Dama online: le regole del gioco e i riferimenti sul web

La dama è uno dei giochi da tavolo più diffusi al mondo. Gli appassionati si sfidano ormai indistintamente sulle tradizionali damiere oppure attraverso le diverse soluzioni web, attraverso le quali è possibile giocare a dama online anche a distanza.

Dama Online: le regole di gioco.

La dama è giocata in tutti i paesi del mondo e le diverse tradizioni locali prevedono regole diverse da paese a paese, riconosciute dalla Federazione Mondiale del Gioco della Dama. Le piattaforme che consentono di giocare a dama online offrono damiere virtuali che rispondono alle regole più diffuse.

Le pedine si spostano solo in diagonale e solo sulle celle scure, “mangiano” le pedine avversarie solo se dispongono di una cella scura libera immediatamente successiva a quella in cui era posizionata la cella mangiata. La pedina diventa una dama quando arriva ad una cella disponibile sulla linea base della formazione di pedine avversarie.

La dama ha il privilegio di spostarsi avanti e indietro, sempre in diagonale, mentre alle pedine è impedito muoversi all’indietro, magari per sfuggire agli attacchi delle pedine avversarie. La dama è il pezzo di maggior valore sulla damiera e maggiore è il numero di dame di cui si dispone, maggiori saranno le probabilità di sconfiggere l’avversario.

Piattaforme per il gioco della dama online

Il web offre numerose soluzioni che consentono agli appassionati di confrontarsi su damiere virtuali che, oltre alla tradizionale formula a due sfidanti, aprono anche a partite tra più giocatori. In aggiunta, se si gioca a dama online non ci si dovrà preoccupare di infrangere le regole di gioco perché i movimenti o le prese non ammesse saranno semplicemente impediti dal sistema.

Tra le diverse soluzioni disponibili in rete, il sito giochistars.it offre una piacevole opportunità di giocare gratuitamente e in tutta sicurezza, attraverso l’accesso alla piattaforma di gioco.

Le diverse regole di gioco differiscono per la dimensione della damiera, che anche nella dama online può essere composta da 64, 100 e 144 caselle. A una scacchiera più grande corrisponde un maggior numero di pedine, che sono 16 per le damiere a 64 caselle, 20 per le damiere a 100 caselle e 30 per la damiera a 144 caselle.

Dama Online: evoluzione di un gioco dalle origine antiche.

Già dall’esistenza di differenze tra le regole di gioco che derivano dalle diverse tradizioni ragionali si evincono le origine antiche del gioco della dama. Gli storici fanno risalire le prime forme di gioco all’Egitto del XV a.c., per ritrovarle nella Provenza medioevale e da lì verso l’Inghilterra del Trecento.

Il nome dama deriva dal latino “domina”, che estende all’intero gioco la denominazione attribuita al “pezzo sovrano” sulla damiera. La radice latina del nome lascia intendere la diffusione che già durante l’Impero Romano ha consentito al gioco di raggiungere diverse parti del mondo, dalle quali sono derivate le declinazioni del gioco oggi praticato.

Oltre alla diversa dimensione della damiera, le cui alternative sono disponibili anche nella dama online, le regole differiscono per le priorità di presa attribuita a pedine e dame. Una formula del tutto diversa è invece prevista per la dama turca che, su una tastiera di 64 caselle, impone movimenti orizzontali e verticali, piuttosto che diagonali, e adotta 16 pedine.

 

Quale gioco ha più probabilità di vincita? ++ TROVATI UN LAVORO VERO ++

Il gioco d’azzardo include, nel nostro paese (nel quale spesso molti italiani abusano), un giro d’affari di circa 80 miliardi di euro – e questo soltanto per le scommesse legali riconosciute dall’AAMS, senza contare il gioco clandestino che sembra coinvolgere più del doppio di questa cifra. In questa diffusione il web ha contribuito e concorso, suo malgrado, specie se si considera che aprire un sito del genere permette introiti molto elevati ai gestori degli stessi, e che nei vari siti web di pronostici, di fatto, propongono ogni giorno nuove scommesse su eventi di ogni genere, dalle partite di calcio passando per gli eventi più disparati.

Vorreste sapere quale gioco vi darà massima probabilità di vincere? La risposta potrebbe deludervi: nessuno. Vediamo perchè!

Il gioco d’azzardo è sempre un rischio

Da qualche tempo si parla di Decreto Dignità anche per regolamentare le pubblicità del gioco d’azzardo (che saranno poi del tutto vietate); vale il discorso che chi gioca a qualsiasi cosa – in genere – non conosce la matematica, mentre ovviamente chi propone queste attività la conosce piuttosto bene, e sa utilizzarla. Sul web fioccano siti che raccontano previsioni, probabilità di vincita e addirittura presentano tutto questo come “opportunità”, dando così l’idea (sbagliata) che si tratti di un vero e proprio investimento.

