dello snippet non è forzabile in alcun modo: dalle mie parti si direbbe “cce vo culu” (bisogna essere fortunati, ndr)

Ho visto altri featured snippet che presentavano un paragrafo con una lista <ul>, <li> oppure <ol>, <li> all’interno, ma questo della lista non sembra essere un requisito obbligatorio. Se mettete la lista, potrebbe essere vista nel risultato zero – in questo modo occupate anche più spazio nella SERP, tra l’altro.

Come evitare gli snippet in primo piano

Come spesso accade per Google, non è nota la procedura per fare direttamente qualcosa di ambìto (come posizionare un sito in prima pagina, tanto per fare un esempio casuale), ma è possibile fare in modo che lo snippet NON venga attivato.

Per evitare questa possibilità (anche se non riesco ad immaginare per quale motivo farlo sinceramente), basta inserire il testo da non “snippare” nel tag <meta name="googlebot" content="nosnippet">

Quattro domande a cui la SEO non potrà mai rispondere

A volte nella SEO, al di là delle singole strategie e delle tecniche utilizzate, si pongono semplicemente le domande sbagliate. Questo alla lunga è un problema serio, perchè illude il committente di aver fatto la scelta giusta, tendendo a sprecare il suo tempo (ed il suo budget) in attività SEO del tutto inutili.

Ma quali sono le domande che non bisognerebbe mai fare alla SEO? Si sono fatti, e si faranno, addirittura eventi a pagamento su questi temi: ma, secondo me, la risposta non sarà mai soddisfacente o non potrà affatto essere data. Chiedere alla SEO determinate cose è un po’ come aspettarsi che una moto possa farci il caffè – per quanto con la moto, con qualche giro di parole, può essere comunque usata per arrivare ad un bar.

Vediamo quali sono le domande più inutili da fare alla SEO, perchè questo ci aiuterà a capire meglio come muoversi nel settore.

Google-dance: risultati di ricerca instabili

Se i risultati di ricerca in SERP sono instabili, tendono a farvi salire e a farvi scendere improvvisamente e senza una logica, ci sono due possibilità: la prima, secondo me più probabile, è che il vostro settore sia più competitivo di quanto pensiate. Non conviene ostinarsi ad ottimizzare quella singola keyword, a quel punto: tanto vale variarla e rifare l’analisi delle chiavi più convenienti. La seconda possibilità è che stiate comunque lavorando bene, ma che sia necessario aspettare l’effetto della vostra campagna SEO.

Soluzione possibile: continuare ad ottimizzare il sito per gli utenti, pensando alle loro esigenze, alle parole che usano per cercare ed alle risposte che, in qualche modo, si aspettano. Aggiungere altri backlink di “rinforzo”, ripensare meglio i contenuti in funzione degli utenti del sito. Non ragionare le pagine troppo sui motori di ricerca. Utilizzare le keyword che usano gli utenti (es. Google Trends, Google suggest) non quelle che piacciono a noi, al cliente o che “suonano bene”.

Cercare la keyword density “perfetta”

Non c’è nulla da fare in questi casi: la keyword density è inderogabilmente una cavolata, e fa solo perdere tempo lavorarci o inventarsi percentuali ottimali da raggiungere (quella del 3-4% è una delle più inossidabili, ma sempre una stronzata rimane). Quindi, come dico sempre ai corsi che mi capita di fare dal vivo e come ho scritto fino alla sfinimento su questo blog: non c’entra nulla la keyword density, è un parametro troppo elementare da ottimizzare e se bastasse aumentare il numero di parole chiave nella pagina prima o poi chiunque riuscirebbe ad andare in prima pagina. I fatti dicono che non tutti ci riescono, per cui l’approccio è semplicistico e porta fuori strada.

Soluzione possibile: ripensate i vostri contenuti affidandovi ad un copywriter che conosca e sia soprattutto ben documentato sull’argomento di cui scrive.

Pagine che non convertono

Se le pagine si posizionano bene ma non convertono, ovviamente è un problema in termini di rientro dell’investimento fatto (ROI): ma in questi casi non è un problema di come hai fatto la SEO, ma di come l’hai gestita fino a quel punto a livello di web marketing. Se un sito non vende, in molti casi di mia conoscenza, potrebbero esserci problemi tecnici nascosti che impediscono all’utente di finalizzare l’acquisto – ad esempio certificati assenti o HTTPS mal configurato, carrello poco intuitivo, sito impostato in modo caotico, troppe scelte per l’utente che non sa dove cliccare e così via.

