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Come fare disavow di un link

Introduzione

In questo articolo proverò a descrivere nel dettaglio il funzionamento del link per il disavow dei link, cioè il tool ufficiale di Google che permette di effettuare il rifiuto dei backlink “sospetti”. Ipotizziamo di stare cercando di posizionare il nostro sito su Google, senza successo: lo scenario tipico potrebbe essere legato alla presenza di link “tossici” che impediscono al sito di decollare. Si presuppone, prima di procedere nel disavow, che almeno la maggioranza dei backlink sospetti sia stata rimossa manualmente, e questo si può fare:

  1. cercando di far rimuovere manualmente il link (se proviene da un forum, ad esempio, si può segnalare la situazione agli amministratori, oppure se proviene da un commento di un blog si dovrebbe chiedere al blogger);
  2. provando a contattare il webmaster via email o telefono che ci linka male, e chiedendogli di rimuoverlo (in certi casi preannunciare bonariamente di usare il disavow contro il sito “cattivo” può essere una buona idea)
  3. eventualmente, in fase finale o in mancanza di altre alternative, segnalando il link sospetto con il tool antispam di Google (cosa che suggerisco di fare comunque).

Come usare il disavow tool di Google

Per poter attivare a vantaggio del proprio sito il rifiuto dei backlink è necessario anzitutto registrare nella Search Console di Google il sito per cui intendiamo effettuare l’opera di pulizia: tale pulizia può essere, contrariamente a quello che si pensa, determinata sia da una penalizzazione esplicitamente notificata, sia da una semplice azione preventiva su iniziativa del SEO, ad esempio al fine di sconfessare link di spam o come risultato di una negative SEO.

Attenzione a quello che fate

In linea di massima, azioni SEO sconsiderate, miopi, incompetenti o poco prudenti potrebbero portare alla necessità di usare il tool in questione. Se usiamo il disavow in modo scorretto, comunque, rischiamo di compromettere i posizionamenti positivi che abbiamo ottenuto col nostro sito, per cui non conviene usarlo con troppa disinvoltura e se non abbiamo molta esperienza in ambito SEO. Google stessa invita ad usare questo strumento con cautela, anche perchè in certi casi non è realmente necessario farne uso. Se avete un certo numero di siti che non volete che vi linkino, o che sono ad esempio fuori tema, visibilmente spam o palesemente inutili, il tool disavow fa esattamente al caso vostro, ed è uno strumento mirato e (parere personale) enormemente utile.

Disavow tool nella pratica

Chiarite le circostanze per cui si usa il tool per il disavow, passiamo ad un esempio concreto di uso del disavow.

Fase 1: apriamo un file di testo ed inseriamo, per righe, tutti gli URL dei siti che desideriamo sconfessare o “bannare” dal nostro profilo di link in entrata. Possiamo inserire in questa fase sia URL assoluti (www.sitomoltocattivo.it, ed in questo caso bisogna premettere la stringa domain:) che URL specifici (www.sitomoltocattivo.it/pagina.html, ed in questo caso basta riportare l’URL con http:// o https:// davanti). Se dobbiamo inserire commenti utili per lo staff di Google (cosa che normalmente faccio in questi casi), premettiamo alla riga un simbolo #.

Un esempio di file disavow è il seguente:

# non riesco ad eliminare questi link
# questo è un commento per lo staff di Google (lo leggeranno davvero?)
http://spam.prova.com/stuff/abc.html
http://spam.prova.com/stuff/cde-fgh.html
# questo dominio mi copia tutti i contenuti (scraper)
domain:sitocopione123.it

Più link sospetti riusciamo a trovare meglio sarà, in questa fase, ma assicuratevi di avere un criterio uniforme per giudicare bene o male un backlink; in casi drammaticamente spammati, inoltre, potreste pensare di esportare tutti i backlink dalla Search Console in un file Excel, e poi andare a prendere i singoli URL da lì, e giudicarli bene o male uno alla volta. Tutti i “cattivi” finiranno nel file disavow, editato come descritto poco fa. È un lavoraccio, come potrete facilmente intuire, ma in molti casi vale la pena farlo (e i ranking persi si riescono a recuperare, in molti casi reali da me trattati).

Il file creato dovrete salvarlo come file di testo, ad esempio disavow.txt, dove in generale troveremo un commento o un singolo indirizzo o dominio per riga.

Fase 2: Abbiamo un disavow già pronto? Perfetto, possiamo andare su https://www.google.com/webmasters/tools/disavow-links-main e scegliere, a questo punto, il sito da ripulire (deve essere registrato nella Search Console).

Scegliamolo, e facciamo click su Rifiuta Link.

Schermata 2016-07-30 alle 10.15.03Fase 3: cliccate su “Rinnega link”, poi su “Seleziona file”, scegliete il file di testo disavow.txt appena creato, caricatelo. Cliccate su “Invia” per confermare.

Conclusioni

La procedura di segnalazione finisce qui: se avete ricevuto una penalizzazione manuale da Google, vi sarà notificato l’esito dell’operazione dopo circa 15-20 giorni (in media). Se invece avete effettuato (sperabilmente in modo oculato) il vostro disavow per pulizia preventiva, non vi sarà notificato nulla in particolare ma il lavoro sarà comunque stato fatto.

