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Ha senso inserire un articolo in italia su un guest blog in altra lingua?

L’inserimento di articoli sul web, o article spinning nei casi “industrializzati”, è una pratica molto diffusa in ambito SEO: l’articolo è ovviamente un pretesto per inserire un link tematico all’interno, e godere così dei vantaggi derivanti dalla link building. Tuttavia potrebbe capitare, in alcuni casi, di avere l’occasione di postare liberamente su blog in una lingua diversa da quella propria: si tratta di un’opportunità molto discussa tra gli addetti ai lavori, ma dal valore altamente controverso.

Capita spesso, infatti, di trovare blog che offrano guest post gratuiti o a prezzi stracciati in inglese, e nessuno vieterebbe di postarne uno in italiano. Questo pero’ possiede numerose controindicazioni:

  1. anzitutto, se il sito viene controllato e possiede una politica editoriale degna di questo nome, tenderà a cancellare il vostro articolo perchè non potrà capirlo o lo giudicherà inadeguato: voi pubblichereste un guest post in Giapponese sul vostro blog?
  2. inoltre se il bacino di lettori legge abitualmente nella lingua di quel blog, non trarrà alcun vantaggio da un sito in una lingua che non capisce;
  3. se il sito possiede un buon potenziale in termini di autorevolezza, potremmo essere tentati di inserire lo stesso l’articolo per avere un backlink in più; difficile aspettarsi, in questo caso, che si ottengano dei benefici misurabili in termini di posizionamento.

Pertanto è in genere sconsigliabile postare un articolo in italiano su siti o blog non in italiano.

Da un punto di vista tecnico la lingua del sito viene stabilita mediante attributi hreflang, ed è sempre opportuno attenersi a questo genere di indicazioni.

Originally posted 2017-05-05 11:55:11.

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I siti privi di HTTPS vengono notificati nella Search Console: meglio aggiungerlo!

Da qualche tempo c’è aria di grosse novità in casa Google: la campagna pro-HTTPS da utilizzare su tutti i siti, almeno a lungo termine, sta iniziando a mostrare risultati concreti. Ho già esplicitato altrove il mio scetticismo di fondo legato a questa iniziativa: questo non tanto per l’utilità tecnologica in sè (che non si discute: HTTPS è uno standard di sicurezza elevato ed utile) quanto per l’uso che tenderanno a farne la maggiorparte delle persone (soprattutto quelle che si baseranno su quello che leggeranno, soprattutto da parte di web hosting interessati a vendere certificati SSL e indirettamente “poco obiettivi” sull’argomento: si veda anche WordPress e SSL in generale).

La morale della favola è sempre la stessa: se non siete skillati in informatica e non vi rivolgete ad un consulente serio, è difficile che possiate configurare a dovere un certificato SSL, anche se ovviamente nessuno vi vieterà di farlo.

Notifiche da parte di Google nella Search Console

Peraltro, ormai da tempo, i siti senza HTTPS vengono da qualche tempo, come mi suggeriva qualche collega giorni fa, notificati nella Search Console via email: ovvero i webmaster vengono avvisati in questi termini che il sito non supporta SSL, e che sarebbe preferibile farne uso.

La prima parte del comunicato mi ha notificato il sito web interessato:

La seconda mi ha fornito una descrizione dettagliata, con un URL di esempio (NB mandano solo un esempio, potrebbero esserci altre pagina analoghe: apparentemente le notifiche degli URL specifici riguardano pagina indicizzate e, nel mio caso, ben posizionate su Google). Viene anche esplicitato che si tratta di una prima fase, e che ne seguiranno altre per cui, presto o tardi che sia, tutti i siti senza HTTPS saranno notificati.

Infine propongono come risolvere il problema:

Mi pare opportuno, a questo punto, fare un paio di approfondimenti per evitare gli inevitabili fraintendimenti sull’argomento.

La notifica non è una penalizzazione!

Le notifiche di questo tipo arrivano alla Gmail su cui avete registrato la vostra Search Console; non si tratta, per quello che ne sappiamo, di notifiche di penalizzazione (in senso manuale tipo per vendita di link, tantomeno algoritmica tipo Penguin, Panda o altri). Quindi, se riceverete una mail del genere da Google, non vuol dire che siete stati penalizzati: significa semplicemente che è stata rilevata una pagina con un form di login che non usa HTTPS (o comunque almeno una sezione che, secondo la traduzione italiana, “pagine che raccolgono password o dati di carte di credito“: “raccolgono”, in questo caso, va inteso come “ricevono”, “utilizzano” password, ovvero form di login ed eventualmente form di pagamento con numero di carta di credito, data di scadenza e codice CVC: vedi anche come funzionano i pagamenti online).

Il fatto che sia stata rilevata almeno una pagina senza HTTPS non significa, a mio modesto avviso, che ci saranno per forza “guai in vista” se non passate ad SSL: certo, è buona cosa farlo (nessuno lo nega), e sarebbe obbligatorio farne uso, ma questo vale soprattutto per coloro i quali hanno implementato form di pagamento, login o registrazione in HTTP.

La notifica non arriva per tutte le pagine

Sui circa 40 siti che controllo via Search Console, per intenderci, solo in un caso mi è arrivata questa notifica, mentre per i blog ed i portali con pagina di login separata dal resto, per quello che si è capito ad oggi, questa notifica dovrebbe arrivare – almeno, meno probabilmente.

Non è corretto, pertanto, sostenere – come molti stanno facendo – che la notifica arrivi indistintamente su tutte le pagine che usino HTTP (come detto, sembra arrivare solo su pagine con determinate caratteristiche): certo, l’idea di fondo resta quella di passare ad HTTPS su tutte le pagine (anche perchè è più facile farlo, visto che il certificato si attiva a livello di dominio, di norma), per un web più bello e per avere l’iconcina carina di colore verde su tutti i browser da Chrome versione 56 in poi.

Tecnicamente parlando, pero’, le pagine più interessate a questo genere di notifica, cioè quelle per cui sarebbe richiesto avere HTTPS obbligatoriamente, sono quelle che contengono dei form (caselline in cui digitare password o numeri di carte di credito) 1) di login 2) di pagamento. Dipende comunque dalla struttura del sito e da come viene implementato il form di login nelle pagine del front-end, ad esempio.

Messa così, non ci voleva Google per accorgersene: è ovviamente corretto che avvisino i webmaster e li invitino a passare quanto prima ad HTTPS, ma è piuttosto improprio (e a mio avviso molto meno corretto) puntare sul terrorismo psicologico per cercare di cavalcare l’onda e vendere certificati.

Il messaggio corretto che dovrebbe passare, in effetti, è che bisogna quanto passare ad HTTPS per tutte le pagine di login e di pagamento dei vari siti, soprattutto quelli che vogliono lavorare bene e ridurre i rischi. Ma qui non è questione di SEO, scusatemi: è questione di web ben realizzato. C’è anche una questione di “immagine”, ovviamente, per cui chi usa HTTPS è un po’ come chi veste firmato, ma il punto non è tanto questo. Anche se questo è un blog sulla SEO, diffido da sempre dall’idea – trapelata fin dall’inizio – che HTTPS sia solo un “fattore di ranking” perchè, soprattutto per come ho visto che si lavora in Italia, messa così il potenziale protettivo della tecnologia SSL rischia di andare in malora.

HTTPS universale (su tutte le pagine dei nostri siti) non sarà una modifica “indolore”

Un paradosso, quello di SSL/TLS universalizzati su tutti i siti, che rischia di diventare di dimensioni epiche: da un lato, infatti, le pagine in HTTP già indicizzate andranno reindicizzate, e questa cosa sarà poco ovvia per molti di noi, e sono pronto a scommettere sui duplicati in SERP (stessa pagina indicizzata in HTTP e in HTTPS) che fioccheranno un po’ ovunque. La cosa che mi turba maggiormente, in questa fase, è pensare a tutti coloro che useranno, o che già hanno usato, HTTPS come fattore di ranking, senza neanche rendersi conto di ciò che comporta fare uso di SSL.

HTTPS non risolverà in automatico tutti i problemi di sicurezza

A parte quest’ultimo aspetto squisitamente SEO, in tanti passeranno a breve ad HTTPS con annessi certificati (spesso abbastanza costosi) non solo con la beata speranza di migliorare il proprio posizionamento su Google (in bocca al lupo: ci sono tuttavia tante altre cose, all’ordine del giorno, per migliorare il proprio ranking): altri ancora sfrutteranno la questione per ribadire una maggiore sicurezza sulle proprie pagine, pensando di aver potenziato la sicurezza del proprio sito ed archiviando definitivamente la pratica: in fondo, se lo dice Chrome che il sito è sicuro, di cosa preoccuparsi?

Parliamo di HTTPS, ma ci sono ancora persone che usano irresponsabilmente la propria data di nascita come password. HTTPS in altri termini, mi permetto di ricordare, non ti protegge dall’uso di “12345” come password: per cui secondo me un problema esiste, ma si sta affrontando in modo poco efficace.