Soluzione possibile: ideare una strategia di web marketing a prescindere dalla SEO tecnica. Rivedere il funnel e l’intero processo di conversione, anche dai dati di Google Analytics.

Concorrenza troppo forte

Se non riuscite a posizionarvi su una singola chiave di ricerca, c’è il rischio di “affezionarsi” alla stessa – il che non è per forza una buona idea: ogni strategia deve essere adattativa e flessibile al massimo. Quello che conta è portare visite utili al sito, per cui: se non riuscite a posizionarvi per una chiave di ricerca X, trovate una chiave di ricerca Y che sia alternativa e per cui ci sia meno concorrenza.

Soluzione possibile: cambiare le keyword o rifare completamente la keyword research per quel sito

Il mio sito non appare su Googleit: piangi (oppure leggi qui)

Se il tuo sito non viene indicizzato o non è visibile su Google, leggi quello che segue e potrai chiarirti le idee. Uno dei comportamenti più difficili da affrontare in ambito SEO, infatti,  riguarda il caso in cui il nostro sito non appare per nulla o viene ignorato dai motori di ricerca. Proviamo a capire anzitutto se si tratta di un problema di indicizzazione oppure di posizionamento.

Problema di indicizzazione. Nel primo caso, la pagina non sarà visibile per nulla, cioè se la pagina che non è indicizzata fosse ad esempio

https://salvatorecapolupo.it/pagina-che-non-se-trova.html

cercando su Google l’URL tra virgolette non troveremo nulla:

In questo caso bisogna attendere che il crawler di Google faccia il proprio lavoro oppure, al limite, forzare l’indicizzazione della pagina.

Problema di posizionamento. Nel secondo caso, invece, il test precedente restituisce una pagina – per cui siamo presenti nell’indice di Google – ma il problema è il ranking che è scarso o non all’altezza delle aspettative. Qui è invece necessario un lavoro specializzato SEO e, con buona probabilità, anche di link building – vedi anche Come diventare primi su Google.

In questi casi, comunque, è difficile capire con certezza da cosa dipenda, ma le casistiche più comuni sono in effetti le seguenti:

  1. il sito non appare per alcune ricerche per cui si sta ottimizzando;
  2. il sito non appare su Google per nessuna ricerca (esempio: cercando il nome della home page)

Non è agevole determinare con certezza cosa possa causare un determinato comportamento, specialmente se non avete notifiche da parte di Google, per cui il responso sul vostro sito andrebbe emesso sulla base di un mix di esperienza ed analisi mirata.

Se avete problemi di visibilità su Google, comunque, non si tratta necessariamente di una penalizzazione, per quanto gli indizi possano convergere, a seconda delle circostanze, in questa direzione.

Ammettiamo che la chiave di ricerca sia X, tanto per fare un esempio, e che il sito sia ABC.it: il primo check da fare è verificare che compaia qualcosa nella ricerca locale del sito, quindi cerchiamo su Google ad esempio

X site:ABC.it

Se esce almeno un risultato, il primo di questi è solitamente quello “candidato” ad arrivare nella SERP per la ricerca di X. Se non esce nulla, invece, è probabile che:

  1. il sito non sia indicizzato perchè molto giovane (leggi: come indicizzare un sito);
  2. il sito non sia visibile su Google perchè ci sono competitor molto forti (in questo caso siamo solo surclassati dagli altri, ma non siamo penalizzati);
  3. il sito sia stato penalizzato a seguito di comportamenti scorretti, o non in linea con le indicazioni per webmaster di Google.

Analizzare il passato del nostro sito, quindi, diventa indispensabile per capire come comportarsi. Ci sono situazioni in cui la soluzione è più semplice di quello che si possa pensare, del tipo: se non apparite per la ricerca di X nel sito ABC.it, è opportuno verificare che nel sito ABC.it sia presente da qualche parte… la stringa X :-).