Capire almeno in linea di principio perchè la matematica contraddice l’idea che possano esistere metodi per vincere al lotto o alle scommesse – e magari aiutare qualcuno a liberarsi dalla dipendenza, per quanto sia difficile farlo – è fondamentale, a mio avviso, quanto conoscere l’aritmetica di base ed il fatto che 1+1 faccia sempre e comunque 2.

Conviene giocare una volta ogni tanto: lo dice anche la matematica

Un investimento che porta alla rovina del giocatore – una cosa talmente concreta che si sono scomodati statistici per definirla: tecnicamente, infatti, se scommettessimo su un evento semplice come l’uscita di un singolo numero alla roulette, converrebbe effettuare un’unica puntata e poi abbandonare il banco, comunque sia andata. Col passare del tempo le probabilità che il giocatore vada in rovina perdendo tutti i suoi soldi aumentano, e basterebbe questo a chiudere la discussione una volta per sempre

Quale gioco è più facile da vincere?

Spiegando allo stesso modo, e sempre grazie alla statistica, la probabilità di gioco di scommesse, poker online, lotto e via dicendo, le probabilità sono un pochino più complesse – questo perchè dipendono da una combinazione di fattori (è difficile ad esempio calcolare la probabilità di vincere a poker con il massimo dei punti, perchè bisogna considerare tutte le altre possibilità e formalizzarle in un calcolo). Il brivido e l’esaltazione del riuscire a scommettere nella speranza di indovinare un risultato della prossima Champions League o dei numeri al lotto dovrebbe sempre fare i conti con la dura (e spesso poco comprensibile per molte persone) realtà della statistica.

Nessun gioco può essere considerato più facile di nessun altro, a mio avviso: quello che cambia è semplicemente il tasso di rischio sulle nostre perdite, che può essere considerevole. In pochi forse, capiranno l’importanza e la semplicità con cui bisognerebbe risolvere la questione, una volta per tutte.

Cercare un buon antennista a Roma

Vi è capitato almeno una volta di accendere la TV e di ritrovarvi con uno schermo grigio con dei puntini lampeggianti che non consentivano la visione di nessun programma? Sicuramente sì, e avrete cercato in tutti i modi di risolvere il problema senza ottenere nessun risultato. In questi specifici casi, quando nessuna operazione di ripristino va a buon fine e la televisione non dà segni di vita, bisogna ricorrere all’intervento di un antennista.

Ripazione di antenne televisive

Il compito specifico degli antennisti è di aggiustare e ripristinare il segnale della televisione o di altri apparecchi audiovisivi. Un buon antennista è in grado di ripristinare le funzionalità di qualsiasi sistema audio-televisivo, ma non sempre è così facile reperirne uno nel minor tempo possibile – e specialmente nelle metropoli italiane come Roma o Milano. Per trovare un buon antennista da chiamare nei giorni festivi e durante le ore notturne è opportuno rivolgersi ai servizi di pronto intervento elettrico. Gli antennisti forniscono diversi servizi utili: installazione e vendita sistemi audio- televisivi, riparazione di antenne televisive o parabole satellitari.

Cosa fa un antennista

L’antennista è una figura professionale qualificata e competente che ha maturato esperienza nel campo dell’installazione di sistemi audio o televisivi, di parabole satellitari e soprattutto è in grado di impostare i nuovi sistemi di digitale terrestre. Gli antennisti vengono contattati per installare antenne o parabole satellitari su qualsiasi tipo di edificio, inoltre per particolare esigenze dei committenti sono in grado anche di realizzare sistemi audio complessi e articolati. Chi svolge la professione di antennista, non soltanto è in grado di realizzare impianti audio-televisivi ma solitamente è specializzato anche nella vendita di decoder o di parabole satellitari, per fornire al cliente un servizio completo e puntuale. Prima di eseguire qualsiasi tipo di lavoro (che sia di installazione, manutenzione o riparazione), l’antennista redige un preventivo gratuito per consentire al cliente di decidere quale intervento effettuare in base al proprio budget. Per l’installazione di antenne radio o parabole satellitari, l’antennista effettuerà presso la vostra abitazione un sopralluogo preventivo per stabilire l’orientamento e la collocazione delle antenne.