HTTPS non è una tecnologia universalmente sicura

Qualche tempo fa (2014) uscirono fuori almeno tre falle informatiche su HTTPS, e molte di queste non sono ancora state risolte ad oggi (vedi ad esempio: 148 mila siti affetti da Heartbleed). Questo vuole dire che, da un certo punto di vista, è ancora prematuro che Chrome etichetti come “sicuro” un sito perchè usa SSL / TLS: in teoria, anche un sito con HTTPS può essere attaccato come qualsiasi altro, per quanto tale probabilità tenda ovviamente a ridursi in presenza di HTTPS. La notifica di “sito sicuro”, se da un lato aiuterà i visitatori a riconoscere i siti truffa (almeno, quelli che non usano SSL), dall’altro potrebbe finire per deresponsabilizzare ulteriormente i proprietari dei siti sull’aspetto legato alla sicurezza.

A: Il mio sito è sicuro, uso HTTPS!

B: Ma usi l’autenticazione a due fattori?

A: No, e la mia password è “password”.

Possiamo poi ipotizzare che il mercato, in questi casi, tenderà a seguire la “coda lunga”, per cui la maggiorparte dei certificati installati saranno certificati gratuiti (per cui, temo, non troppe garanzie) o saranno di qualità  non sempre eccelsa (esempio: da una delle falle di cui parlavo è emerso che su OpenSSL, una delle implementazioni più popolari di HTTPS, c’erano all’attivo solo 5 programmatori, di cui solo uno stipendiato!). Questo dilagare di tecnologia cheap, peraltro brandizzata ed ampiamente promossa da Google e da Chrome, mi pare che finisca per avere dei tratti vagamente inquietanti.

HTTPS è un problema ancora, ad oggi, complesso, e molti aspetti sono squisitamente destinati agli “addetti ai lavori” (perdonerete il taglio “poco SEO” di questo articolo, ma purtroppo da sempre HTTPS è stata legata a questo genere di discorsi): a me questa mossa di invitare tutti a farne uso sembra piuttosto prematura, anche se riconosco la sua bontà di fondo, ovviamente. Darlo in pasto alle masse come stanno facendo, tuttavia, in questo momento, mi pare comunque una strategia poco azzeccata.

Originally posted 2017-01-31 08:50:39.

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Come posizionarsi su Google: uno studio che la dice lunga

In questo articolo cercherò quindi di essere aderente alle considerazioni ed alle difficoltà che si riscontrano nelle attività SEO, in particolare quelle di cui mi sto occupando da qualche tempo: quella su blog e siti editoriali, in cui l’interesse primario è quello di portare visitatori interessati agli annunci e che possibilmente non usino AdBlocker, nè siano incentivati a farne uso. L’articolo sarà semplice nella sostanza, pero’ è necessario che ne seguiate i singoli passaggi – a volte ostici, a volte meno – anche a costi di perderci un po’ di tempo extra; vi assicuro che non si tratterà in nessun caso di tempo perso, quantomeno se vi occupa professionalmente di SEO.

Pronti? Si comincia.

Ipotesi iniziali

Le uniche assunzioni che farò, ragionevoli quanto arbitrarie (ci tengo a sottolineare che non sto proponendo la “formula magica” per fare nulla), saranno le seguenti:

  1. Qualsiasi attività SEO sensata e utile deve affrontare il fatto che sia utile e sensata per l’attività e gli scopi / obiettivi del sito; fare cose senza senso (tipo commentare un blog sulla pesca subacquea e farsi linkare un blog sul trekking, oppure mettere HTTPS sulla pagina “Chi siamo“) solo perchè “lo dice X“, con X che varia da Google fino al guru di turno, neanche a dirlo, non ha senso. Non-ha-senso, ripeto: vorrei che fosse chiaro da subito perchè, altrimenti, non ci capiamo alla fine.
  2. Non ha senso, inoltre, tarare le strategie SEO sulla base di questo o quell’altro algoritmo annunciato da Google sul momento (Panda, Penguin ed altre belve feroci); questo, sia perchè non è modo di lavorare corretto nè pratico, sia per le ragioni che ho descritto estesamente qui. Certo, gli aggiornamenti bisogna conoscerli e studiarli, nella misura in cui ci danno preziose indicazioni su cosa non fare o da chi non farsi prendere la mano. Tuttavia, la cosa migliore per fare SEO come si deve resta quella – ed io ne sono fermamente convinto, da quando ci lavoro – di studiare a fondo le linee guida per webmaster, proprio come se fossero il manuale di un software. Il resto, e scuserete la mia brutalità, sono semplicemente chiacchiere da appassionati di oroscopo.
  3. I backlink sono un fattore di posizionamento determinante per Google, specialmente (e questa è un’ipotesi, secondo me, ragionevolissima) se si riesce a superare un numero minimo (che cercheremo di quantificare) di domini unici che ci linkano: quest’ultimo, per me, è un fattore di posizionamento mediamente serio, e comunque più rilevante dell’avere o prendere backlink “grezzi” senza sapere da dove arrivino; insomma, cerchiamo di usare la testa quando lavoriamo su queste cose, sempre.
  4. Gli indici di page e/o domain authority come MOZ sono, e resteranno sempre, di poco conto: questo perchè sono estranei ai motori che usiamo come Google o Bing, pertanto diventano quasi irrilevanti, tanto più se non sappiamo nemmeno come vengono calcolati (e se, ad esempio, alcuni indici possano essere manipolati ad arte, per ragioni faziose e/o commerciali); e pur sapendo come vengono calcolati, del resto, ci possono dare indicazioni perlopiù orientative su altre strategie da attuare (copywriting ecc.)
  5. La misura di pertinenza di una pagina rispetto ad una query può essere più facilmente suggerita dall’esperienza, in molti casi, che dal calcolo di un qualsiasi software. Punto non banale che mi preme sottolineare: se pensate che la pertinenza misuri  come (e quanto) una pagina ottimizzata risponda bene, cioè soddisfi l’utente che cerca (ricerca vista, in questa sede, come “richiesta”, ad esempio “voli low cost”), siete sulla buona strada per capire un po’ meglio la SEO; se invece vi siete fissati che sia tutta una questione di keyword density, lasciate perdere la SEO (consiglio brutale, mi rendo conto, ma spassionato).
  6. Leggiamo spesso che i contenuti lunghi si posizionano meglio di quelli brevi, ricordiamo sempre che 1) non tutto sul web è testo, e che 2) questo discorso può valere per settori informativi come quello dei tutorial (ad esempio), ma che in generale non è un criterio sempre valido e, anzi, sembrerebbe soggetto a continue scremature “al ribasso” (questo perchè la tentazione di infognare di spam le prime pagine dei risultati di ricerca è sempre altissima, in ognuno di noi).
  7. HTTPS per me non sarà mai un fattore di ranking, anche se lo dice Google in quel comunicato vagamente scriteriato, e quantomeno nella misura in cui abbia senso avercelo su un sito web; ha senso nelle pagine di acquisto degli e-commerce o nella fase di login / logout, certo, ma nelle pagine di un blog in sola lettura perchè mai farlo (vedi di nuovo punto 1, a riguardo)?
  8. Qualsiasi articolo che illustri “fattori di ranking SEO” è basato nel 99% dei casi su correlazioni statistiche, e va sempre e comunque presa con le pinze; come a dire, posso trovare 1000 persone che siano solite mangiare 2 volte al giorno, e ci sarà una forte correlazione tra le loro abitudini alimentari. Molte persone potrebbero percepire questa relazione come un qualcosa di intimo che lega questi estranei, ma se consideriamo le singolarità (ogni persona ha il proprio metabolismo, ecc.) ci rendiamo conto immediatamente che è un fattore semplicemente ingannevole. Correlation does not imply causation!
  9. La velocità di un sito non è un fattore di ranking, per il semplice fatto che non è chiaro chi la misuri (con “chi” che varia da Google al guru di turno); semmai, è un requisito di buona qualità di un sito.

Lo studio di Backlinko

Chiariti questi punti, vorrei riportarvi e commentare uno studio presentato dal sito Backlinko, We Analyzed 1 Million Google Search Results. Here’s What We Learned About SEO, un articolo molto discusso e linkato di settembre 2016 che, secondo me, contrariamente dal tono inutilmente sfarzoso di questi articoli offre un paio di spunti davvero interessanti. Chi mi conosce o ha mai seguito un mio corso sa bene quanto sia restìo a linkare statistiche di questo tipo, specialmente qualora propongano metodi “miracolosi” per posizionarsi bene su Google: in questo caso, ho registrato una lodevole eccezione.