Nel secondo caso, la situazione è più “drammatica”: il nostro sito non compare su nessuna ricerca, neanche cercando il nome del sito:

ABC.it

Se da una ricerca del genere non esce fuori nulla, è molto probabile che il sito non sia stato indicizzato (ad esempio per un sito giovane, in presenza di attributi NOINDEX, NOFOLLOW scorretti) oppure che, come nel caso precedente, sia stato indicizzato. Ci sono casi che ho affrontato in cui, ad esempio, il dominio pagava lo scotto di penalizzazioni precedenti (precedenti SEO senza scrupoli, o webmaster non troppo esperti), di cui spesso il proprietario attuale non poteva sapere nulla, come ho raccontato quando ho comprato un dominio con molti backlink ed una certa anzianità (ne parlo nel post Domini che generano traffico “da soli”, una prova che smentisce parecchia mitologia).

Ci sono molti altri casi intermedi che possono capitare su un sito, e non è agevole discuterne in maniera approfondita in un post. Ad ogni modo, prima di arrivare a conclusioni affrettate, è bene controllare che non ci siano notifiche di penalizzazioni manuali su Google (se ci sono, le trovate nella Search Console), ed eventualmente analizzare tutti i backlink in ingresso e valutare se non sia il caso di effettuare un disavow dei link sospetti.

Google non prende per forza il valore del title che vuoi tu: ecco perchè

Secondo un diffuso modo di procedere nella SEO, si tende ad apportare spesso delle modifiche al campo <title> di una pagina, il più delle volte mediante plugin SEO (Yoast ad esempio) oppure direttamente dal backend editor del CMS che stiamo utilizzando: sappiamo che il title quasi sempre coincide con il campo titolo della pagina. Sappiamo anche che ci sono alcune “regolette” per provare a migliorare il posizionamento, a volte semplicemente cambiando un po’ il title o inserendo una parola chiave utile: tutte cose sacrosante (e di cui non abusare) che vale la pena sperimentare e capire un po’ meglio. Tuttavia c’è un problema che in pochi considerano, secondo me: Google non vede il cambiamento del title come una “regola” vera e propria. Non è detto, insomma, che se vedo una cosa del genere tra i risultati di ricerca:

il title della pagina sia per forza:

<title> Perchè il bold non serve ad ottimizzare – Capolooper.it </title>

e questo una serie di valide ragioni ed aspetti, osservabili sperimentalmente.

 

Google impiega del tempo a scansionare la pagina

Se facciamo una modifica, anzitutto, non è detto che Google la rilevi in tempo reale: se non avete fretta, aspettate pure qualche giorno e poi verificate che abbia preso le modifiche: se andate di fretta, sottoponete la pagina con il title modificato al tool di scansione. Prima regola da tenere in conto, quindi, è il tempo impiegato da crawler per ripassare sulla pagina modificata.

Google potrebbe aggiungere il nome del sito

Questa è una cosa che Google fa in molti casi, anche quando nel title non è presente il nome del brand o del sito; in molti casi, lo aggiunge e basta. C’è poco da fare in questi casi, e questo ha rafforzato una sensazione che ho da molti anni, ormai, che purtroppo è difficile da verificare con certezza ma che sembra se non altro ragionevole. Quindi un title come:

“Pippi Pappo Leader nel settore”

potrebbe diventare (senza la nostra volontà):

“Pippi Pappo Leader nel settore – pippipappo.it

Il title dipende anche dalla ricerca che fate

Questa è una cosa incredibilmente sottovalutata da chi usa Google o da chi si spaccia per SEO esperto, questa qui: ma il title sembra dipendere anche dalla ricerca che fate. Non è che Google fissi un title in modo monolitico e lo adatti come risultato di ricerca ovunque, insomma. Prova ne sia il fatto che molte pagine web possono essere indicizzate più volte con title diversi l’uno dall’altro, proprio perchè è perfettamente plausibile che su una pagina arrivi traffico da qualsiasi ricerca e da tutte le varianti della coda lunga, ad esempio.

Google si potrebbe basare sulle anchor text dei backlink al sito per dedurre il title

È chiaro, in sostanza, che il title può essere coincidente con quello che vediamo nei risultati di ricerca, ovviamente; ma questo non vuol dire che avvenga sempre e con certezza assoluta. In molti casi Google potrebbe ricavare il title più adatto anche dai backlink che puntano alla pagina, motivo per cercare di scriverli sempre con cura quando fate link building. Poi, altro aspetto fondamentale, se Google aggiunge il nome del sito potrebbe dipendere anche dal gran numero di anchor text brand che puntano al sito (faccio solo ipotesi speculative, prendetemi con le pinze).