È anche possibile annullare l’invio di un file disavow, in genere, se ad esempio vi rendete conto di aver peggiorato qualche ranking su Google positivo. Per cui usare questo strumento con terrore nell’anima come molti suggeriscono di fare, secondo me, ha poco senso: l’essenziale è usarlo coerentemente alle proprie politiche SEO, che devono certamente essere ben definite.

Se vi interessa approfondire l’argomento disavow di Google, ho spiegato in un articolo su SEJ una procedura di disavow completa e dettagliata (in inglese, copia qui e qui) che ho effettuato qualche tempo fa.

(fonte)

Originally posted 2016-07-30 08:36:35.

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Senza SEO non sul web non esisti, ecco perchè

SEO è diventata una parola estremamente popolare sul web e in svariati ambiti lavorativi, ma è tuttora soggetta ad una serie di abusi e incomprensioni che sono diventate, purtroppo, spesso parte delle convinzioni (errate) di buona parte dei suoi stessi addetti ai lavori. Capirne l’importanza passa per considerare una serie di casistiche tipiche, che andremo ad elencare in questo articolo.

Per valutare in positivo le attività SEO (che vanno fatte comunque con cognizione di causa, mai affidandosi al dilettantismo imperante dei troppi blog e forum di settore) basterebbe considerare ciò che dicono gli utenti comuni sui motori: se non sei su Google, non esisti. Se sei facilmente reperibile da una ricerca molto comune, gli utenti tendono a darti credito – e questo, a volte, a prescindere dai tuoi effettivi meriti e popolarità; Google lo sa, per inciso, ed è per questo che ha stabilito numerosi interventi algoritmici sui criteri per classificare i siti, cercando di evitare ad esempio che siti di natura dubbia o pericolosa finiscano in prima pagina per le ricerche più delicate (ad esempio inerenti la medicina). Basta questo per rendere le attività SEO, cioè l’ottimizzazione del proprio sito sui motori di ricerca da vari punto di vista, per poter stabilire con certezza che è un’attività basilare di qualsiasi attività interessata ad operare online, nonchè l’unico vero modo per portare traffico mirato e visitatori interessati dai motori di ricerca.

Del resto non sempre gli utenti sanno cercare su Google nel modo giusto: è importante conoscere il mezzo e l’uso che tendiamo a farne, e ne parlo nel mio post di approfondimento che ho intitolato, forse un po’ pretenziosamente, come cercare su Google. Non tutti useranno operatori di ricerca e query avanzate, ma di sicuro sarà interessante confrontarsi e riflettere anche su questo.

Premesso questo, procediamo con i 10 punti fondamentali per capire l’importanza della SEO.

  1. La SEO riguarda i benefici in generale (non solo “essere primi su Google“) che possiamo trarre per il nostro sito dai motori di ricerca, per cui: posizionamento nelle SERP di Google e Bing, tasso di click, visite grezze, conversioni sulle pagine dell’e-commerce e così via. Nessuna tecnica e nessun consulente può garantire che finirete in prima pagina col vostro sito, a meno che non stia barando e stia usando Adwords per farlo.
  2. La SEO non è un’attività asettica da svolgersi in una stanzetta, ma deve considerare anzitutto il contesto in cui si trova a dover operare.
  3. La SEO non riguarda la semplice manipolazione di attributi e tag HTML, perchè sarà sempre necessario conoscere il contesto e lo scopo del sito.
  4. La SEO cerca di migliorare il migliorabile, ma in presenza di scarso materiale o di contenuti di bassa qualità potrà difficilmente portare giovamento. Uno dei suoi punti cardine di discussione, in effetti, sta proprio nella definizione di “qualità”: un concetto relativo al sito ed ai suoi visitatori ideali.
  5. La SEO è un’attività misurabile, cioè è possibile comprenderne l’efficacia solo dopo aver fissato degli obiettivi da raggiungere. Tali obiettivi si stabiliscono entro un periodo minimo di lavoro, che è il periodo minimo richiesto perchè l’azione abbia efficacia sul sito (tipicamente è un minimo di 6 mesi).
  6. La SEO è un’attività da svolgersi armoniosamente con il piano editoriale del sito interessato all’ottimizzazione, ed essa stessa presuppone una pianificazione, una strategia condivisa ed una forte collaborazione tra tutti i principali settori dell’azienda.
  7. La SEO non evoca valori universali, nel senso che ogni sito trarrà giovamento da attività, strategie e accorgimenti individuali che sono quasi sempre circoscritti, per cui non è detto che la concorrenza, imitandola, possa trarne giovamento. Quindi, in parole povere, non limitatevi a copiare le attività tracciabili della concorrenza, per quanto ciò possa spesso fornire spunti lavorativi piuttosto concreti.
  8. La SEO è una strategia editoriale a tutti gli effetti, per quanto non tutti i siti abbiano questa natura e non sempre sia possibile intervenire sugli stessi.
  9. La SEO vive di un’attività di acquisizione di backlink esterni o link building, che rappresenta ad oggi buona parte della sua sostanza, a patto ovviamente che sia coniugata con attività di ottimizzazione onsite ragionevoli e coerenti. La misura in cui ciò avviene, nota bene, può variare molto da sito a sito. Di solito solo chi non sa fare link building (oppure è in crisi mistica) tende a sostenere che sia un’attività poco o per nulla utile o “superata”, come a volte si sente dire.
  10. La SEO è un mix tra tecnica e creatività, nel senso che servono entrambe: la tecnica per sapere quali “viti” devono essere girate, la creatività perchè, banalmente, solo di tecnica non si campa.