Per me è doveroso citarli e, notate bene, di solito non lo faccio mai: so bene che questi “studi” sono tanto accattivanti quanto approssimativi (specie per chi abbia studiato un minimo di statistica, è facile smontarli e rilevarne le contraddizioni, senza contare che pubblicare questi studi è una tecnica di link earning / building a tutti gli effetti: produrre contenuti utili e stimolanti per i SEO perchè poi, guarda caso, i blog SEO ne parlino e ci piazzino un link, come ho appena fatto io. Sarebbe carino che qualcuno, prima o poi, discuta e metta in evidenza questa abusatissima tecnica in qualche evento di web marketing, piuttosto che insistere sui soliti concetti triti e ritriti, per inciso).

Cosa hanno fatto i signori di Backlinko? In due parole: sfruttando i dati messi a disposizione da SEMRush, Ahrefs, MarketMuse e SimilarWeb (4 giganti della raccolta dati sul web, soprattutto i primi due), hanno effettuato presumibilmente lo scraping, cioè l’acquisizione ed analisi mirata, di ben un milione di risultati di ricerca di Google. L’idea era quella di capire quali, tra i fattori noti e stabiliti in precedenza, fosse più influente per posizionarsi in prima pagina. Da questi studi è possibile di solito tirare fuori dei cluster, cioè dei raggruppamenti distinti di link, che possano dare indicazioni che poi questi articoli traducono per motivi pratici in termini puramente discorsivi, del tipo: se volete posizionarvi bene su Google, sfruttate bene – cito a caso – i title delle pagine, i backlink da siti autorevoli, e così via.

Che cosa comporta?

In breve, quello che emerge dallo studio – lacunoso, ricordo, nella misura in cui si tratta solo di correlazioni, non di regole: badate a non considerarle “oro colato” – sono soprattutto due cose:

  1. le anchor text risultano essere ancora, nonostante penalizzazioni ed usi francamente ridicoli che ne sono stati fatti, estremamente importanti;
  2. i siti ben posizionati rientrano quasi tutti in un raggruppamento di siti con almeno 300 domini diversi che li linkano.

Il resto – in tutta franchezza – mi sembra un mix di frasi ad effetto, mezze verità ed assunzioni arbitrarie che, per quanto in buonafede possano sembrare, servono soltanto a fuorviare. Non le riprenderò più anche perchè, per non appensantire la trattazione, ho premesso a tutto il discorso i punti secondo me fallaci del loro approccio, limitandomi a filtrare gli unici due che secondo me valgono a tutti gli effetti in qualsiasi strategia SEO.

Se ci tenete andateveli pure a rileggere, ma qui nel frattempo entro nel clou del discorso.

Fattori di ranking (molto) importanti

Abbiamo detto che dall’analisi in questione emergono due fattori di posizionamento basilari: il primo è legato ai testi ancora, cioè al testo presente sui link che puntano al nostro sito. Il secondo, invece, è legato al numero di siti unici che ci linkano; quest’ultimo è un dato che chiunque usi la Search Console di Google dovrebbe vedere e poter consultare molto facilmente (Traffico di ricerca -> Link che rimandano al tuo sito).

Numero di domini che ci linkano

Si tratta del numero prima di “domini principali che presentano link a pagine sul tuo sito“, in pratica.

Eccovi invece, qui sotto, il grafico di backlinko.com che descrive esattamente questa situazione: i siti in prima posizione avevano tutti, secondo loro, almeno 300 backlink da domini distinti in ingresso, e se questo numero diminuisce peggiora progressivamente il posizionamento (a 150 siamo già in seconda posizione). Possiamo assumere che NUMBER OF REFERRING DOMAINS e domini principali che presentano link a pagine sul tuo sito coincidano, in questa sede, concettualmente.

Ripeto, è solo una correlazione e non dimostra nulla di realmente scientifico, ma pensiamola in modo costruttivo / creativo: quando fate link builing sembrerebbero comunque meglio 10 backlink da 10 domini distinti che 100 da uno singolo. Questo perchè tale varietà in ingresso è un ingrediente che da’ molti benefici, e l’ho constatato soprattutto nel medio-lungo periodo su vari siti che ho curato lato SEO. Se ci fate caso, tra l’altro, 300 è una soglia critica per moltissimi miei siti web; quelli che vanno sui 400/500 domini unici che li linkano, di norma, non sono tantissimi o hanno, in media, uno storico estremanete robusto, una buona organizzazione e raramente – credo – hanno sofferto di veri problemi di posizionamento.

Nel caso che ho riportato in screenshot, si tratta di un sito su cui ho effettuato un’attività di base “leggera”, per cui si posiziona bene solo su ricerche “facili” e senza concorrenti particolarmente agguerriti. Potrei riportarne almeno altri tre in cui quel numero da 27 diventa rispettivamente 120, 190 e 318, e per cui le soddisfazioni in termini SEO sono ad essi proporzionali, in qualche modo.

Distribuzione delle anchor text

Sul secondo punto, è almeno da tempi di Google Penguin che sentiamo demonizzare la link building con anchor text mirate: io stesso, ormai, tendo ad acquisire in maniera pseudo-casuale le ancore, ovviamente tenendo sempre in mente la “zona” concettuale del sito, e mai mettendo sempre in evidenza la stessa parola / frase. Il punto è che, come scrive Backlinko stesso, questa pratica è rischiosa ma (e qui entro nella considerazione personale) per una ragione diversa da quella che si sente in giro: è rischiosa perchè viene fatta in modo quasi sempre – uso un eufemismo – privo di stile (se credete che lo stile non c’entri nulla con la SEO, evidentemente pensate pure che il web sia fatto di bot che cliccano a casaccio su qualsiasi cosa, e non di persone sempre più smaliziate, informate ed “agguerrite”). In certi casi la Link Building si continua a fare via software tarati male, usati peggio e concepiti in maniera astrusa o “meccanica”, per cui – messa così – è ovvio che diventi una pratica sconsigliata: è comunque davvero difficile farla bene senza “farsene accorgere“, ed io stesso sto studiando da anni delle strategie che mi consentano di farlo in questo modo. Dateci dentro sotto questo punto di vista, perchè i risultati buoni – prima o poi – arriveranno anche da qui.

Conclusioni

Proviamo quindi a tirare le somme (i pigri potrebbero anche leggere direttamente qui, ma saltando i vari passaggi, si perderanno un po’ di dettagli importanti):

  1. ottimizzare una pagina web rispetto ad una ricerca significa, anzitutto, saper scegliere la pagina (o le pagine!) che sia la migliore “candidata”; trovatele, e cercate di capire bene il perchè convenga, o meno, ottimizzarla;
  2. il discorso della pertinenza è essenziale (ed ancora ignorato o peggio snobbato da molti) nella SEO, perchè (specie negli ultimi anni) a funzionare meglio sono le pagine che effettivamente rispondono “meglio” (più velocemente, più estesamente ecc.) alla “domanda” fatta a Google;
  3. se assumiamo che le anchor text siano importanti per la SEO, resta comunque essenziale saper linkare il sito dall’esterno: nel dubbio, suggerisco sempre di usare anchor text brandizzate sul nome del sito per limitare i rischi;
  4. infine provate ad aumentare, da oggi al prossimo mese ad esempio, il numero di domini unici che linkano il vostro sito; è un fattore facile da misurare, abbastanza intuitivo e spesso vitale (anche se non sempre: di solito lo è se sussistono idonee pre-condizioni di qualità, cioè se il sito è fatto davvero bene sotto ogni punto di vista). Nella mia esperienza, conosco un buon sito (che ho curato per un anno circa) linkatissimo e molto seguito – non dico quale, soprattutto perchè non avrei modo di chiedere il permesso di pubblicare quei dati – con oltre 500 domini unici linkanti ed un posizionamento invidiabile per molte query di ricerca anche molto competitive. Sarà stato un caso, certo, ma di sicuro era un indice di cose fatte come si deve, e non dovrebbe meravigliare il fatto che oltre la metà di quei link siano stati spontanei (lo so per certo, perchè ci ho lavorato per un bel po’). Certo non giurerei sul fatto che se ci arrivate anche voi ne godiate lo stesso, ma certamente fare link building con più di 500 domini unici distinti che ti linkano resta un obiettivo difficile, ma comunque sano e “salutare”. Provateci: è un bel modo, secondo me, per impattare le difficoltà della SEO.

Ecco perchè ho linkato quell’articolo: non tanto per il suo valore effettivo – che tendo comunque a smorzare al 50% dei toni; il mio ruolo scettico / rompiscatole me lo impone! – quanto perchè pone due spunti importanti e riscontrabili nella mia attività. Ecco perchè, alla fine, ho deciso di parlarne nel blog; e spero davvero che sia stato utile anche a te.

Originally posted 2016-12-16 19:57:19.