Ci sono anche ulteriori fattori che potrebbero infuenzare i title che non “comandano” in SERP: differenze tra versione scansionata ed indicizzata, tentativi eccessivamente manipolativi, problemi di parsing nel title (tipico nel caso in cui, ad esempio, vediamo bene un title nel sito e lo vediamo male in SERP: Screaming Frog può aiutare, in queste situazioni).

 

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Non abbiamo capito niente di article marketing

È possibile fare decentemente article marketing senza farsi prendere a pesci in faccia? È una domanda che mi pongo da quando ho iniziato ad occuparmi di SEO, e devo riconoscere che nella prima fase del mio lavoro, durante i primi esperimenti, ho probabilmente abusato di questa tecnica.

Cosa che peraltro vedevo fare un po’ a tutti, per cui non mi sono mai posto troppi scrupoli a fare uso di article marketing. Cosa che, per inciso, facevano un po’ tutti e tendono ancora oggi a fare tutti, presi dal ragionare sulla falsariga de:

  • inserisco un link al mio sito con la parola chiave in questione;
  • inserisco un link al mio sito con la parola chiave in questione;
  • piango perchè Google mi ha penalizzato / il maestro mi ha scoperto.

Troppo semplicistico ragionare così, al limite del dilettantismo da bar.

Dove trovare buoni siti per fare article marketing? La cosa peggiore da fare, almeno attualmente, è usare Google per cercarli, perchè sono SERP molto spammate e non è raro beccato siti di scarsa qualità in semplice ricerca di traffico. Per cui meglio basarsi su risorse statiche: una delle migliori si trova indubbiamente sul portale di Taverniti:
http://liste.giorgiotave.it/article-marketing
Moltissimi URL sono validi per inserire i vostri articoli a scopo SEO, non tutti sono della stessa qualità e (per inciso, se qualcuno dello staff mi leggesse) la lista andrebbe aggiornata, visto che alcuni URL non sono più attivi o riguardano siti di natura differente.

Si tratta comunque di una delle migliori liste del settore, quasi il DMOZ dell’article marketing che, a proposito, trovate qui:
http://www.dmoz.org/World/Italiano/Notizie/Agenzie/Comunicati_Stampa
Adesso tocca a voi: le risorse ci sono, sta solo al SEO chiamato in causa utilizzarle al meglio. Non sarà semplice, soprattutto perchè ogni sito ha le sue linee editoriali e non sempre sono facilissime da rispettare, ma voi potete prepararvi fin dall’inizio:

  1. un logo del vostro sito in multi-formato (PNG/JPG) e multi-dimensione (120×90, 120×100 sono i format più diffusi);
  2. un file in cui avrete fatto brainstorming, eventualmente col cliente, degli argomenti da trattare.

Per evitare penalizzazioni, è a mio avviso obbligatorio evitare di linkare parole chiave, e limitarsi a farlo sul nome del sito o su parole casuali: tecnica safe in molti anni di attività SEO, che mi sento di consigliare a chiunque salvo casi particolari.

Come cercare su Google (con esempi)

Come si fa a cercare una cosa specifica su Google? Una guida per fare le ricerche su Google non poteva che trovare spazio, del resto, in un blog SEO; capire come cercano e cosa potrebbero cercare gli utenti è uno dei modi migliori per attuare in seguito le nostre strategie di previsione, pianificazione e ottimizzazione dei motori.

Uso base di Google

Per cercare una parola singola, ma questo dovremmo saperlo un po’ tutti, basta digitarla e cliccare sul tasto Cerca con Google. Se avete una connessione veloce, i risultati appariranno in automatico. Se state cercando qualcosa, in genere è opportuno essere più specifici possibile: le ricerche specifiche (o della cosiddetta “coda lunga”) sono da sempre quelle più efficaci e più probabilmente risponderanno alla vostra richiesta. Google, ad ogni modo, è sempre più in grado di “intuire” le nostre intenzioni, e riuscirà a “capire” (dopo un po’ di ricerche e se rimanete loggati su Gmail, soprattutto) cosa stavate cercando. Sì, anche se cercate genericamente “occhiali” o “auto usate“.

Per cercare una definizione, basta cercare la parola singola e comparirà in automatico come primo risultato (vale solo per alcune parole). Se non funziona, invece di cercare parola cercate define:parola. In pratica, usate l’operatore define: (vedremo tutti gli altri operatori in seguito).