Quando lavora un antennista

Gli antennisti del pronto intervento operano in qualsiasi condizione e soprattutto sono reperibili anche nei giorni festivi e nelle ore notturne, a differenza dei tecnici tradizionali che eseguono interventi solo durante il normale orario lavorativo. Gli antennisti possono riparare sia antenne o parabole già preinstallate che sostituirle con nuove di ultima generazione per una ricezione del segnale audio/video di ottima qualità. Potete chiamare un’antennista anche per la sola impostazione dei canali del digitale terrestre, un’operazione che per molti può risultare impegnativa e complicata. Il servizio di pronto intervento antennista si avvale della collaborazione di professionisti esperti e specializzati, in grado di installare cavi o antenne anche ad altezze elevate e difficilmente raggiungibili.

Se avete la necessità di contattare un buon antennista che operi a Roma e provincia, vi consigliamo di contattare tramite il sito Elettricista-Roma.me, uno dei professionisti del pronto intervento, esperti nell’installazione e riparazione di qualsiasi problematica relativa alle antenne audio e video.

Non inviate offerte via messaggi privati su Linkedin: è spam

Linkedin è senza dubbio uno strumento utile per chi lavora: la quantità di contatti che fanno il proprio mestiere, o che potrebbero aiutarci a cambiare lavoro è impressionante, e si tratta di uno strumento sicuramente molto utilizzato in Italia. Anche chi non lavora prettamente sul web, infatti, tende a creare un profilo aziendale o personale, e questo alla lunga è in grado di garantire una buona rete di contatti – a patto di seguire un po’ di regolette pratiche.

E per chi volesse usare Linkedin per il business mediante pubblicità? Il sistema di ads a pagamento di Linkedin è interessante, forse non alla portata di chiunque come costi – ma molto ricco di opzioni: tra queste è anche possibile inviare messaggi privati di pubblicità, che appariranno come sponsorizzati. Molte aziende e professionisti, invece, usano mandare semplicemente dei messaggi privati per inviare offerte commerciali, quando in realtà la chat privata andrebbe usata esclusivamente per comunicare in modo attivo con gli altri. Insomma fanno ciò che diventa un classico per molti neofiti di internet: fare cose sbagliate e improduttive con l’arroganza o la convinzione di fare la cosa migliore. Un po’ come le aziende che usano un profilo privato su Facebook (invece di creare una pagina) per la propria SRL, insomma.

Le cose problematiche in questi casi sono legate a due aspetti:

  1. l’offerta inviata via chat potrebbe risultare indesiderata per la maggioranza dei destinatari, e alla lunga infastidirli: se apro Linkedin, infatti, e noto messaggi privati in arrivo, mi aspetto contatti di lavoro e proposte di collaborazione, opportunità per crescere professionalmente, insomma. Non certo pubblicità o vendita di servizi di cui nel 90% dei casi non mi importa nulla.
  2. non viene fatta alcuna profilazione dell’utente – si inviano offerte nel mucchio, ad intuito o peggio a casaccio, nella speranza che prima o poi qualcuno “abbocchi”. Questo, oltre ad essere un dispendio di tempo considerevole, è anche un cazzotto in bocca all’immagine della nostra azienda.

Qui esce fuori un limite di molte realtà aziendali nostrane, ovvero l’avere un commerciale di bassa qualità o comunque, alla lunga, tendere a sfruttare risorse interne per praticarlo: in pratica questo equivale ad improvvisare. Ed improvvisare alla buona – lato vendita, poi… – non restituisce un’immagine esattamente grandiosa dell’azienda, anzi: in alcuni casi fa pensare ad aziende disperate, letteralmente alla canna del gas, che cercano disperatamente di venderti qualcosa – qualunque sia, e mi è capitato di essere contattato se fossi interessato ad entrare in un network di consulenze a pagamento, sempre via chat privata. Ovviamente se siete recruiter e cercate profili tematici da inserire nella vostra realtà, le cose sono diverse – ed in quel caso lo strumento viene usato in modo decisamente più corretto.

Se pensate che queste considerazioni siano esagerate, fatevi due conti sui messaggi privati che avete ricevuto nell’ultimo anno. Nel mio profilo, ad esempio, quasi tutti i messaggi ricevuti erano volantini commerciali ed offerte di ogni genere: affiliazioni dubbie, invito ad entrare in “cerchie” di clienti (naturalmente a pagamento: pagare per lavorare, in sostanza), gente che offriva consulenze casomai ne avessi bisogno (!), e via dicendo. In breve: non trasformiamo Linkedin in uno dei peggiori call center, e facciamo fare il commerciale a chi sa davvero farlo.