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Il keyword stuffing ci ha fregati

ranocchie - questo è l'attributo testo alternativo

In ambito SEO tutti dovremmo conoscere il keyword stuffing ed i problemi che può causare: su tutti, un prolificare di pagine web inutili per gli utenti, difficili da consultare e – nonostante tutto – spesso capaci di primeggiare sui motori di ricerca. Probabilmente è la tecnica (errata) più elementare che si conosca, e sfido qualsiasi SEO a non riconoscere di aver provato, anche solo a livello di test, ad “ottimizzare” una pagina in questo modo balordo. Se questa pratica serve a fare esperienza e ad evidenziare i limiti dei motori di oggi, seppur in misura inferiore rispetto al passato, non può fare parte di alcun tipo di strategia seria.

Sappiamo bene, insomma che una pratica del genere è altamente sconsigliata, e che risulta controproducente e rischia solo di fare del male al nostro sito, danneggiandone la reputazione agli occhi di Google e rischiando penalizzazioni pesanti. La SEO va vista in ottica più ampia, e valutata caso per caso a partire soprattutto dal profilo medio degli utenti attivi (es. disposti a comprare, interessati ad abbonarsi ecc.) che cercheranno il nostro sito.

Volendo vedere la questione da un’ottica leggermente diversa, ci sono molti SEO che tendono a rivalutare impropriamente questa tecnica: mi è capitato più volte di leggere articoli incentrati sulle “tecniche” di scrittura per posizionare un articolo in prima pagina, ad esempio. L’approccio sembra quasi convincente, anche ad uno scettico per natura come il sottoscritto, non fosse altro che era affrontata in maniera concreta & convincente e che spesso, per nicchie particolari, si riesce a posizionare un articolo molto bene (ed altrettanto rapidamente) addirittura senza fare link building (tipicamente, nella mia esperienza, sfruttando domini con alto trust o con uno storico di spessore). Caso specifico, comunque, ma con cui bisogna fare i conti: in questi casi non è affatto raro che l’articolo “ottimizzato” così sia in prima pagina, e presenti una ripetizione sconcertante della stessa parola chiave, evidenziata in bold poi inserita a casaccio nel titolo, ripetuta all’infinito come se i lettori fossero scemi – quando in realtà sarebbe bastata scriverla una volta o due, anche per rispetto alla lingua italiana. Ci si convince facilmente che la causa (falsa causa!) per cui un articolo si posiziona bene su Google sia da attribuirsi spesso, specie nel caso di content marketing improvvisato, al keyword stuffing.

Nel fare questo genere di considerazioni fuori target, insomma, è bene ricordare ancora una volta che correlation does not imply causation: in altri termini, ricordatevi sempre che fattori tipo keyword stuffing noi pensiamo siano irrinunciabili o vitali, ma in realtà non è dimostrabile che abbiano nulla a che fare con la SEO. Questo secondo la logica ingannevole della generalizzazione indebita, o peggio ancora principio della falsa causa: in parole semplici, è fin troppo facile in ambito SEO attribuire a cause ridicole fenomeni – come il posizionamento su Google – su cui nessuno saprà mai davvero nulla. Siamo d’accordo che quegli articoli sono in prima pagina, ma 1) è abbastanza certo che siano bombardati da negative SEO di frustrati vari 2) è altrettanto sicuro che siano segnalati come spam 3) di certo la concorrenza non starà a guardare e le cose è plausibile che cambino nel medio periodo. La realtà delle cose vorrebbe, insomma, più saggiamente considerare una molteplicità di fattori in ballo, che possono andare dalla reputazione del sito che pubblica l’articolo, al numero ed al tipo di citazioni spontanee che è riuscito ad attrarre (autorevolezza), all’età ed allo storico (numero di pagine indicizzate) del dominio, al numero di riferimenti esterni alla pagine e così via. Esiste un contro-test molto facile da effettuare: provare a pubblicare su Storify o siti simili una pagina web con keyword stuffing, e vi renderete conto di quanto sia difficile / impossibile riuscire a posizionarla su una chiave competitiva. Parlo ovviamente di ricerche almeno un minimo competitive, non di quelle che interessano il pub sotto casa con 30 clienti a settimana.

Se è vero che qualche tempo fa il keyword stuffing se non altro si nascondeva ai visitatori via CSS (se non altro, nascondevi la spazzatura sotto lo zerbino), adesso mi pare che questa tendenza sia addirittura scomparsa: la nostra spazzatura ve la mostriamo, è “bella” e ce ne vantiamo pure. In questi casi, si ha più rispetto delle norme fallaci di Google che dei propri clienti/utenti, quando sono questi ultimi che andrebbero più rispettati di tutti.  A certi blogger eccita parecchio, ancora oggi, fare keyword stuffing, e se ne vantano pure.

Più plausibilmente pero’, il loro posizionamento buono deriva da altri fattori che nessuno sta ancora realmente considerando, e che una volta individuati ci permetterebbero davvero di fare la differenza, e fare finalmente concorrenza seria, ai suddetti. Riuscite ad individuare questi fattori? Personalmente sono riuscito a capire quali siano, almeno in parte, solo dopo aver lavorato duramente su un settore specifico (quello degli hosting web) per molti anni, spesso a contatto con la mentalità di queste aziende e cercando di profilare delle personas, cioè dei “profili medi” di chi cerca un servizio di hosting.

Ad esempio:

  1. una pagina ottimizzata dedicata a Mario, un freelance squattrinato che cerca hosting per WP rigorosamente economici;
  2. un’altra pagina incentrata sulle offerte per l’utenza media di Luigi, Gianfranco e Gennaro, il “nocciolo duro” che poi compra la maggioranza delle offerte;
  3. una pagina ulteriore dedicata a Donald, CEO di un’azienda di software alla ricerca di un server dedicato per i servizi che dovranno pubblicare ai propri clienti;
  4. l’idea, insomma, è che dovremmo superare l’idea di keyword stuffing per concentrarci su quella di ottimizzazione del cliente medio, del visitatore occasionale che potrebbe un giorno imbattersi nel nostro sito, e metterlo da subito in condizione di trovare ciò che si aspetta in modo “su misura” per lui;
  5. …e così via, mettendo in coda ad ogni domanda e ad ogni rispettiva personas l’ulteriore richiesta: cosa potrebbero cercare, realisticamente, queste persone?

Partendo da questo è quantomeno più logico costruire pagine web ottimizzate e potenzialmente più facili da ottimizzare, senza contare che poi lo stile (o la tecnica) di scrittura non rispondono a principi assoluti ma rigorosamente relativi: faccio sempre l’esempio, tra colleghi, che se pagine scritte male in italiano insospettiscono e non fidelizzano l’utente che compra gadget tecnologici costosi (e che magari è un nerd della letteratura), probabilmente funzionano benone per promuovere servizi per adulti.

Probabilmente chi si aspettava formule magiche per la SEO rimarrà deluso dalla lettura di questo articolo; ma tutti gli altri, forse, avranno trovato qualche spunto per ragionare di più sulle proprie attività di ottimizzazione.

Originally posted 2016-11-10 12:03:57.

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Come fare disavow di un link

Introduzione

In questo articolo proverò a descrivere nel dettaglio il funzionamento del link per il disavow dei link, cioè il tool ufficiale di Google che permette di effettuare il rifiuto dei backlink “sospetti”. Ipotizziamo di stare cercando di posizionare il nostro sito su Google, senza successo: lo scenario tipico potrebbe essere legato alla presenza di link “tossici” che impediscono al sito di decollare. Si presuppone, prima di procedere nel disavow, che almeno la maggioranza dei backlink sospetti sia stata rimossa manualmente, e questo si può fare:

  1. cercando di far rimuovere manualmente il link (se proviene da un forum, ad esempio, si può segnalare la situazione agli amministratori, oppure se proviene da un commento di un blog si dovrebbe chiedere al blogger);
  2. provando a contattare il webmaster via email o telefono che ci linka male, e chiedendogli di rimuoverlo (in certi casi preannunciare bonariamente di usare il disavow contro il sito “cattivo” può essere una buona idea)
  3. eventualmente, in fase finale o in mancanza di altre alternative, segnalando il link sospetto con il tool antispam di Google (cosa che suggerisco di fare comunque).

Come usare il disavow tool di Google

Per poter attivare a vantaggio del proprio sito il rifiuto dei backlink è necessario anzitutto registrare nella Search Console di Google il sito per cui intendiamo effettuare l’opera di pulizia: tale pulizia può essere, contrariamente a quello che si pensa, determinata sia da una penalizzazione esplicitamente notificata, sia da una semplice azione preventiva su iniziativa del SEO, ad esempio al fine di sconfessare link di spam o come risultato di una negative SEO.

Attenzione a quello che fate

In linea di massima, azioni SEO sconsiderate, miopi, incompetenti o poco prudenti potrebbero portare alla necessità di usare il tool in questione. Se usiamo il disavow in modo scorretto, comunque, rischiamo di compromettere i posizionamenti positivi che abbiamo ottenuto col nostro sito, per cui non conviene usarlo con troppa disinvoltura e se non abbiamo molta esperienza in ambito SEO. Google stessa invita ad usare questo strumento con cautela, anche perchè in certi casi non è realmente necessario farne uso. Se avete un certo numero di siti che non volete che vi linkino, o che sono ad esempio fuori tema, visibilmente spam o palesemente inutili, il tool disavow fa esattamente al caso vostro, ed è uno strumento mirato e (parere personale) enormemente utile.