Ricerca esatta

Per cercare una corrispondenza esatta di una frase, scrivete il tutto tra virgolette o doppi apici “, ad esempio:

“nel mezzo del cammin di nostra vita”

ovvero l’incipit della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Ricerca approssimata

Al contrario della ricerca precedente, questa vi permette di cercare usando * come carattere jolly; sembra una cosa poco interessante ma è utile, ad esempio, se non ricordate pezzi esatti di frase e ne volete ricordare uno specifico.

“nel mezzo * vita”

Noterete come usciranno, quasi certamente, risultati diversi e non per forza correlati a Dante Alighieri.

Cercare un file

Per cercare solo file pdf, ad esempio, basta scrivere filename:pdf; questo tipo di ricerca da sola non serve a granchè, pero’ può essere utile se la combinate con una qualsiasi delle ricerche precedenti. Un po’ di esempi chiariranno meglio cosa intendo.

  • “nel mezzo del cammin” filename:pdf -> PDF della Divina Commedia
  • filename:doc SEO -> file Office su argomento SEO

Uso degli operatori di ricerca

Il nostro utilizzo di Google può essere ancora migliorato se abbiamo presente i cosiddetti “operatori di ricerca”, che sono molto utili per tirare fuori informazioni inedite dal motore e scoprire a volte autentiche chicche del web. Andiamo, quindi, a vedere di che si tratta all’interno di questa micro-guida non ufficiale agli operatori di Google. Non ho considerato, volutamente, operatori secondari come related: in quanto, secondo me, non sono così utili come potrebbero sembrare e nella mia esperienza, nel mercato italiano, non servono a molto.

La ricerca ordinaria, come saprete, è quella che facciamo elencando uno o più termini oppure una frase:
parola

termine che mi piace


Fin qui nulla di strano; la corrispondenza del termine nella pagina web, poi, può essere anche esatta, specie nel caso in cui si stiano cercando blocchi di testo specifici (ad esempio per tracciare link malevoli):
parola 1 “esattamente questa corrispondenza”
Per quanto possa sembrare strano farne uso, l’operatore – (meno) serve ad escludere un termine da un risultato di ricerca, il più delle volte allo scopo di affinarla meglio:
apple -frutta

Cercare in un sito (ma non solo): l’operatore site:

L’operatore site: permette di visionare tutte le pagine indicizzate del sito passato come argomento. Si cerca con la sintassi:
site:nomesito.it [chiave]
dove il termini di ricerca [chiave] può mancare e corrisponde, in generale, alla ricerca di un eventuale termine all’interno del sito in questione.

Si può usare quindi sia in forma generale:
site:nomesito.it
oppure per una specifica:
site:nomesito.it chiave
oppure, ancora:
site:nomesito.it “chiave di ricerca”
per effettuare la ricerca esatta o anche:
site:nomesito.it trova “questo precisamente” -“ma non questo”
che cercherà nel sito nomesito.it la corrispondenza di trova, “questo precisamente” ad esclusione della frase ma non questo.

L’operatore in questione permette, inoltre, di cercare blog in WordPress hosted:
site:wordpress.com chiave
e ricerche ristrette ad estensioni di dominio (ad esempio solo siti .it):
site:*.it chiave

link:, l’operatore che stai usando in modo sbagliato

Esiste una pessima mitologia su questo operatore, che si ritiene erroneamente fornisca i backlink verso un sito qualsiasi: in realtà questa informazione è nota solo ai proprietari dei siti, fornisce un sottoinsieme casuale di backlink, proprio per evitare che i competitor possano profilare i link in ingresso (e confermandone indirettamente, così facendo, l’importanza in termini di ranking).

Per capirci meglio, l’operatore preleva solo alcuni (eventualmente nessuno!) dei link in ingresso ad un sito, e se ci fate caso vedrete che restituisce risultati diversi in momenti diversi.

In certi casi, infatti, link:nomesito.it può non restituire nulla, ma questo non vuol dire che non ci siano link in ingresso alla pagina: significa che solo chi possieda accesso alla Search Console può vedere questa informazione.

Il seguente video di Matt Cutts chiarisce, come forse saprete, la maggiorparte della mitologia sbagliata in merito.