Per approfondire questo approccio potete leggere il mio ebook SEO Pratico, pubblicato quest’anno su Amazon.

Originally posted 2016-10-18 11:42:43.

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Comprare link per la SEO senza farsi scoprire

Vista la complessità dell’argomento, a fronte di un numero di richieste considerevoli (specie da parte dei meno esperti e di chi, soprattutto, è convinto di aver capito tutto), ho diviso la trattazione in due parti. Prima parleremo dei criteri che certamente NON funzionano, o quantomeno possono guidarci solo in parte, e poi parleremo di tutti i possibili criteri per valutare un link, incluso il sistema che adotto io.

Amo da sempre andare alla ricerca delle tecniche di link building, il tutto mediante una domandina che mi ispira da anni:

Perchè una persona dovrebbe mettere un link al mio sito?

Se riuscite a trovare una pezza giustificativa decente a questa insidiosa domanda, la vostra link building sarà ben fatta, e non dovreste avere problemi di penalizzazioni. Diversamente, valutate bene la vostra scelta di acquisto di un link.

“…tutto un magna-magna”!

Prima di leggere qualsiasi altra cosa, fate pace con questo semplice concetto: non esistono oscuri complotti per non farvi uscire visibili sui motori, non è “tutto un magna-magna” e Google non è un mostro malvagio da combattere. È certamente un colosso che arriva ormai a dettare la linea editoriale del web – e questo va tenuto nel debito conto, naturalmente – ma guai a diventare complottisti, o pensare che nessuno ci voglia aiutare e che gli altri siano maliziosi e cattivi: molte volte, chi pensa così lo fa perchè è il primo a pensarla così.

Liberate la vostra mente, siate positivi e sognate un po’ di più, se possibile – anche in queste cose aiuta.

Cosa dice Google

Prima di procedere oltre, è bene tenere conto di un fatto importante: Google vieta l’acquisto di link al fine di migliorare il posizionamento in modo artificiale. Più precisamente, lo vieta qualora sia finalizzato ad alterare in modo forzato i posizionamenti del vostro sito, facendovi ottenere un ranking che (come dico sempre durante gli eventi formativi) “non vi meritate“. In altri termini non è permesso:

[…] l’acquisto o vendita di link per aumentare la classificazione PageRank. Ciò include lo scambio di denaro in relazione a link o post che contengono link, lo scambio di beni o servizi in relazione a link o l’invio a qualcuno di un prodotto “gratuito” in cambio di una recensione positiva e dell’inclusione di un link.

Notiamo di passaggio come:

  1. “classificazione PageRank” sia da intendersi come posizionamento, dato il contesto.
  2. Non tutte le trattative di compra-vendita link sono “illegali” (si è usato il termine illegali per anni, in questo ambito: neanche Google fosse uno Stato!). Sono illecite le operazioni che alterano apertamente il PageRank, secondo una serie di situazioni abbastanza difficile da teorizzare. Per inciso: se dovessi pagare un tizio per pubblicare un articolo a favore della mia azienda su un altro portale, è sacrosanto che lo paghi. Semmai è sbagliato farlo con l’idea intenzionale e spudorata che questa mossa faccia il mio vantaggio in termini di ranking su Google. Differenza sottile: il lavoro altrui si retribuisce (e ci mancherebbe che no), pagare link per alterare il posizionamento invece è deleterio.
  3. Non è detto che una compra-vendita illegale preveda scambio in denaro (ovviamente Google non è l’Agenzia delle Entrate), perchè può anche prevedere scambio di “favori” o regali, in cambio di link. In questa sede ho sempre pensato che sia penalizzante un acquisto di backlink artificiali (schemi di link), riconoscibili anche dal fatto che normalmente non avreste mai avuto un backlink di quel tipo. Fate attenzione, quindi, a pubblicare link all’ecommerce del vostro amico che poi vi offre da bere, perchè tecnicamente rientra in un caso proibito.

In generale le cose sono purtroppo complicate, e in questo delicato scenario i SEO si regolano così: in linea di massima (almeno per me), le trattative di compra-vendita sono da scartare in 8 casi su 10. Questo per dei buoni motivi:

  • esiste un sottobosco di backlink di bassissima qualità venduti a peso d’oro (che convengono solo a chi vende, e rasentano la truffa, a volte); quasi sempre se vi affacciate sul mercato ne troverete con facilità;
  • molti link in vendita sono “pompati” ad arte, ad esempio si tende ad incrementare il valore dei vari indici senza badare alla qualità;
  • acquistare link illude le persone di aver finito magicamente di fare SEO, quando è solo una parte (eventuale, peraltro) di un processo editoriale lungo e dalle molteplici insidie.

Chiarito questo, parleremo dei 2 casi su 10 residui in cui convenga comprare backlink, o si debba scegliere – tra più offerte – quale ci convenga di più.

Come valutare quali backlink prendere

In genere se vogliamo aumentare il valore SEO del nostro sito e migliorarne i posizionamenti, dobbiamo fare una serie di scelte sensate nell’ecosistema del web. Scegliere i link giusti è fondamentale ed è difficile, visto che non avremo garanzie di successo in nessun caso – e dobbiamo fare attenzione a non comprare link irrilevanti o (peggio) penalizzanti.