Cosa sono le stampelle canadesi

Le stampelle canadesi sono un ausilio medico che permette la deambulazione dei pazienti vittime di infortuni abbastanza gravi agli arti inferiori. Si tratta di semplici attrezzi, composti da un tubo metallico, un gommino in gomma anti-scivolo all’estremità inferiore ed un impugnatura ergonomica che permette di appoggiarsi alla stampella canadese senza sovraccaricare di peso l’arto sofferente o il gomito. Questo genere di ausili è indicato per coloro he stanno seguendo un processo riabilitativo e, permettono al paziente di ritornare a muoversi gradualmente recuperando a poco a poco la mobilità dell’arto. In commercio esistono diversi tipi di stampelle, tocca al medico curante indicare al paziente il modello più giusto perché il processo di guarigione sia meno gravoso e più semplice. La tipologia che prende il nome di stampelle canadesi, è quella maggiormente consigliata anche per gli anziani, grazie alla forma ergonomica dell’impugnatura e alla leggerezza della stampella.

Per chi sono indicate le stampelle canadesi?

Generalmente le stampelle canadesi sono un ausilio consigliato nei casi di problemi medio-gravi agli arti, in quelle situazione cioè in cui il paziente può sopportare un carico che si aggira attorno al 40-50% del proprio corpo sull’arto, e nella fase successiva dopo una guarigione progressiva, quando il paziente può aumentare il carico sull’arto e riprendere a deambulare con cautela. Il bastone canadese permette ai pazienti in questi casi di decidere autonomamente il carico di peso da far gravare sull’arto.

Come si utilizzano le stampelle canadesi

Le stampelle canadesi sono un ausilio per la deambulazione, i pazienti con problemi agli arti non dovrebbero utilizzarle per alzarti da sedie o divani, perché il peso sulle spalle sarebbe troppo gravoso e l’appoggio non troppo stabile, ragion per cui è preferibile sedersi su sedie e divani con braccioli che facilitano la mobilità e sono un buon punto di appoggio. Nei casi in cui il medico autorizza il paziente a ripartire il carico su due stampelle canadesi, sarà possibile iniziare a deambulare progressivamente senza gravare troppo sugli arti, facendo leva sulle braccia per avere un movimento in avanti, ricordando di non superare mai la lunghezza delle stampelle. Più semplice la traslazione con l’ausilio di una sola stampella canadese, che si utilizza quando la fase di guarigione è già ad uno stadio più avanzato, ed è possibile muoversi agilmente senza però caricare eccessivamente l’arto malato, come nei casi di pazienti con problemi alle articolazione che utilizzano protesi alle ginocchia.

Come devono essere regolate le stampelle canadesi

Molti pazienti piuttosto che acquistare le stampelle canadesi tendono a prenderle in presto da conoscenti, in questo caso la lunghezza sbagliata dell’ausilio può mettere a rischio spalle, articolazioni, schiena, gomito e mani, perché il peso non sarà ripartito in maniera corretta. Sarebbe preferibile acquistare le stampelle canadesi su misura per le proprie esigenze personali così da stabile la lunghezza perfetta per il singolo paziente; su www.sanort.com è possibile trovare ausili per la deambulazione a prezzi convenienti e fatti su misura per il benessere di ogni paziente.

 

Grafica 3D in Blender

Alcuni modelli in Blender, il software di grafica 3D open source, che ho realizzato in questi anni.

 

(per il modello “umanoide”: grazie al plugin di Manuel Bastioni)

 

(almeno) 12 cose buone che ho fatto quest’anno

Il 2018 è stato un anno importante, per me: non solo per il mio trasferimento, ma anche per alcune cose – in parte inedite – che ho pensato o più semplicemente fatto.

Cose che ho deciso di elencare in un nuovo articolo: eccole.

Gennaio.

  • Quattro passi nel nuovo anno.
  • Lavoro, lavoro, lavoro
  • Lavoro, lavoro, lavoro, lavoro

Febbraio.

  • Cannibal Corpse live a Trezzo sull’Adda
  • Visita al Museo di San Siro: foto di rito negli spogliatoi dell’Inter

Marzo:

  • 2 giorni di giri a Milano sotto la neve, alla scoperta dell’indefinibile
  • Libraccio Store

Aprile

  • Stare bene dopo una semplice telefonata
  • Non è che sto uscendo pochino, per i miei standard?

Maggio

  • Peso di una vita da single da rivalutare, gestire, ponderare con più attenzione

Giugno

  • Guns’n roses, Foo Fighters, Iron Maiden e Ozzy Osbourne live a Firenze
  • E ora chi ha voglia di tornare a casa? Io no di certo.