L’operatore “escludi dai risultati”

Google permette di escludere dai risultati di ricerca ciò che, a priori, desideriamo non visualizzare, filtrando quindi i risultati che non ci interessano.

L’esempio tipico in ambito SEO è il seguente:
“nomesito.it” -site:nomesito.it
che permette di visionare tutti i riferimenti a nomesito.it ad esclusione di quelli presenti all’interno del sito stesso (è un sottoinsieme, per quanto molto ristretto, dei backlink al sito). Si tratta, in sostanza, di una tecnica per visualizzare un sottoinsieme significativo di citazioni del nome del sito esterne al sito stesso, il che corrisponde (con una certa probabilità) ad un sottoinsieme di backlink. Per sbirciare i siti della concorrenza e vedere i backlink “brandizzati”, a volte, non è male

Operatore cache:

Permette di visualizzare la copia cache di una qualsiasi pagina o sito web, quantomeno quella che risulta a Google:
cache:trovalost.it
Personalmente, per effettuare cache di pagine web preferisco servizi come archive.org o archive.is.

Operatori non documentati: inurl, inanchor

Si tratta di operatori su cui Google non fornisce documentazione ufficiale, ed il cui funzionamento è spiegato da fonti non ufficiali (leggasi: da prendere con le pinze). Ad ogni modo possono fornire risultati interessanti specie in fase di ricerca, analisi ed ottimizzazione in ambito SEO, ad esempio:

inurl:qualcosa

restituisce risultati con qualcosa all’interno dell’URL, tipo miosito.it/qualcosa123/pagina.html.

Al tempo stesso:

inanchor:chiave

restituisce risultati di ricerca con anchor text “chiave” che puntino al sito, e si noti come la ricerca di “chiave” offra spesso risultati molto simili a quella di “inanchor:chiave”. Da qui, almeno in parte, deriva la convinzione in ambito SEO che le anchor text con chiave corrispondente al termine di ricerca influenzino il posizionamento delle pagine.

Questi operatori sono diffusi anche nella versione con prefisso all (allinurl, allinanchor), ed in quest’ultimo caso permettono di cercare keyphrase (“casa di legno”) e non termini secchi (“casa”).

Fare dei calcoli

Google può funzionare anche da calcolatrice, per cui basta scrivere l’operazione e troverete subito le risposte che cercate. Ad esempio 2+2.

Convertire valuta

Il convertitore di valuta è un ulteriore strumento economico molto utile promosso gratuitamente dal celebre motore; per convertire una valuta in tempo reale basta, infatti, scrivere prima il valore da convertire (10 euro scriveremo 10) poi la valuta base (eur ad esempio) poi la parola “in” (senza virgolette) e poi la valuta di arrivo.

Per convertire euro in dollari, ad esempio:

1 eur in usd

(fonte: Google)

Posizionamenti instabili su Google: capire le oscillazioni dei risultati

Se stiamo seguendo l’andamento di una pagina in termini di posizionamento nelle SERP di Google, potrà capitare un fenomeno di “oscillazione” dei risultati; in queste situazioni, in altri termini, si verifica una variazione molto consistente nei risultati che impedisce, in molti casi, di valutare correttamente la qualità della nostra SEO. Utilizzando il software SEOPanel ad esempio (su trovalost.it trovate la mia guida per installarlo), che è un prodotto open source in PHP che non fa altro che fare delle ricerche mediante cron-job, effettuare il parsing HTML dei risultati e conteggiare la posizione di ogni chiave, è piuttosto frequente accorgersi di situazioni del genere.

Uno scenario tipico, in particolare di miglioramento dei risultati, si può registrare ad esempio in questi termini.

Screen 2015-08-03 alle 09.42.30

In questo caso si era partita dalla posizione  50° di Google, e dopo circa un mese di lavoro è stato possibile risalire alla posizione 15°, arrivando quindi in prossimità della prima pagina. Per misurare la qualità del nostro lavoro, di fatto, possiamo prendere il primo e l’ultimo valore di ranking e fare la differenza (togliendo di mezzo, nel farlo, le eventuali oscillazioni), o possiamo essere più precisi facendo una media dei valori.

Possono pero’ capitare casi più difficili da inquadrare, come quelli che mostrerò di seguito.