Per fare questo, la scelta può essere guidata da criteri quantitativi (indici, stima del bacino di utenza, indicizzazione, stima del ROI) ma anche qualitativi (valutazioni puntuali sui singoli siti “ospitanti”, qualità dei testi, utilità del sito).

Partiremo dall’analisi dei criteri quantitativi, o numerici.

Criteri per valutare un link: gli indici PA, PR, DA, …

Ho parlato approfonditamente di cosa significhino i principali indici SEO, che poi non solo altro che l’equivalente di un FTSE MIB o di un FTSE Italia Mid Cap (gli indici che rappresentano sinteticamento l’andamento in Borsa). In pratica, i vari PA, DA, e compagnia offrono una valutazione numerica sintetica, cioè un numero (ad esempio da 1 a 100) che tipicamente non dovrebbe essere troppo basso – altrimenti significa che il link “vale poco”. Ogni indice misura una cosa diversa, per cui è opportuno effettuare sempre una valutazione collettiva su più indici e non basarsi mai su uno solo.

Un solo indice dal valore elevato non implica automaticamente che un link da quel sito valga i soldi che ci spendiamo, così come uno basso non significa che il link faccia schifo. Sono valutazioni approssimative in cui conta moltissimo la buonafede di chi quel link ve lo piazza sul mercato. Rientra nella valutazione, tra l’altro:

  • il fattore tempo: gli indici del database dei vari PA, DA, CF, TF o ZoomAuthority sono aggiornati non sempre in tempo reale (specie nelle versioni free o di prova). Questo significa che il valore che valuteremo (ad esempio 43/100) potrebbe essere vecchio o non attualissimo, e quindi poco utile alle nostre valutazioni. In un certo senso, quindi, investire su un backlink è anche un investimento a medio-lungo periodo, visto che ci aspettiamo un rientro di visibilità sui motori dalla sua presenza – e per inciso andrebbe fatto lo stesso discorso per quello che riguarda i contenuti.
  • le circostanze: si può comprare un link anche da un sito “piccolo” che abbia grosse prospettive di crescita, ad esempio. Nessuno vi vieta di comprare link da bei piccoli siti, con l’idea che quel backlink possa portare benefici nel lungo periodo (ad esempio se sapete che il webmaster ci sta investendo tanto in tecnologia, contenuti e via dicendo). È anche un azzardo, chiaramente, e fare questa scelta implica un livello di fiducia sopra la norma, ma in molti casi mi è capitato di provarci – e nel medio-lungo periodo ha quasi sempre funzionato.
  • rivalutare il significato del dire che un sito “vale poco” – nella mia esperienza i siti che valgono poco dal punto di vista di MOZ o di SEOZoom sono – detto in modo più garbato – siti che esistono da poco. Attenzione quindi a snobbare siti potenzialmente validi accecati dalle valutazioni dell’indice SEO di turno. Certo se siete venditori tenderete a magnificare gli indici alti e a nascondere o ignorare quelli bassi, viceversa se siete compratori vi esalterete per un PA a 90: bisogna capire, pertanto, che si tratta di indici approssimativi (che non possono tenere conto, ad esempio, dell’eventuale idea “geniale” dietro ad un sito) e che le metriche non sono la Bibbia: vanno sapute leggere e contestualizzare.

Ma quanto è affidabile un indice SEO?

Si tratta comunque di una stima, quella degli indici SEO, che potrebbe essere sbagliata (per motivi tecnici) o “dopata” (perchè il venditore vuole vendervi fuffa, in sostanza). Ho sempre sostenuto che molti indici SEO non valgono quanto i loro promotori vorrebbero, e questo per una falla logica fondamentale: contrappongono alla “scatola nera” in cui funziona Google una “scatola nera col fiocchetto” preparata da loro, che tecnicamente non dice nulla di più.

Non mi è mai capitato di vedere pubblicati i dettagli con cui viene calcolato un indice PA, ad esempio, e certo se ciò avvenisse sarebbe un vantaggio per tutti. Un indice SEO è un indice, e se fanno i misteriosi su come lo calcolano non aiutano nessuno. Ecco perchè nessun indice è la Bibbia: dal mio punto di vista, poi, varrà di più se i programmatori ci diranno come lo calcolano (in modo scientifico e senza vaghezza, ovviamente). Sarebbe un fattore di trasparenza importante per il mercato dei link, ed aiuterebbe ad evitare truffe e valutazioni sovrastimate o “dopate”, finalmente. Chi obietta a questo ragionamento il fatto che rendere un indice open porterebbe le persone a sfruttare quell’algoritmo open per dopare la valutazione, non ha ben chiaro il problema: il doping degli indici è spudorato anche ora, quantomeno rendendo gli algoritmi open source avremmo modo di scoprire facilmente chi bara. Cosa, come noto, impossibile ad oggi.

Il senso del discorso è: in mancanza d’altro, non valutate mai un backlink con un singolo indice, ma usatene almeno un paio diversi. Se le valutazioni sono tutte negative o tutte positive, potete stare abbastanza sicuri dell’affidabilità della valutazione – diversamente l’indice potrebbe essere stato “gonfiato” artificialmente dal SEO per avere un valore più alto (ci sono tecniche per alterare questi valori disponibili per tutti, sul web), o potrebbero essere situazioni in corso di cambiamento.