Luglio

  • Valutazioni, rabbia, rivalutazioni
  • Non è mica obbligatorio andare al mare
  • Essere single fa schifo. Ma se lo dici con troppa convinzione, alla lunga, rischi di passare per quelli che “quando c’era LVI si stava meglio”
  • Non riesco a stare più di tre ore di fila su una spiaggia senza soffrire almeno un po’
  • Non è mica necessario dire sempre tutto agli amici

Agosto

  • Ministry (finalmente) live a Villa Ada
  • Cose irrilevanti, tipo scoprire che frequento gente incapace di adattarsi a me. Il viceversa ovviamente vale sempre e comunque.
  • Se trovo lavoro vado in ufficio con la cresta
  • Trasferimento a Roma
  • Nuovo lavoro
  • Non mi mancate

Settembre

  • Rivalutato il valore della sincerità
  • Turista nella Capitale, quando si può
  • Acquisita capacità di non farsi schiacciare dagli altri senza ricorrere a parole pesanti
  • No, non mi mancate neanche un po’
  • Uscire dagli schemi – non è solo un manifesto, è anche un ottimo libro

Ottobre

  • Primo corso SEO frontale, da docente
  • Tu non sei male, affatto
  • Riscoprirmi tollerante, senza sentirmi fiacco
  • Riscoperta la bellezza dell’essenziale
  • Visita (per due volte consecutive, di giorno e di notte) a Quartiere Coppedè
  • Sono andato in ufficio con la cresta, that’s it.
  • Cristallizzare i flirt come momenti di pura estasi, al di là del fallimentare risultato conclusivo
  • Finito di leggere Teatro I di Bernhard

Novembre

  • Inter-Barcellona dal secondo anello a San Siro
  • Il valore dell’indifferenza
  • L’impegno e l’ostinazione ripagano solo nel lavoro, non nei flirt

Dicembre.

  • Roma-Inter in curva
  • Divento ufficialmente un “minimalista funzionale”
  • Scoprire l’esistenza di una tribute band a Frank Zappa
  • Tagliato ogni ponte con un recente passato che ancora, suo malgrado, faceva male
  • Amici rivisti dopo quasi 20 anni
  • Scoperta importante: i “bei tempi” tornano sempre, periodicamente. È che a volte durano poco.
  • Certi legami si potrebbero anche riprendere
  • L’impegno in un flirt non ripaga mai
  • Per la prima volta in vita mia, dopo 39 anni, sento il bisogno di riassumere le cose belle di un anno, ricordandole tutte e trascurando follemente l’unica che è andata davvero storta.
  • Superato il terrore del “cosa cazzo faccio a Capodanno, se resto a casa e non sembro festaiolo mi potrei sentire a disagio“.

Provateci voi, a restare

La mia scelta di andare via dal sud è maturata tardivamente: ho provato a rimanere, da piccolo freelance e libero professionista – per 10 e passa anni. Ad un certo punto ho rotto ogni indugio e sono andato via: la maggioranza dei miei amici lo ha saputo a fatto compiuto, tranne pochissimi. L’ho fatto in ritardo rispetto alla media dei miei coetanei – distinguermi dalla massa è una mia prerogativa, a quanto pare – coetanei che, in un caso su due di mia conoscenza, andava via tra i 18 e i 30 anni (io ne ho 39).

Mi sento chiamato in causa, pertanto, dalle riflessioni di Florindo Rubbettino sul Foglio, con cui ho lavorato felicemente per quasi un anno (eccezione quasi unica, nel panorama nostrano, per quel che mi riguarda), ma con cui non condivido le conclusioni dell’articolo, pur facendolo rispetto alla sostanza dei dati, e a buona parte delle premesse.

A proposito di premesse: mi sono da poco trasferito a Roma, e non mi considero un vero e proprio “emigrato” – anche solo per il fatto che non sono andato a lavorare in miniera. Molti impiegatucci mediocri, purtroppo, quando vanno a lavorare al nord o fuori Italia, stando alla loro narrazione, sembra di immaginarli col machete in mano, a farsi strada nella foresta impervia e selvaggia, in un mondo in cui quelli del nord sono “freddi” mentre noi siamo “caldi“. Magari poi fanno gli impiegati a Milano: non proprio un must, per chi sembrava amare la natura.

La mia famiglia è felice di avermi fuori, e spero non perchè non mi sopportano, ma perchè – battute a parte – conoscono bene le mie motivazioni. Quando ci rivediamo o si riparte, lo si fa e basta: senza lacrime, senza patemi, senza retorica sui “ggiovani” che impoveriscono la Calabria, senza menate sul fatto che non torneremo più. Del resto io l’ho detto: scusateci, ma dobbiamo pensare a noi stessi – al nostro futuro, alla nostra unica vita, a fuggire dalla provincia sudista che uccide, lentamente, ogni giorno (come ogni provincia che si rispetti).

E per eventuali voti di scambio rivolgersi in segreteria dalle 9 alle 18.