Disavow tool nella pratica

Chiarite le circostanze per cui si usa il tool per il disavow, passiamo ad un esempio concreto di uso del disavow.

Fase 1: apriamo un file di testo ed inseriamo, per righe, tutti gli URL dei siti che desideriamo sconfessare o “bannare” dal nostro profilo di link in entrata. Possiamo inserire in questa fase sia URL assoluti (www.sitomoltocattivo.it, ed in questo caso bisogna premettere la stringa domain:) che URL specifici (www.sitomoltocattivo.it/pagina.html, ed in questo caso basta riportare l’URL con http:// o https:// davanti). Se dobbiamo inserire commenti utili per lo staff di Google (cosa che normalmente faccio in questi casi), premettiamo alla riga un simbolo #.

Un esempio di file disavow è il seguente:

# non riesco ad eliminare questi link
# questo è un commento per lo staff di Google (lo leggeranno davvero?)
http://spam.prova.com/stuff/abc.html
http://spam.prova.com/stuff/cde-fgh.html
# questo dominio mi copia tutti i contenuti (scraper)
domain:sitocopione123.it

Più link sospetti riusciamo a trovare meglio sarà, in questa fase, ma assicuratevi di avere un criterio uniforme per giudicare bene o male un backlink; in casi drammaticamente spammati, inoltre, potreste pensare di esportare tutti i backlink dalla Search Console in un file Excel, e poi andare a prendere i singoli URL da lì, e giudicarli bene o male uno alla volta. Tutti i “cattivi” finiranno nel file disavow, editato come descritto poco fa. È un lavoraccio, come potrete facilmente intuire, ma in molti casi vale la pena farlo (e i ranking persi si riescono a recuperare, in molti casi reali da me trattati).

Il file creato dovrete salvarlo come file di testo, ad esempio disavow.txt, dove in generale troveremo un commento o un singolo indirizzo o dominio per riga.

Fase 2: Abbiamo un disavow già pronto? Perfetto, possiamo andare su https://www.google.com/webmasters/tools/disavow-links-main e scegliere, a questo punto, il sito da ripulire (deve essere registrato nella Search Console).

Scegliamolo, e facciamo click su Rifiuta Link.

Schermata 2016-07-30 alle 10.15.03Fase 3: cliccate su “Rinnega link”, poi su “Seleziona file”, scegliete il file di testo disavow.txt appena creato, caricatelo. Cliccate su “Invia” per confermare.

Conclusioni

La procedura di segnalazione finisce qui: se avete ricevuto una penalizzazione manuale da Google, vi sarà notificato l’esito dell’operazione dopo circa 15-20 giorni (in media). Se invece avete effettuato (sperabilmente in modo oculato) il vostro disavow per pulizia preventiva, non vi sarà notificato nulla in particolare ma il lavoro sarà comunque stato fatto.

È anche possibile annullare l’invio di un file disavow, in genere, se ad esempio vi rendete conto di aver peggiorato qualche ranking su Google positivo. Per cui usare questo strumento con terrore nell’anima come molti suggeriscono di fare, secondo me, ha poco senso: l’essenziale è usarlo coerentemente alle proprie politiche SEO, che devono certamente essere ben definite.

Se vi interessa approfondire l’argomento disavow di Google, ho spiegato in un articolo su SEJ una procedura di disavow completa e dettagliata (in inglese, copia qui e qui) che ho effettuato qualche tempo fa.

(fonte)

Originally posted 2016-07-30 08:36:35.

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Senza SEO non sul web non esisti, ecco perchè

SEO è diventata una parola estremamente popolare sul web e in svariati ambiti lavorativi, ma è tuttora soggetta ad una serie di abusi e incomprensioni che sono diventate, purtroppo, spesso parte delle convinzioni (errate) di buona parte dei suoi stessi addetti ai lavori. Capirne l’importanza passa per considerare una serie di casistiche tipiche, che andremo ad elencare in questo articolo.

Per valutare in positivo le attività SEO (che vanno fatte comunque con cognizione di causa, mai affidandosi al dilettantismo imperante dei troppi blog e forum di settore) basterebbe considerare ciò che dicono gli utenti comuni sui motori: se non sei su Google, non esisti. Se sei facilmente reperibile da una ricerca molto comune, gli utenti tendono a darti credito – e questo, a volte, a prescindere dai tuoi effettivi meriti e popolarità; Google lo sa, per inciso, ed è per questo che ha stabilito numerosi interventi algoritmici sui criteri per classificare i siti, cercando di evitare ad esempio che siti di natura dubbia o pericolosa finiscano in prima pagina per le ricerche più delicate (ad esempio inerenti la medicina). Basta questo per rendere le attività SEO, cioè l’ottimizzazione del proprio sito sui motori di ricerca da vari punto di vista, per poter stabilire con certezza che è un’attività basilare di qualsiasi attività interessata ad operare online, nonchè l’unico vero modo per portare traffico mirato e visitatori interessati dai motori di ricerca.

Del resto non sempre gli utenti sanno cercare su Google nel modo giusto: è importante conoscere il mezzo e l’uso che tendiamo a farne, e ne parlo nel mio post di approfondimento che ho intitolato, forse un po’ pretenziosamente, come cercare su Google. Non tutti useranno operatori di ricerca e query avanzate, ma di sicuro sarà interessante confrontarsi e riflettere anche su questo.

Premesso questo, procediamo con i 10 punti fondamentali per capire l’importanza della SEO.

  1. La SEO riguarda i benefici in generale (non solo “essere primi su Google“) che possiamo trarre per il nostro sito dai motori di ricerca, per cui: posizionamento nelle SERP di Google e Bing, tasso di click, visite grezze, conversioni sulle pagine dell’e-commerce e così via. Nessuna tecnica e nessun consulente può garantire che finirete in prima pagina col vostro sito, a meno che non stia barando e stia usando Adwords per farlo.
  2. La SEO non è un’attività asettica da svolgersi in una stanzetta, ma deve considerare anzitutto il contesto in cui si trova a dover operare.
  3. La SEO non riguarda la semplice manipolazione di attributi e tag HTML, perchè sarà sempre necessario conoscere il contesto e lo scopo del sito.
  4. La SEO cerca di migliorare il migliorabile, ma in presenza di scarso materiale o di contenuti di bassa qualità potrà difficilmente portare giovamento. Uno dei suoi punti cardine di discussione, in effetti, sta proprio nella definizione di “qualità”: un concetto relativo al sito ed ai suoi visitatori ideali.
  5. La SEO è un’attività misurabile, cioè è possibile comprenderne l’efficacia solo dopo aver fissato degli obiettivi da raggiungere. Tali obiettivi si stabiliscono entro un periodo minimo di lavoro, che è il periodo minimo richiesto perchè l’azione abbia efficacia sul sito (tipicamente è un minimo di 6 mesi).
  6. La SEO è un’attività da svolgersi armoniosamente con il piano editoriale del sito interessato all’ottimizzazione, ed essa stessa presuppone una pianificazione, una strategia condivisa ed una forte collaborazione tra tutti i principali settori dell’azienda.
  7. La SEO non evoca valori universali, nel senso che ogni sito trarrà giovamento da attività, strategie e accorgimenti individuali che sono quasi sempre circoscritti, per cui non è detto che la concorrenza, imitandola, possa trarne giovamento. Quindi, in parole povere, non limitatevi a copiare le attività tracciabili della concorrenza, per quanto ciò possa spesso fornire spunti lavorativi piuttosto concreti.
  8. La SEO è una strategia editoriale a tutti gli effetti, per quanto non tutti i siti abbiano questa natura e non sempre sia possibile intervenire sugli stessi.
  9. La SEO vive di un’attività di acquisizione di backlink esterni o link building, che rappresenta ad oggi buona parte della sua sostanza, a patto ovviamente che sia coniugata con attività di ottimizzazione onsite ragionevoli e coerenti. La misura in cui ciò avviene, nota bene, può variare molto da sito a sito. Di solito solo chi non sa fare link building (oppure è in crisi mistica) tende a sostenere che sia un’attività poco o per nulla utile o “superata”, come a volte si sente dire.
  10. La SEO è un mix tra tecnica e creatività, nel senso che servono entrambe: la tecnica per sapere quali “viti” devono essere girate, la creatività perchè, banalmente, solo di tecnica non si campa.

Per approfondire questo approccio potete leggere il mio ebook SEO Pratico, pubblicato quest’anno su Amazon.

Originally posted 2016-10-18 11:42:43.