Criteri per valutare la convenienza di un backlink: il contesto

Il contesto è uno degli elementi principe per valutare in positivo la possibilità di un backlink, e si potrebbero identificare alcuni casi ideali in tal senso:

  • un sito del settore o della concorrenza che per qualche ragione ci linki (sembra strano, ma succede: un paio di web hosting con cui lavoro, ad esempio, ha citato il mio sito come esempio di affiliato virtuoso, e che convertiva più di altri)
  • un sito simile al nostro che ci citi come fonte, sia in positivo che in negativo (classiche discussioni tra punti di vista da blogger, ad esempio)
  • il sito di un partner a qualsiasi livello a cui si chieda un link, o che ce lo conceda per qualche ragione, e che abbia ragione di esistere ovviamente.

Ovviamente i link da siti che non c’entrano nulla con il nostro sono da scartare a prescindere, a meno che non si tratti di casi di casi particolari di cross-posting: ad esempio, il mio sito sui pagamenti online è stato linkato qualche settimana fa da un travel blog, e questo perchè avevo postato un tutorial su come regolarsi con le prenotazioni e gli annessi pagamenti mediante Booking.

Insomma se c’è un link dovrebbe sempre esistere un collegamento tra gli argomenti dei due siti, diversamente il rischio penalità è alto.

Criteri per valutare la convenienza di un backlink: la posizione

In genere i backlink preferibili provengono dal corpo degli articoli, con qualche eccezione di rilievo: questo sia perchè sono visibili, che perchè sono funzionali e perchè potrebbero essere cliccati dai visitatori di quel sito (criterio essenziale, quest’ultimo, quanto sottovalutato). Solitamente, poi, preferisco un unico link secco da un singolo sito, a tanti che si propaghino su varie pagine dello stesso – è spesso un difetto di molti theme, ad esempio nei link dei commenti, ma è ovvio che non sia una regola generale.

Criteri per valutare un backlink: Google

Google può darci criteri molto interessanti per valutare un link da un sito, ad esempio:

  1. proviamo a cercare il nome del sito, eventualmente con l’operatore site:, giusto per capire se su Google il nostro amico ci sia o meno (ovviamente se il sito non c’è, non ha senso investire in link)
  2. proviamo a fare qualche ricerca a tema con il sito ospitante, giusto per capire come risponda, se ci sia qualcosa di significativo e se sia stato ottimizzato, orientativamente (molti siti che vendono link, infatti, sono orribili content farm buttate lì, senza alcuna reale ottimizzazione e con tanta voglia di monetizzare)
  3. diamo uno sguardo anche all’età del dominio: siamo d’accordo, è un fattore SEO che ritorna ciclicamente ed è abusato, ma in molti casi lo storico del dominio aiuta a capire tanto su come quel dominio si sia “comportato” e quanto traffico abbia avuto. Per cui prima fate un bel WHOIS per vedere quando sia stato registrato (è la prima data riportata nella risposta, di norma), e poi vedete se riuscite a vedere come è stato usato in passato da web.archive.org. Con questa tecnica ho evitato più volte di comprare link da siti che hanno contenuto spam per anni, ad esempio.
  4. diamo uno sguardo allo strumento SimilarWeb, perchè per alcuni siti riporta anche gli Analytics pubblici di accesso.

Criteri per valutare un link: fattori qualitativi

Prima di piazzare un link da un sito A (ospitante) al vostro, date un occhio a:

  • la struttura del sito A: in genere i fattori qualitativi che considero sono il responsive, l’usabilità generale, un minimo di grafica decente e tempi di caricamento della pagina accettabili. Se ne manca qualcuno, qualcosa non va.
  • i contenuti del sito A: guardate bene a cosa serve il sito, se secondo voi è utile per l’utente finale, quante persone potrebbe attrarre realisticamente.
  • l’ottimizzazione regressa del sito A: se il sito è ben piazzato su Google su molte ricerche, è un fattore determinante per capire se valga la pena metterci un backlink. Per saperlo potete sfruttare il tool di SEOzoom o ricorrere a ricerche dirette su Google.

Originally posted 2018-06-21 15:55:56.

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Investire sui contenuti: come costruire un sito di successo

Il titolo a cui avevo pensato inizialmente per questo ambizioso articolo è “Tutto quello che volevate sapere sui contenuti e che non avete mai osato chiedere“, passando per un “l’altra faccia della medaglia dei backlink” che ho subito scartato, perchè l’avrebbero capito in pochi. Ho preferito sostituirlo con un sano “investire sui contenuti” perchè, secondo me, c’è una sensibilità sviluppata ancora pochissimo sull’argomento. Quello che intendo è che solo alcuni degli imprenditori sul web hanno davvero capito l’importanza dei contenuti, e soprattutto non riescono a superare una visione miope sul questo (invece delicatissimo) tema.

Quando si parla di SEO si pensa molto ai backlink (ammesso che se ne capisca seriamente l’uso e l’importanza) e si dimentica che senza contenuti significativi, i link non hanno senso (in nessun caso).

Cosa significa “contenuti”?