Punto primo: d’accordo, basta con la retorica del “piangere il cuore” quando si torna a casa. È una retorica melensa e stereotipica del calabrese “medio” – quello tutto cuore e stomaco, inventato da un immaginario vagamente razzista, secondo il quale saremmo, oltre che mangioni, mammoni, all’antica e limitati. Se la pensate seriamente così su di noi, siete senza speranza – per non dire peggio. E non è questione di meridionalismo: è questione di guardare la realtà.

Del resto la nascita non si sceglie: chi viene al mondo a Milano e passa l’adolescenza col futuro Fedez, chi vive nello stesso quartiere in cui lo ha fatto la Raggi, chi era compagno di banco di Donald Trump. Non si sceglie: è inutile pensarci. Si può pensare di cambiare, se non altro, anche tardivamente, nel momento in cui semplicemente quel mondo non ti piace (no, non servono motivazioni “serie” per farlo: si può anche fare e basta, a patto di avere le idee chiare). Per cui basta retorica: a nessuno dovrebbe davvero piangere il cuore se emigra dal sud o quando ci ritorna, anche perchè il sud è voluto diventare così (almeno credo), e perchè la scelta di andarsene è fatta da chi cerca una condizione di vita migliore. Cosa che al sud è spesso, mi pare, difficilotta da trovare (per non dire peggio).

Punto secondo: d’accordo che il lavoro serve a vivere, ma il sud non soffre solo il problema del lavoro. Soffre anche di un problema di socialità non espandibile, che influenza le vite di tutti. In quest’ottica, ergersi a paladini solitari del cambiamento finirà, semplicemente, per farci sentire più soli che mai (le pacche sulle spalle magari te le danno, eh: costano nulla, e fanno tanto “calore della gente del sud”)

Provateci voi, ad uscire in un qualsiasi paese del sud, e troverete spesso il nulla: luoghi in cui la gente socializza per arricchire gli imprescindibili bar (se c’è un altro posto decente in cui andare tipo un teatro, un cinema, anche solo un pub con musica dal vivo, è un miracolo), o al limite si esce di casa in caso di calamità. Con la maggioranza degli amici di sempre fuori dalla Calabria, provateci voi a fare nuove amicizie: specie se avete un’età superiore ai 30 ed inferiore ai 50 anni. Provate a starci e fatemi sapere – altro aspetto che secondo me smentisce lo stereotipo irritante “dell’ospitalità” e del “calore” del sud, che a mio avviso sono collocati nella media nazionale. Al sud, più che altro, il mondo è piccolo – in tutti i sensi possibili – per cui ogni cosa si avverte di più di quanto non succeda, ad esempio, in una strada qualsiasi di Milano.

Noi che andiamo via azzardiamo a costruirci un futuro sereno, libero da preconcetti, da provincialismo-piovra, dalla “comare del paesino” che mi chiede ancora oggi, a quasi 40 anni, se mi sia trovato la fidanzata o se continui a fare quei lavori strani al computer. Non avrebbe senso rimanere, visto che è proprio l’ambiente che stiamo contestando. E scusateci davvero – nostro limite, dettato dall’essere più sfiniti che mai – se non abbiamo tempo, voglia e volontà di fare l’impresa nella nostra terra (io ci ho provato, ma non era realistico), vittima di una mentalità a spirale, discontinua e depressa che neanche un valido team di psicologi sarebbe in grado di guarire.

Non si campa di solo lavoro, amici. E allora provateci voi a sorridere a qualche potenziale partner che incontrereste in quei paesi del sud (quasi sempre indifferenza), provate a chiedere loro di prendere un caffè assieme – non dico finirci a letto, per carità: giusto uscirci, una volta, addirittura due o tre. Nonostante l’apparenza dica il contrario – paese piccolo in cui ci si conosce tutti – vi troverete a fronteggiare spallucce, supercàzzole tra l’epico ed il patetico, gente piccola quanto i paesi in cui vive e che usa bellamente i propri problemi per schermare qualsiasi rapporto (anche superficiale) e vivere safely nella propria piccola, “a misura d’uomo” (altro stereotipo terrificante, per le cittadine nostrane) campana di vetro. Il sud non rischia abbastanza, fa così quasi per DNA, e lo fa purtroppo in quasi tutti i campi.

Provateci voi, ancora, ad organizzare un evento, a vedere un amico per fare qualcosa di diverso dall’indefinibile, provate a cambiare giri di frequentazione: e dove la trovi la gente, se non esce nessuno? Provate ad andare in un posto dove ci siano altre persone più o meno come voi, e non il paesano che frequenti per forza di cose (sono crudele, forse, ma serve a rendere l’idea).