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Parallelismi tra i SEO italiani e la scena hip hop

I SEO in Italia spesso si comportano esattamente come i rapper de periferia, ecco perchè:

  1. Vanno in giro a dire di essere i migliori al mondo, e che nessuno può competere con loro.
  2. Dissano periodicamente qualche collega, cioè cercano di metterlo in difficoltà polemizzando sui suoi interventi e dicendo che “yo, tu hai torto e la SEO è morto“.
  3. Riescono a fare molte parole, un po’ meno a livello di fatto (questa è una colpa più per un SEO che per un rapper, in effetti, che con le parole in un certo senso ci mangia).

Voi cosa ne pensate?

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Comprare link per la SEO senza farsi scoprire

Vista la complessità dell’argomento, a fronte di un numero di richieste considerevoli (specie da parte dei meno esperti e di chi, soprattutto, è convinto di aver capito tutto), ho diviso la trattazione in due parti. Prima parleremo dei criteri che certamente NON funzionano, o quantomeno possono guidarci solo in parte, e poi parleremo di tutti i possibili criteri per valutare un link, incluso il sistema che adotto io.

Amo da sempre andare alla ricerca delle tecniche di link building, il tutto mediante una domandina che mi ispira da anni:

Perchè una persona dovrebbe mettere un link al mio sito?

Se riuscite a trovare una pezza giustificativa decente a questa insidiosa domanda, la vostra link building sarà ben fatta, e non dovreste avere problemi di penalizzazioni. Diversamente, valutate bene la vostra scelta di acquisto di un link.

“…tutto un magna-magna”!

Prima di leggere qualsiasi altra cosa, fate pace con questo semplice concetto: non esistono oscuri complotti per non farvi uscire visibili sui motori, non è “tutto un magna-magna” e Google non è un mostro malvagio da combattere. È certamente un colosso che arriva ormai a dettare la linea editoriale del web – e questo va tenuto nel debito conto, naturalmente – ma guai a diventare complottisti, o pensare che nessuno ci voglia aiutare e che gli altri siano maliziosi e cattivi: molte volte, chi pensa così lo fa perchè è il primo a pensarla così.

Liberate la vostra mente, siate positivi e sognate un po’ di più, se possibile – anche in queste cose aiuta.

Cosa dice Google

Prima di procedere oltre, è bene tenere conto di un fatto importante: Google vieta l’acquisto di link al fine di migliorare il posizionamento in modo artificiale. Più precisamente, lo vieta qualora sia finalizzato ad alterare in modo forzato i posizionamenti del vostro sito, facendovi ottenere un ranking che (come dico sempre durante gli eventi formativi) “non vi meritate“. In altri termini non è permesso:

[…] l’acquisto o vendita di link per aumentare la classificazione PageRank. Ciò include lo scambio di denaro in relazione a link o post che contengono link, lo scambio di beni o servizi in relazione a link o l’invio a qualcuno di un prodotto “gratuito” in cambio di una recensione positiva e dell’inclusione di un link.

Notiamo di passaggio come:

  1. “classificazione PageRank” sia da intendersi come posizionamento, dato il contesto.
  2. Non tutte le trattative di compra-vendita link sono “illegali” (si è usato il termine illegali per anni, in questo ambito: neanche Google fosse uno Stato!). Sono illecite le operazioni che alterano apertamente il PageRank, secondo una serie di situazioni abbastanza difficile da teorizzare. Per inciso: se dovessi pagare un tizio per pubblicare un articolo a favore della mia azienda su un altro portale, è sacrosanto che lo paghi. Semmai è sbagliato farlo con l’idea intenzionale e spudorata che questa mossa faccia il mio vantaggio in termini di ranking su Google. Differenza sottile: il lavoro altrui si retribuisce (e ci mancherebbe che no), pagare link per alterare il posizionamento invece è deleterio.
  3. Non è detto che una compra-vendita illegale preveda scambio in denaro (ovviamente Google non è l’Agenzia delle Entrate), perchè può anche prevedere scambio di “favori” o regali, in cambio di link. In questa sede ho sempre pensato che sia penalizzante un acquisto di backlink artificiali (schemi di link), riconoscibili anche dal fatto che normalmente non avreste mai avuto un backlink di quel tipo. Fate attenzione, quindi, a pubblicare link all’ecommerce del vostro amico che poi vi offre da bere, perchè tecnicamente rientra in un caso proibito.

In generale le cose sono purtroppo complicate, e in questo delicato scenario i SEO si regolano così: in linea di massima (almeno per me), le trattative di compra-vendita sono da scartare in 8 casi su 10. Questo per dei buoni motivi:

  • esiste un sottobosco di backlink di bassissima qualità venduti a peso d’oro (che convengono solo a chi vende, e rasentano la truffa, a volte); quasi sempre se vi affacciate sul mercato ne troverete con facilità;
  • molti link in vendita sono “pompati” ad arte, ad esempio si tende ad incrementare il valore dei vari indici senza badare alla qualità;
  • acquistare link illude le persone di aver finito magicamente di fare SEO, quando è solo una parte (eventuale, peraltro) di un processo editoriale lungo e dalle molteplici insidie.

Chiarito questo, parleremo dei 2 casi su 10 residui in cui convenga comprare backlink, o si debba scegliere – tra più offerte – quale ci convenga di più.

Come valutare quali backlink prendere

In genere se vogliamo aumentare il valore SEO del nostro sito e migliorarne i posizionamenti, dobbiamo fare una serie di scelte sensate nell’ecosistema del web. Scegliere i link giusti è fondamentale ed è difficile, visto che non avremo garanzie di successo in nessun caso – e dobbiamo fare attenzione a non comprare link irrilevanti o (peggio) penalizzanti.

Per fare questo, la scelta può essere guidata da criteri quantitativi (indici, stima del bacino di utenza, indicizzazione, stima del ROI) ma anche qualitativi (valutazioni puntuali sui singoli siti “ospitanti”, qualità dei testi, utilità del sito).

Partiremo dall’analisi dei criteri quantitativi, o numerici.

Criteri per valutare un link: gli indici PA, PR, DA, …

Ho parlato approfonditamente di cosa significhino i principali indici SEO, che poi non solo altro che l’equivalente di un FTSE MIB o di un FTSE Italia Mid Cap (gli indici che rappresentano sinteticamento l’andamento in Borsa). In pratica, i vari PA, DA, e compagnia offrono una valutazione numerica sintetica, cioè un numero (ad esempio da 1 a 100) che tipicamente non dovrebbe essere troppo basso – altrimenti significa che il link “vale poco”. Ogni indice misura una cosa diversa, per cui è opportuno effettuare sempre una valutazione collettiva su più indici e non basarsi mai su uno solo.

Un solo indice dal valore elevato non implica automaticamente che un link da quel sito valga i soldi che ci spendiamo, così come uno basso non significa che il link faccia schifo. Sono valutazioni approssimative in cui conta moltissimo la buonafede di chi quel link ve lo piazza sul mercato. Rientra nella valutazione, tra l’altro:

  • il fattore tempo: gli indici del database dei vari PA, DA, CF, TF o ZoomAuthority sono aggiornati non sempre in tempo reale (specie nelle versioni free o di prova). Questo significa che il valore che valuteremo (ad esempio 43/100) potrebbe essere vecchio o non attualissimo, e quindi poco utile alle nostre valutazioni. In un certo senso, quindi, investire su un backlink è anche un investimento a medio-lungo periodo, visto che ci aspettiamo un rientro di visibilità sui motori dalla sua presenza – e per inciso andrebbe fatto lo stesso discorso per quello che riguarda i contenuti.
  • le circostanze: si può comprare un link anche da un sito “piccolo” che abbia grosse prospettive di crescita, ad esempio. Nessuno vi vieta di comprare link da bei piccoli siti, con l’idea che quel backlink possa portare benefici nel lungo periodo (ad esempio se sapete che il webmaster ci sta investendo tanto in tecnologia, contenuti e via dicendo). È anche un azzardo, chiaramente, e fare questa scelta implica un livello di fiducia sopra la norma, ma in molti casi mi è capitato di provarci – e nel medio-lungo periodo ha quasi sempre funzionato.
  • rivalutare il significato del dire che un sito “vale poco” – nella mia esperienza i siti che valgono poco dal punto di vista di MOZ o di SEOZoom sono – detto in modo più garbato – siti che esistono da poco. Attenzione quindi a snobbare siti potenzialmente validi accecati dalle valutazioni dell’indice SEO di turno. Certo se siete venditori tenderete a magnificare gli indici alti e a nascondere o ignorare quelli bassi, viceversa se siete compratori vi esalterete per un PA a 90: bisogna capire, pertanto, che si tratta di indici approssimativi (che non possono tenere conto, ad esempio, dell’eventuale idea “geniale” dietro ad un sito) e che le metriche non sono la Bibbia: vanno sapute leggere e contestualizzare.

Ma quanto è affidabile un indice SEO?