Partiamo da una domanda, pertanto: cosa sono i contenuti sul web? So che molti di voi stanno meccanicamente per rispondere “articoli“, e sono già pronti a popolare di “contenuti originali” (il mito inafferrabile con cui sono cresciuto – e diventato SEO – a partire dal 2009) i propri blog e quelli altrui. Ma questa visione denuncia una mancanza di fondo ed una piccola imprecisione: la mancanza consiste nel fatto che i contenuti non sono per forza articoli, l’imprecisione è che non è necessario fare gli scribacchini ad ogni costo per qualsiasi sito, perchè si perde solo tempo a farlo e (soprattutto) porta facilmente fuori strada.

Che tipi di “contenuti” esistono?

I contenuti sul web sono ciò che da’ un senso alle ricerche degli utenti: cercano qualcosa, trovano risposte. Il meccanismo è semplice, ed è spesso ripetuto in più fasi consecutive (più ricerche affinate), dato che è raro trovare quello che si cerca al primo colpo (come dicevo anche qui, parlando delle sessioni di ricerca). Per questo motivo, i contenuti web possono essere:

  1. articoli (ovviamente) più o meno markettari;
  2. FAQ (così facendo, indicizziamo e riportiamo direttamente gli utenti alle risposte che vogliono trovare);
  3. approfondimenti (se la nicchia in cui lavoriamo lo permette);
  4. comunicati stampa (quelli sempre, purtroppo o per fortuna);
  5. pubbli-redazionali (anche qui, stesso discorso che per i comunicati, con la differenza che mi sembrano scritti in modo un po’ meno impersonale);
  6. video ed immagini;
  7. ricerche originali (con il rischio di scrivere fandonie o cose inesatte, ma vanno benissimo se avete ad esempio materiale cartaceo inedito sulla vostra azienda, da mettere sul web per la prima volta);
  8. servizi web (e qui gli esempi si sprecano: piattaforme di ogni genere, trova-prezzi, social network, comparatori di offerte, servizi di prenotazione, generatori di coupon e chi più ne ha, ne metta);

I contenuti sono spesso l’unica cosa che qualifica l’azienda

I più furbi avranno notato, anzitutto, una cosa importante: molte delle aziende più grosse puntano esclusivamente su servizi web funzionali ed unici nel loro genere, come fa ad esempio Booking.com con il suo evolutissimo motore di ricerca. Difficilmente, pertanto, una realtà come Booking si metterebbe ad impestare il web di articoli per parlare di sè in terza persona, ed è questo che ci fa intuire che, certo, comunicati stampa e compagnia sono bellissimi ed utili ma i “contenuti” di valore sono anche altra roba. Bisognerebbe avere la flessibilità di capire questa cosa, di estendere la propria idea di “contenuti” una volta per sempre.

In secondo luogo, i contenuti sono gli unici e soli strumenti per definire l’identità di quello che stiamo offrendo, con il nostro sito, in pasto alla folla: in pratica, quindi, sono il nostro vero biglietto da visita, molto più incisivo e possente di qualsiasi pagina “chi siamo“, di qualsiasi “leader nel settore” che ci auto-attribuiamo, di qualunque scopiazzatura o pagina desiderosa (vanamente) di farci sembrare quelli che non siamo.

Guardate che il pubblico se ne accorge, se bariamo o vogliamo far credere che il nostro negozio di informatica sia in realtà in competizione diretta con la Apple, giusto con sede in provincia. Per cui passiamo direttamente ad un’altra questione cruciale.

Cosa significa “contenuti di qualità”?

Qui entrano in ballo molti stereotipi e risposte abbastanza parziali: ad esempio per un copywriter di professione, qualità implica articoli scritti bene, chiari e senza errori di ortografia o grammatica. Giusto, ma abbiamo appena visto che i contenuti non sono per forza paragrafi di testo: possono essere anche visuali (video o immagini), possono essere anche servizi informatici che forniamo mediante il nostro sito (una pagina di prenotazioni, un trova-offerte di lavoro, un e-commerce, ecc.) i quali dovranno rispettare dei requisiti di base:

  • essere alla portata dell’utente medio che ne usufruirà;
  • essere facili da usare per il target di riferimento;
  • essere in grado di procurare soddisfazione all’utente;
  • essere “grammaticalmente” corretti, e questo vale per le immagini (magari evitiamo quelle troppo pixellose, amatoriali o con ombre sgradevoli) quanto per i servizi web (che è opportuno testare per bene, prima di mandare online).

Pertanto mi pare corretto che “contenuto di qualità” debba coincidere, nell’accezione più generale, con un contenuto che sia ritagliato nel miglior modo possibile sulle effettive necessità dell’utente finale, e non (come spesso accade) brutalmente rifinito sulle nostre egocentriche richieste. Se l’utente chiede chiarezza e semplicità d’uso, diamogliela: se vuole complessità, deve poterla avere. E così via, verso l’infinito e oltre.

Conclusioni

Mi auguro che questo excursus sui contenuti abbia potuto chiarirci le idee in merito: per quanto mi riguarda sono arrivato a queste conclusioni solo dopo anni di lavoro in settori diversi della SEO, per cui non sarà facile arrivarci se – come spesso accade – uno è abituato a pensare alle cose in modo rigido o troppo egotistico. Pensate sempre al target di riferimento, e rifinitelo con attenzione nel tempo: solo così, infatti, col tempo aumenterete le visite ai vostri contenuti.