Quando il mondo è piccolo, come al sud, non solo tutti sanno tutto di tutti, ma le opportunità si riducono all’osso. E si riducono tutte: lavorativamente, socialmente, sessualmente. Puoi cavare sangue dalle rape finchè vuoi (e fartelo bastare), ma prima o poi ti stanchi: devi mollare tutto, per forza. Ed io al sud ho vissuto pienamente per almeno 20 anni, organizzando eventi, facendo teatro, creando “cose” virtuali che a volte neanche pagano, perchè “c’è la crisi” – il paravento nazionale degli scrocconi di lavoro altrui, con Premio Speciale alla Calabria. Per uno come me non è (mai stato) l’ambiente ideale.

Siamo d’accordo che il lavoro sia importante e serva a vivere, e che al sud non ce ne sia – ma non è solo questione di lavoro: ce ne andiamo per un problema sociale, anche se per molti di noi è duro da ammettere. Cosa dovremmo provare a cambiare, alla fine? La gente non può vivere per lavorare e basta (ok, il modello liberista non è il massimo, ma il lavorismo di ripiego riesce ad essere anche peggiore): pensarla così significa che non solo alcuni sono fagocitati dalle logiche del guadagno, ma lavorano anche per non pensare a dove si trovano davvero. Ovviamente, e questo posso capirlo, chi ha una propria famiglia al sud non sarà d’accordo con me: ma qui si parla di singoli, i singoli che vengono spesso ignorati dalla cronache e, per inciso, anche poco aiutati dal fisco. Del resto parlo a nome di chi vive una situazione free, e sia arrivato a ritenere che fosse davvero ora di cambiare aria.

E infatti: al sud non si lavora, ma quando si ha la fortuna di farlo si tende a far quello e basta, considerandolo una manna da cielo e prestandosi facilmente, purtroppo, a logiche di sottomissione nei confronti del generosissimo Presidente di turno (di fantozziana memoria) che glielo ha addirittura concesso. Il mondo è piccolo, da noi, per cui chi si azzarderà a contraddire quando ti chiederanno gli straordinari senza pagarli? Questo è alienante, specie in una micro-società come la nostra, e tende a costruire una visione del resto del mondo distorta, fuori dalla realtà. Si lavora a qualsiasi condizione, al sud, anche perchè non c’è molto altro da fare – ed ecco perchè è facile sfruttare il lavoro, al sud: mi faccio sfruttare, massì, è sempre meglio che non fare nulla (so bad is so good).

E quando si esce dal lavoro, che si fa? Si va a fare la spesa e si torna a casa: game over. Se non altro, se volessi, in una grande città le opportunità ci sono, per chi fosse interessato ad attività ricreative di ogni genere. Al sud, quando ci sono, sono un’eccezione che conferma il mantra non c’è niente.

Provateci voi ad organizzare una serata di teatro (come facciamo in famiglia da sempre), e vedrete se il campionato di serie A o il nichilismo da bar non avranno il sopravvento sulla maggioranza del potenziale pubblico.

Lavoro ce n’è poco, ti devi accontentare, come osi dire “mi sembrano poche 500 euro al mese“, c’è chi non ne ha, ci sputi sopra? Ah questi presuntuosi, i nostri nonni hanno lavorato la terra da sempre, sacrificio bla bla bla. Anche qui: fiumi di retorica. La Calabria – ed il sud in generale – sono vittime di questo storytelling bizzarro, a volte retrogrado a volte no (dipende se conviene o meno), legato ad una mitologia del sacrificio (che poi, salvo casi illuminati e ben noti, nel piccolo diventa masochismo) e che, prima di tutto a noi calabresi, piace troppo.

Ecco perchè il mio futuro non sarà qui: vado fuori dalla Calabria per provare a raccontare una storia diversa, prima di tutto a me stesso – perché le vere rivoluzioni partono da noi, prima che dalla “società” che ci circonda.

E al sud, personalmente, non credo di avere più la lucidità, la voglia e la “garra charrua” per fare nulla. Ecco perché la gente va via dal sud: per il lavoro che manca, certo, ma anche perché si stanca di dover elemosinare socialità miope e sterile, perché capisce che le logiche lavorative sono dettate spesso dal compare che si aspette un prezzo di favore (lavorare di più, lavorare in pochi, guadagnare quasi nulla), o anche perché – da single di ferro – si è stufato di rincorrere persone orgogliosamente provincialiste, che piazzano infiniti paletti quando le conosci (a volte re e regine del party di periferia, altre torri d’avorio inaccessibili, questo se solo ti azzardi a cercare un rapporto equilibrato, serio o leggero che sia). E chi mi risponderà che sto generalizzando o che sono troppo pessimista, credo, finirà per darmi ragione senza volerlo riconoscere in pubblico (è l’unica vera presunzione che mi permetto, in questa sede).