Si tratta comunque di una stima, quella degli indici SEO, che potrebbe essere sbagliata (per motivi tecnici) o “dopata” (perchè il venditore vuole vendervi fuffa, in sostanza). Ho sempre sostenuto che molti indici SEO non valgono quanto i loro promotori vorrebbero, e questo per una falla logica fondamentale: contrappongono alla “scatola nera” in cui funziona Google una “scatola nera col fiocchetto” preparata da loro, che tecnicamente non dice nulla di più.

Non mi è mai capitato di vedere pubblicati i dettagli con cui viene calcolato un indice PA, ad esempio, e certo se ciò avvenisse sarebbe un vantaggio per tutti. Un indice SEO è un indice, e se fanno i misteriosi su come lo calcolano non aiutano nessuno. Ecco perchè nessun indice è la Bibbia: dal mio punto di vista, poi, varrà di più se i programmatori ci diranno come lo calcolano (in modo scientifico e senza vaghezza, ovviamente). Sarebbe un fattore di trasparenza importante per il mercato dei link, ed aiuterebbe ad evitare truffe e valutazioni sovrastimate o “dopate”, finalmente. Chi obietta a questo ragionamento il fatto che rendere un indice open porterebbe le persone a sfruttare quell’algoritmo open per dopare la valutazione, non ha ben chiaro il problema: il doping degli indici è spudorato anche ora, quantomeno rendendo gli algoritmi open source avremmo modo di scoprire facilmente chi bara. Cosa, come noto, impossibile ad oggi.

Il senso del discorso è: in mancanza d’altro, non valutate mai un backlink con un singolo indice, ma usatene almeno un paio diversi. Se le valutazioni sono tutte negative o tutte positive, potete stare abbastanza sicuri dell’affidabilità della valutazione – diversamente l’indice potrebbe essere stato “gonfiato” artificialmente dal SEO per avere un valore più alto (ci sono tecniche per alterare questi valori disponibili per tutti, sul web), o potrebbero essere situazioni in corso di cambiamento.

Criteri per valutare la convenienza di un backlink: il contesto

Il contesto è uno degli elementi principe per valutare in positivo la possibilità di un backlink, e si potrebbero identificare alcuni casi ideali in tal senso:

  • un sito del settore o della concorrenza che per qualche ragione ci linki (sembra strano, ma succede: un paio di web hosting con cui lavoro, ad esempio, ha citato il mio sito come esempio di affiliato virtuoso, e che convertiva più di altri)
  • un sito simile al nostro che ci citi come fonte, sia in positivo che in negativo (classiche discussioni tra punti di vista da blogger, ad esempio)
  • il sito di un partner a qualsiasi livello a cui si chieda un link, o che ce lo conceda per qualche ragione, e che abbia ragione di esistere ovviamente.

Ovviamente i link da siti che non c’entrano nulla con il nostro sono da scartare a prescindere, a meno che non si tratti di casi di casi particolari di cross-posting: ad esempio, il mio sito sui pagamenti online è stato linkato qualche settimana fa da un travel blog, e questo perchè avevo postato un tutorial su come regolarsi con le prenotazioni e gli annessi pagamenti mediante Booking.

Insomma se c’è un link dovrebbe sempre esistere un collegamento tra gli argomenti dei due siti, diversamente il rischio penalità è alto.

Criteri per valutare la convenienza di un backlink: la posizione

In genere i backlink preferibili provengono dal corpo degli articoli, con qualche eccezione di rilievo: questo sia perchè sono visibili, che perchè sono funzionali e perchè potrebbero essere cliccati dai visitatori di quel sito (criterio essenziale, quest’ultimo, quanto sottovalutato). Solitamente, poi, preferisco un unico link secco da un singolo sito, a tanti che si propaghino su varie pagine dello stesso – è spesso un difetto di molti theme, ad esempio nei link dei commenti, ma è ovvio che non sia una regola generale.

Criteri per valutare un backlink: Google

Google può darci criteri molto interessanti per valutare un link da un sito, ad esempio:

  1. proviamo a cercare il nome del sito, eventualmente con l’operatore site:, giusto per capire se su Google il nostro amico ci sia o meno (ovviamente se il sito non c’è, non ha senso investire in link)
  2. proviamo a fare qualche ricerca a tema con il sito ospitante, giusto per capire come risponda, se ci sia qualcosa di significativo e se sia stato ottimizzato, orientativamente (molti siti che vendono link, infatti, sono orribili content farm buttate lì, senza alcuna reale ottimizzazione e con tanta voglia di monetizzare)
  3. diamo uno sguardo anche all’età del dominio: siamo d’accordo, è un fattore SEO che ritorna ciclicamente ed è abusato, ma in molti casi lo storico del dominio aiuta a capire tanto su come quel dominio si sia “comportato” e quanto traffico abbia avuto. Per cui prima fate un bel WHOIS per vedere quando sia stato registrato (è la prima data riportata nella risposta, di norma), e poi vedete se riuscite a vedere come è stato usato in passato da web.archive.org. Con questa tecnica ho evitato più volte di comprare link da siti che hanno contenuto spam per anni, ad esempio.
  4. diamo uno sguardo allo strumento SimilarWeb, perchè per alcuni siti riporta anche gli Analytics pubblici di accesso.

Criteri per valutare un link: fattori qualitativi

Prima di piazzare un link da un sito A (ospitante) al vostro, date un occhio a:

  • la struttura del sito A: in genere i fattori qualitativi che considero sono il responsive, l’usabilità generale, un minimo di grafica decente e tempi di caricamento della pagina accettabili. Se ne manca qualcuno, qualcosa non va.
  • i contenuti del sito A: guardate bene a cosa serve il sito, se secondo voi è utile per l’utente finale, quante persone potrebbe attrarre realisticamente.
  • l’ottimizzazione regressa del sito A: se il sito è ben piazzato su Google su molte ricerche, è un fattore determinante per capire se valga la pena metterci un backlink. Per saperlo potete sfruttare il tool di SEOzoom o ricorrere a ricerche dirette su Google.

Originally posted 2018-06-21 15:55:56.

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Investire sui contenuti: come costruire un sito di successo

Ho dovuto pensare un po’ al miglior titolo per questo articolo, che tocca argomenti non banali ma sui quali credo molto, e che nel tempo mi hanno portato numerose soddisfazioni in ambito web. Il titolo a cui avevo pensato inizialmente, infatti, è “Tutto quello che volevate sapere sui contenuti e che non avete mai osato chiedere“, passando per un “l’altra faccia della medaglia dei backlink” che ho subito scartato, perchè l’avrebbero capito in pochi. Ho preferito sostituirlo con un sano “investire sui contenuti” perchè, secondo me, c’è una sensibilità sviluppata ancora molto poco, sull’argomento. Solo alcuni degli imprenditori sul web hanno realmente capito l’importanza dei contenuti, e soprattutto non riescono a superare una visione miope sul questo (delicatissimo) tema.

In breve si parte da questa considerazione:

Quando si parla di SEO si pensa molto ai backlink (ammesso che se ne capisca seriamente l’uso e l’importanza) e si dimentica che senza contenuti significativi, i link non hanno senso (in nessun caso).

Cosa significa “contenuti”?

Partiamo da una domanda, pertanto: cosa sono i contenuti sul web? So che molti di voi stanno meccanicamente per rispondere “articoli“, e sono già pronti a popolare di “contenuti originali” (il mito inafferrabile con cui sono cresciuto – e diventato SEO – a partire dal 2008) i propri blog e quelli altrui. Ma questa visione denuncia una mancanza di fondo ed una piccola imprecisione: la mancanza consiste nel fatto che i contenuti non sono per forza articoli, l’imprecisione è che non è necessario fare gli scribacchini ad ogni costo per qualsiasi sito, perchè si perde solo tempo a farlo e (soprattutto) porta facilmente fuori strada.

Che tipi di “contenuti” esistono?