Originally posted 2018-06-21 15:24:31.

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L’uso sconsiderato delle stopword

I blog SEO di qualche anno fa (ma anche quelli più recenti, per la verità) hanno saputo dispensare delle “perle” in termini di inesattezze, errori grossolani e fraintendimenti davvero memorabili: da ricordare perchè, in effetti, nessuno più faccia stupidaggini col proprio sito o intenda a modo proprio l’attività stessa.

Le liste di stopword sono un argomento chiaramente abusato in ambito SEO, e siccome nessuno ad oggi mi pare abbia voluto o saputo fare chiarezza in merito riprendo l’argomento, anche perchè esiste un uso corretto di queste liste di cui vorrei parlare brevemente. Formalmente,

le stop words sono liste di parole che vengono filtrate durante il processo di filtraggio di un testo scritto in linguaggio naturale (ad esempio in italiano), e rappresentano spesso le parole più comuni di una lingua. Tecnicamente sono usate per ridefinire la pertinenza di un termine di ricerca rispetto ad un documento.

Non esistono liste di stopword universali, ogni linguaggio ne ha più di una ed è possibile ridefinirle per scopi particolari: tutto dipende da quello che dobbiamo fare. Le stopword sono quindi liste di parole chiave da escludere da un contesto: l’errore più comune che fanno i SEO (ancora oggi) è quello di escluderle sistematicamente dal titolo, dall’URL o descrizione di una pagina, perchè così (secondo loro) quella pagina sarebbe “ottimizzata” (secondo loro, naturalmente).

L’abuso di stopword ha portato alla tendenza malsana di moltissimi di riportare i titoli senza congiunzioni e preposizioni, ad esempio:

Lista dei peggiori SEO italiani

diventa, filtrando la stringa con le stopword,

lista peggiori SEO italiani

questo perchè “dei” viene filtrata mediante la lista in questione.In pratica se da una frase scritta in italiano filtriamo le stopword otteniamo – in certi casi – termini di ricerca della coda lunga: questo pero’ non vuol dire che si tratti di una regola editoriale da seguire ciecamente.

Inutile sottolineare che questo uso delle stopword è al limite del demenziale, e questo per una varietà di ragioni:

  1. le stopword non appartengono al settore di competenza SEO, bensì a quello più accademico del text mining; inoltre, alcuni DBMS come MySQL sfruttano questo concetto per migliorare la qualità delle ricerche (InnoDB possiede una lista di stopword integrata);
  2. le stopword non suggeriscono alcun “metodo“, se non in un contesto prettamente programmativo o progettuale – ad esempio: stiamo riprogettando il motore di ricerca di un nostro sito;
  3. l’uso delle stopword è legato ad alcuni vecchi algoritmi di ricerca, e l’unico uso pratico che mi viene in mente è legato alla personalizzazione o ottimizzazione della ricerca… di WordPress (effettivamente ancora carente, e molto diversa da quella di un motore di ricerca);
  4. le stopword che trovate in rete sono quasi sempre poco aggiornate o filtrate in modo arbitrario, in quanto includono termini senza criterio;
  5. all’interno dei risultati di ricerca, molti filtraggi sul titolo vengono effettuati dal motore in modo invisibile, per cui non è affatto detto che il titolo in SERP di Google coincida con quello che abbiamo inserito nel title (per cui, detta diversamente, mi pare inutile concentrarsi su questo aspetto);
  6. non esiste alcun riferimento alle stopword nella documentazione ufficiale dei motori;
  7. non è un modo di “ottimizzare” nulla anzi, al contrario, è un modo per ridurre il “campo d’azione” di una pagina web rispetto alle numerose ricerche che possono portare ad essa;
  8. l’unico uso pratico (a livello di web, se non altro) potrebbe essere legato, a certe condizioni, alla generazione degli articoli correlati. Se poniamo di avere un database di articoli per cui vogliamo progettare un metodo per stabilire la “somiglianza” tra due contenuti, in modo da mostrare articoli “simili” e, di fatto, ridefinire tale concetto, le stopword potrebbero essere utili – soprattutto se la pertinenza del motore di ricerca interno del DB (ad esempio quello di MySQL) è scarsa, non ci soddisfa o non supporta ad esempio la ricerca full-text. In questo caso, le stopword aiutano a filtrare le ricerche di un motore di ricerca interno (ma attenzione, questo è un mondo diverso da quello della SEO: Google e Bing sono molto più complessi ed articolati del motore interno di WordPress o Joomla!) Se ad esempio il titolo di un articolo fosse “Tutorial per accendere lo smartphone“, si può costruire da sè una lista cumulativa di stopword quale {per, lo, accendere}, sottrarlo dalle parole del titolo e rimanere così con i due termini {tutorial, smartphone}: tali termini possono essere facilmente sfruttati come termini di ricerca per trovare contenuti correlati a tutorial (widget “Altri tutorial del sito”) oppure a smartphone (widget “Altri articoli su smartphone”). Attenzione, quindi, che si tratta di una circostanza molto particolare: nella maggioranza dei casi le stopword sono diventate inutili in ambito SEO ed è bene non abusarne, se non si sa bene cosa si stia facendo.

Originally posted 2016-08-06 07:19:45.