Screen 2015-08-03 alle 09.39.39

In questo caso (relativo all’ultimo mese di rilevazioni) si è verificato un posizionamento su Google decisamente instabile, che rende impossibile fare qualsiasi tipo di valutazione sulla “bontà” dell’andamento stesso (da 58 a 21, chiaramente migliorato). Il fenomeno non riguarda affatto soltanto Google, ovviamente.

Anche Bing, ad esempio, da tempo sta mostrando risultati incostanti su una chiave molto competitiva; come vedremo, la chiave per capire fenomeni del genere è legata parecchio alla frequenza di scansione delle SERP.

Screen 2015-08-03 alle 09.45.24

Di fatto, quello che conta sono sempre i risultati più recenti, che andrebbero raffrontati con quelli ottenuti 30-40 giorni prima, a seconda dei casi. In questo caso il ranking della chiave in questione è rimasto approsimativamente sempre uguale (da 45 a 39).

Dall’analisi effettuata si dovrebbero considerare almeno due punti fondamentali:

  1. la frequenza di esecuzione dei cron-job può essere determinante, ed andandola a modificare dal pannello di SEOPanel sarà facile accorgersi che può diventare più o meno precisa;
  2. l’orario in cui si effettua la ricerca è anch’esso rilevante, in quando eseguendo la stessa ricerca ad orari diversi Google potrebber restituire SERP diverse, specialmente nei casi più instabili e/o competitivi.

In questo secondo caso, quindi, si può provare a ridurre la frequenza delle scansioni delle parole chiave riducendo la frequenza dei cron-job: la cosa essenziale è trovare il numero giusto.

Da Pannello Admin di SEOPanel, è possibile trovare il cron-job da impostare cliccando su “Comando azione pianificata“: qui troveremo il cron job e potremo modificare la frequenza, ad esempio come mostrato di seguito.

Ogni quindici minuti:

*/15 * * * * php /home/.../seopanel/cron.php

Ogni ora:

0 */1 * * * php /home/.../seopanel/cron.php

Ogni due ore:

0 */2 * * * php /home/.../seopanel/cron.php

Due volte al giorno (alle 3 ed alle 15):

0 3,15 * * * php /home/.../seopanel/cron.php

Parole chiave sulla sinistra & massimo 60 caratteri nel title? Non proprio

Oggi discuteremo criticamente (e sperimentalmente) una delle affermazioni più ripetute negli eventi di formazione SEO (ed in molte consulenze):

Mettete sempre le parole chiave sulla sinistra del title!

e poi:

Non scrivete <title> troppo lunghi. Google li taglia!

Si tratta di affermazioni generalmente innocue – quanto semplici da seguire, per quanto spesso portino a conseguenze peggiori dei problemi che si vorrebbero evitare. Anzitutto, le parole chiave scritte “prima possibile” sono ok: vanno bene per moltissimi siti editoriali, quelli che vogliono far capire all’utente di cosa tratta la pagina (io l’ho fatto in questo articolo, se ci fate caso).

Ma il mio sito vive sui contenuti, molti altri miei siti lo fanno, ma questo non vuol dire che il criterio di “tenere la sinistra” per le keyword sia valido per tutti i siti. Anche perchè, in genere, questa regola non è detto che vada bene per l’ottimizzazione delle pagine prodotto o delle pagine contatti, o delle landing page in genere. Soprattutto, questa regola presuppone che il tuo sito sia di qualità, cosa tutt’altro che scontata: non è che basti applicare questo criterio per vedere miracoli nel prossimo futuro.

I Monty Python ci ricordano che i segnali “Tenere la sinistra” spesso si organizzano in bande molto aggressive.

Ed i title troppo lunghi? Vero, i <title> non devono essere troppo lunghi: ma attenzione anche qui, quello che sembra un limite … può diventare un’opportunità. Per esteso, come già scrivevo nell’articolo sulle strategie SEO più comuni, potrebbe essere inopportuno scrivere titoli (delle pagine, degli articoli ecc.) troppo lunghi: il motivo fondamentale per non farlo è che i title lunghi vengono troncati nei risultati di ricerca, senza contare che la gente potrebbe non leggerli per intero e non cliccare sul nostro risultato. In genere questo implica l’assunzione che il pubblico, cioè i nostri futuri visitatori, possano non capire appieno il senso del nostro <title>, e che lo stesso perda prestazioni in termini SEO (che sono misurabili dalla Search Console: corrispondono, ad esempio, al CTR della pagina).