I contenuti sul web sono ciò che da’ un senso alle ricerche degli utenti: cercano qualcosa, trovano risposte. Il meccanismo è semplice, ed è spesso ripetuto in più fasi consecutive (più ricerche affinate), dato che è raro trovare quello che si cerca al primo colpo (come dicevo anche qui, parlando delle sessioni di ricerca). Per questo motivo, i contenuti web possono essere:

  1. articoli (ovviamente) più o meno markettari;
  2. FAQ (così facendo, indicizziamo e riportiamo direttamente gli utenti alle risposte che vogliono trovare);
  3. approfondimenti (se la nicchia in cui lavoriamo lo permette);
  4. comunicati stampa (quelli sempre, purtroppo o per fortuna);
  5. pubbli-redazionali (anche qui, stesso discorso che per i comunicati, con la differenza che mi sembrano scritti in modo un po’ meno impersonale);
  6. video ed immagini;
  7. ricerche originali (con il rischio di scrivere fandonie o cose inesatte, ma vanno benissimo se avete ad esempio materiale cartaceo inedito sulla vostra azienda, da mettere sul web per la prima volta);
  8. servizi web (e qui gli esempi si sprecano: piattaforme di ogni genere, trova-prezzi, social network, comparatori di offerte, servizi di prenotazione, generatori di coupon e chi più ne ha, ne metta);

I contenuti sono spesso l’unica cosa che qualifica l’azienda

I più furbi avranno notato, anzitutto, una cosa importante: molte delle aziende più grosse puntano esclusivamente su servizi web funzionali ed unici nel loro genere, come fa ad esempio Booking.com con il suo evolutissimo motore di ricerca. Difficilmente, pertanto, una realtà come Booking si metterebbe ad impestare il web di articoli per parlare di sè in terza persona, ed è questo che ci fa intuire che, certo, comunicati stampa e compagnia sono bellissimi ed utili ma i “contenuti” di valore sono anche altra roba. Bisognerebbe avere la flessibilità di capire questa cosa, di estendere la propria idea di “contenuti” una volta per sempre.

In secondo luogo, i contenuti sono gli unici e soli strumenti per definire l’identità di quello che stiamo offrendo, con il nostro sito, in pasto alla folla: in pratica, quindi, sono il nostro vero biglietto da visita, molto più incisivo e possente di qualsiasi pagina “chi siamo“, di qualsiasi “leader nel settore” che ci auto-attribuiamo, di qualunque scopiazzatura o pagina desiderosa (vanamente) di farci sembrare quelli che non siamo.

Guardate che il pubblico se ne accorge, se bariamo o vogliamo far credere che il nostro negozio di informatica sia in realtà in competizione diretta con la Apple, giusto con sede in provincia. Per cui passiamo direttamente ad un’altra questione cruciale.

Cosa significa “contenuti di qualità”?

Qui entrano in ballo molti stereotipi e risposte abbastanza parziali: ad esempio per un copywriter (scopri il corso di Madri per diventarlo) di professione, qualità implica articoli scritti bene, chiari e senza errori di ortografia o grammatica. Giusto, ma abbiamo appena visto che i contenuti non sono per forza paragrafi di testo: possono essere anche visuali (video o immagini), possono essere anche servizi informatici che forniamo mediante il nostro sito (una pagina di prenotazioni, un trova-offerte di lavoro, un e-commerce, ecc.) i quali dovranno rispettare dei requisiti di base:

  • essere alla portata dell’utente medio che ne usufruirà;
  • essere facili da usare per il target di riferimento;
  • essere in grado di procurare soddisfazione all’utente;
  • essere “grammaticalmente” corretti, e questo vale per le immagini (magari evitiamo quelle troppo pixellose, amatoriali o con ombre sgradevoli) quanto per i servizi web (che è opportuno testare per bene, prima di mandare online).

Pertanto mi pare corretto che “contenuto di qualità” debba coincidere, nell’accezione più generale, con un contenuto che sia ritagliato nel miglior modo possibile sulle effettive necessità dell’utente finale, e non (come spesso accade) brutalmente rifinito sulle nostre egocentriche richieste. Se l’utente chiede chiarezza e semplicità d’uso, diamogliela: se vuole complessità, deve poterla avere. E così via, verso l’infinito e oltre.

Conclusioni

Mi auguro che questo excursus sui contenuti abbia potuto chiarirci le idee in merito: per quanto mi riguarda sono arrivato a queste conclusioni solo dopo anni di lavoro in settori diversi della SEO, per cui non sarà facile arrivarci se – come spesso accade – uno è abituato a pensare alle cose in modo rigido o troppo egotistico. Pensate sempre al target di riferimento, e rifinitelo con attenzione nel tempo: solo così, infatti, col tempo aumenterete le visite ai vostri contenuti.

Originally posted 2018-06-21 15:24:31.

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L’uso sconsiderato delle stopword

I blog SEO di qualche anno fa (ma anche quelli più recenti, per la verità) hanno saputo dispensare delle “perle” in termini di inesattezze, errori grossolani e fraintendimenti davvero memorabili: da ricordare perchè, in effetti, nessuno più faccia stupidaggini col proprio sito o intenda a modo proprio l’attività stessa.

Le liste di stopword sono un argomento chiaramente abusato in ambito SEO, e siccome nessuno ad oggi mi pare abbia voluto o saputo fare chiarezza in merito riprendo l’argomento, anche perchè esiste un uso corretto di queste liste di cui vorrei parlare brevemente. Formalmente,

le stop words sono liste di parole che vengono filtrate durante il processo di filtraggio di un testo scritto in linguaggio naturale (ad esempio in italiano), e rappresentano spesso le parole più comuni di una lingua. Tecnicamente sono usate per ridefinire la pertinenza di un termine di ricerca rispetto ad un documento.

Non esistono liste di stopword universali, ogni linguaggio ne ha più di una ed è possibile ridefinirle per scopi particolari: tutto dipende da quello che dobbiamo fare. Le stopword sono quindi liste di parole chiave da escludere da un contesto: l’errore più comune che fanno i SEO (ancora oggi) è quello di escluderle sistematicamente dal titolo, dall’URL o descrizione di una pagina, perchè così (secondo loro) quella pagina sarebbe “ottimizzata” (secondo loro, naturalmente).

L’abuso di stopword ha portato alla tendenza malsana di moltissimi di riportare i titoli senza congiunzioni e preposizioni, ad esempio:

Lista dei peggiori SEO italiani

diventa, filtrando la stringa con le stopword,

lista peggiori SEO italiani

questo perchè “dei” viene filtrata mediante la lista in questione.In pratica se da una frase scritta in italiano filtriamo le stopword otteniamo – in certi casi – termini di ricerca della coda lunga: questo pero’ non vuol dire che si tratti di una regola editoriale da seguire ciecamente.

Inutile sottolineare che questo uso delle stopword è al limite del demenziale, e questo per una varietà di ragioni:

  1. le stopword non appartengono al settore di competenza SEO, bensì a quello più accademico del text mining; inoltre, alcuni DBMS come MySQL sfruttano questo concetto per migliorare la qualità delle ricerche (InnoDB possiede una lista di stopword integrata);
  2. le stopword non suggeriscono alcun “metodo“, se non in un contesto prettamente programmativo o progettuale – ad esempio: stiamo riprogettando il motore di ricerca di un nostro sito;
  3. l’uso delle stopword è legato ad alcuni vecchi algoritmi di ricerca, e l’unico uso pratico che mi viene in mente è legato alla personalizzazione o ottimizzazione della ricerca… di WordPress (effettivamente ancora carente, e molto diversa da quella di un motore di ricerca);
  4. le stopword che trovate in rete sono quasi sempre poco aggiornate o filtrate in modo arbitrario, in quanto includono termini senza criterio;
  5. all’interno dei risultati di ricerca, molti filtraggi sul titolo vengono effettuati dal motore in modo invisibile, per cui non è affatto detto che il titolo in SERP di Google coincida con quello che abbiamo inserito nel title (per cui, detta diversamente, mi pare inutile concentrarsi su questo aspetto);
  6. non esiste alcun riferimento alle stopword nella documentazione ufficiale dei motori;
  7. non è un modo di “ottimizzare” nulla anzi, al contrario, è un modo per ridurre il “campo d’azione” di una pagina web rispetto alle numerose ricerche che possono portare ad essa;
  8. l’unico uso pratico (a livello di web, se non altro) potrebbe essere legato, a certe condizioni, alla generazione degli articoli correlati. Se poniamo di avere un database di articoli per cui vogliamo progettare un metodo per stabilire la “somiglianza” tra due contenuti, in modo da mostrare articoli “simili” e, di fatto, ridefinire tale concetto, le stopword potrebbero essere utili – soprattutto se la pertinenza del motore di ricerca interno del DB (ad esempio quello di MySQL) è scarsa, non ci soddisfa o non supporta ad esempio la ricerca full-text. In questo caso, le stopword aiutano a filtrare le ricerche di un motore di ricerca interno (ma attenzione, questo è un mondo diverso da quello della SEO: Google e Bing sono molto più complessi ed articolati del motore interno di WordPress o Joomla!) Se ad esempio il titolo di un articolo fosse “Tutorial per accendere lo smartphone“, si può costruire da sè una lista cumulativa di stopword quale {per, lo, accendere}, sottrarlo dalle parole del titolo e rimanere così con i due termini {tutorial, smartphone}: tali termini possono essere facilmente sfruttati come termini di ricerca per trovare contenuti correlati a tutorial (widget “Altri tutorial del sito”) oppure a smartphone (widget “Altri articoli su smartphone”). Attenzione, quindi, che si tratta di una circostanza molto particolare: nella maggioranza dei casi le stopword sono diventate inutili in ambito SEO ed è bene non abusarne, se non si sa bene cosa si stia facendo.

Originally posted 2016-08-06 07:19:45.