Provateci voi, a fare qualcosa di davvero divertente (e scordatevi dei mezzi pubblici): al sud non c’è moltissimo in giro, salvo le cose che alcuni volenterosi organizzatori realizzano, spesso snobbate dai più (salvo poi lamentarci tutti, perché lamentarsi fa molto sud), questo soprattutto se si tratta eventi della famigerata “nicchia“. Chiunque abbia mai provato ad organizzare un concerto rock o un cineforum al sud dovrebbe sapere di cosa parliamo.

Last but not least: lamentarsi è fuori dal mondo, poche storie. Non lamentiamoci: agiamo, partiamo, cambiamo, osiamo. Non voglio invitare alla migrazione di massa (anche perchè non sono nessuno per farlo), ma proviamo a cambiare andazzo. La vita è una, e 100 disgrazie da vivi sono comunque meglio di 10 lamentele  sterili su X che è morto, sulla vita ingrata, sulla questione meridionale (che conosciamo dalle scuole medie), sul lavoro che ci sfrutta e su altri n problemi che rischiano di far diventare le nostre vite, alla lunga, sempre più mediocri.

Stare qui, alla lunga, non è (più) un atto di coraggio: rischia di diventare un vuoto sacrificio in nome di una Rinascita che, soprattutto per presa di posizione di troppi altri coinquilini sudisti, a queste condizioni non potrà mai arrivare.

Sia chiaro che non voglio creare contrapposizioni assurde o personalismi, nello scrivere queste 2000 parole (o giù di lì): del resto si scrive di ciò che si sa. E al sud si insiste (forse in nome di una malintesta cocciutaggiune) a frustare un cavallo morto.

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ISTRUZIONI – Bisogna far salire la barra sulla sinistra (come Olympics per il Commodore 64, per chi lo ricorda) e sparare agli alieni nel frattempo (alla Space Invaders). Usa il tasto SPAZIO per Start, Z per sparare e pedalare e spostati con le frecce destra e sinistra. GIOCA

Un corso per imparare a programmare ci può essere di grande aiuto

Vi siete mai chiesti qual è l’oggetto che viene maggiormente utilizzato quotidianamente? Probabilmente è lo smartphone o il tablet o comunque un computer. L’elettronica è ormai alla base della nostra vita, continuamente nelle nostre mani e i programmi informatici vengono usati continuamente. Da quando i telefonini sono diventati mini-computer, il “boom” delle applicazioni ha conquistato qualsiasi campo: dall’intrattenimento al turismo, dalla medicina al mondo delle news. Non c’è nessuna esigenza o curiosità che non trovi risposta in un’applicazione elettronica. Inutile dire che questa espansione è collegata ad una crescita esponenziale di una domanda di programmatori. Oggi, più che mai, conoscere le basi della programmazione è una via quasi sicura per entrare velocemente nel mondo del lavoro. Per realizzare i programmi oggi maggiormente utilizzati, non serve una laurea: il più delle volte è sufficiente un corso che fornisca le basi per conoscere un linguaggio di programmazione.

Trovare il corso giusto per le nostre esigenze non è sempre facile, ma Internet può essere di grande aiuto: esistono numerosi siti che permettono di districarsi tra le molte offerte di corsi di formazione per programmatori. Uno di questi è, per esempio, Bakeca.it che dispone di un’importante sezione dedicata ai corsi professionalizzanti. E’ sufficiente inserire la città (o la regione) dove si sta cercando e immediatamente vengono mostrati moltissimi annunci relativi ai corsi attualmente disponibili con indicato in modo chiaro a che tipo di programmazione sono rivolti (web, android, ecc…) e il prezzo. Ogni annuncio è anche corredato da altre utili informazioni come il fatto di garantire un attestato di frequenza, la durata e l’ente o la società che lo eroga.
Anche per chi è principiante, un corso di qualche ora è sufficiente per essere in grado di realizzare semplici programmi, ma estremamente utili e quindi venirsubito richiesto da molte aziende che su semplici software per internet o telefonini basano il proprio business. Ogni annuncio su Bakeca.itmostra in evidenza una sintetica ed efficace descrizioneper cui è molto semplice individuare quello più adatto: sia se siamo alle prime armi che se siamo già esperti e cerchiamo un corso più specifico.
Conoscere la programmazione oggi è fondamentale per molte aziende e non è affatto un argomento ostico come può sembrare al primo impatto. Bakeca.it può aiutare a trovare il corso più adatto, a secondo del nostro obiettivo, proprio nella nostra città. Ed ogni giorno decine di nuovi annunci vengono inseriti, quindi, ad ogni ricerca, si possono trovare risultati differenti, cosa che rende ancora più semplice trovare il corso migliore che ci permetta di aumentare le nostre conoscenze ed essere così più richiesti dal mondo del lavoro.