Nella foto, Google riflette pacatamente su come accorciare i title dei webmaster.

Troppi SEO, pero’, immaginano Google come un macellaio pronto a fare a fette i nostri title, e spingono a creare irresponsabilmente title con sole parole chiave prive di un senso logico: questo limite è deleterio, in media, purtroppo. Porta a comportamenti sbagliati, in sostanza: porta addirittura a far pensare alle persone che si debba fare SEO infilando parole chiave dove capita o alla meno peggio, e ‘ntu culu alla forma italiana, alle figuracce che si fanno in giro ed al fatto che i title con stuffing di keyword non se li caga più nessuno da anni.

Un po’ come succede per un’altro stereotipo SEO duro a morire, cioè che il luogo migliore per seppellire un cadavere sia la seconda pagina di Google (ah ah ah, l’avete capita? era una battuta, ah ah ah). Un’affermazione che trovo sinceramente fuori da ogni logica perchè:

1) assume che l’utente medio che cerca sia un babbano che clicca sul primo risultato a prescindere (per dire: conosco persone che non cliccano mai gli annunci di Adwords, da sempre in prima pagina, per il banalissimo fatto che sanno che si tratta di pubblicità)

2) non tiene conto della user experience, e del fatto che non sempre gli utenti trovano quello che cercano al primo colpo, ed effettuano spesso una serie di aggiustamenti, di ricerche successive alla prima: in fondo, Google non è un dio che legga davvero nel pensiero – non ancora, almeno.

3) la Search Console di Google permette di misurare la percentuale di clic su ogni risultato in SERP: questa sfumatura sfugge clamorosamente a chi parla di prima pagina ad ogni costo. In generale, su 100 visualizzazioni posso cliccare 1, 2, 3, … fino a 100 volte, e questo è un dato importante che molti, troppi ignorano beatamente. Sono sfumature impossibili da ignorare in un’analisi SEO seria! Momento auto-promozione: se volete saperne di più sulla Search Console, su questo sito trovate slide e video che spiegano un po’ tutto quello che c’è da sapere sull’argomento.

Nella foto, un classico utente di Google che clicca per forza sul primo risultato.

Questo è un articolo scritto su questo blog qualche tempo fa, come esempio pratico di troncamento del <title>, che ha subito un taglio da parte di Google:

Ma siamo sicuri che sia penalizzante, in questo caso? A me pare che, tutto sommato, funzioni lo stesso, perchè l’utente capisce di che si tratta (a meno che non sia proprio un babbo, non nel senso di papà ma di babbano) e rimane incuriosito dalla pagina stessa, che è informativa – e da’ un certo senso di giusta “sospensione” al risultato, quasi fosse click baiting. O no? 🙂

Io direi, come regola generale, che nei title basta utilizzare le parole giuste e più pertinenti, scrivere un contenuto descrittivo e pensare a come “ci vedranno” gli utenti, dando la precedenza alla corretta forma italiana su qualsiasi presunta “tecnica SEO” e cercando di avere il dono della sintesi (un po’ come fate su Twitter, se mi passate il confronto).

Storicamente, il limite accettato da moltissimi sembra risalire al blog di Moz (fonte), per cui la lunghezza ideale di un title si aggirerebbe sui 50-60 caratteri, considerando il numero massimo di lettere che vanno a riempire uno schermo di 512px (al minimo). Ma è un limite ormai superato: in realtà, ad esempio, anche solo “Ottimizzare il tuo sito On-Page in 10 passi: migliora il posizionamento …” è lungo 76 caratteri, e possiamo trovare tanti altri esempi analoghi (lunghezza da 65 e 76 e passa, basta guardare le pagine indicizzate di questo sito).

E se lo misurassimo in parole? Secondo un’analisi di Enrico Altavilla, il reale supporto di Google arriverebbe fino a 12 parole consecutive nel title (fonte), anche se sempre col mio blog ho trovato una piccola eccezione a questa regola, che arriva a 13 parole, “Fare SEO: perchè il tuo sito ha bisogno di traffico qualificato (e dove …“, che sono 13 paroline esatto, per cui ragionate semmai sul limite massimo di 12-13 parole, ovviamente ad esclusione di supercalifragilistichespiralidoso.

Deduco quindi, senza scendere in ulteriori analisi e ragionando un po’ “a spanne”, che il limite reale sui title sia di 13 parole al massimo.