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Professione SEO: da fare SEO a farla in coulo è un attimo, se non stai attento

La figura del SEO sta lentamente emergendo dalla nicchia in cui inizialmente era relegata (si faceva SEO mediante notizie, fughe di dati e rivelazioni più o meno credibili affidate a forum del settore sconosciuti ai più) ad una fase in cui tutti sanno (o credono di sapere) cosa sia la SEO e, un po’ come il famoso Barbiere di Siviglia… tutti la cercano, tutti la vogliono.

Diventare SEO è un’ambizione lecita per molti dei professionisti del web, non fosse altro che, almeno sulla carta, è una delle figure meglio retribuite in ambito aziendale (si veda qui, ad esempio). Molti clienti (che poi sono proprietari di siti web, blog ed e-commerce) vogliono fare SEO soprattutto qualora ricevano un buon traffico dai motori, ovvero le cose di cui si occupano possiedano un volume di ricerca consistente (anche solo potenziale), ad esempio: le guide per fare qualsiasi cosa, i siti di coupon sconto, i comparatori di prezzo dei prodotti.

Tutte tipologie di siti che godono particolarmente delle attività SEO, almeno di solito.

Requisiti

Diventare un SEO richiede un mix di esperienza in ambito tecnico ma anche, a mio avviso, di un buon grado di flessibilità mentale: esserlo significa acquisire i principali skill che sono tipici di questa professione, ovvero rispondere ad una serie di requisiti minimi come:

  • basi del web, dei server e del loro funzionamento, basi dei motori di ricerca (obbligatorio: è la parte che andrebbe almeno in parteapprofondita su testi specialistici, in effetti)
  • markup HTML5 (obbligatorio)
  • fogli di stile CSS, script JS, linguaggio PHP, MySQL (opzionali, ma utili soprattutto se usate software open source del settore come SEOPanel, e per risolvere eventuali problematiche di scansione del sito)
  • uso di base dei più noti CMS, tra cui WordPress e Joomla!;
  • conoscenze di web analytics (altamente consigliate, specie se la vostra attività SEO è finalizzata ad aumentare visite, contatti e/o conversioni)
  • uso avanzato della Search Console di Google / dei Webmaster Tools di Bing (obbligatorio);
  • uso di Word, Excel (in particolare quest’ultimo)
  • conoscenza ed uso di software come Xenu, Integrity, e dei plugin SEO per browser

Non è necessario, per essere SEO, conoscere Google Adwords, ma un suo utilizzo di base può essere utile per alcune fasi del lavoro (in particolare la keyword research). Il SEO è una figura altamente tecnica che dovrebbe possedere questo bagaglio di conoscenze, e che al tempo stesso non dovrebbe mai farsi limitare dalla stessa (ad esempio: un po’ tutti sanno fare SEO su siti in WordPress, ma se il sito fosse fatto in PHP o con un CMS proprietario non documentato?)

Fare il SEO non significa acquisire tecniche “cristallizzate” e farne uso, applicandole come se fossero dei “metodi” o dei costrutti di un linguaggio di programmazione: fare il SEO è un’arte tecnica variegata, è un qualcosa che richiede di conoscere come i visitatori cerchino un sito, di sapere qualcosa di user experience, di capire le politiche di Google, e che solo l’esperienza diretta sul campo può realmente formare.

Come formarsi  in ambito SEO

Per diventare SEO ci sono più strade, ma una delle preferenziali rimane quella della formazione diretta, quindi sia frequentando uno dei tantissimi corsi che vengono organizzati in Italia, ma anche mediante i corsi online come quello che Madri organizza annualmente. Molti di questi eventi sono webinar a partecipazione gratuita, che spesso è utile seguire anche solo per tenersi aggiornati e stimolare le giuste curiosità.

Ovvio, c’è moltissimo materiale reso gratuitamente disponibile in rete, per cui molti tendono a formarsi direttamente online senza spendere un euro; posizione lecita per carità, specie se accompagnata da un approccio metodico (che molti SEO non hanno, secondo me) e da un modo di intendere questo lavoro come servizio per gli utenti del sito, non (come molti “miopi” credono”) banalmente per il proprietario del sito. Liberi di fare come volete, ma considerate sempre il contesto in cui vi state muovendo.

Attenzione, infatti, che molto del materiale online disponibile gratuitamente sulla SEO (e sulle varianti del caso come SEO specialist, diventare SEO, cosa fa il SEO ecc.):

  1. è spesso molto vecchio (ci sono ancora in prima pagina su Google articoli sulla SEO che parlano dell’importanza della keyword density);
  2. è a volte puramente speculativo, cioè riporta tecniche SEO che potrebbero anche funzionare, ma senza far capire che ci sono ambiti in cui fare certe cose non ha senso;

I più importanti rudimenti per fare SEO in modo efficace, diretto e senza fronzoli o eccessive premesse “filosofiche” è stato da me affrontato nel mio ebook SEO Pratico, in vendita in formato Kindle su Amazon. Ci sono moltissimi altri libri che mi sento di consigliare per il settore, di cui moltissimi in inglese (che restano a mio avviso i più esaurienti e completi) ma anche qualche italiano tra cui SEO Power di Giorgio Taverniti.

Equivoci

C’è da aggiungere, a questo punto, che in certi ambiti spesso si fatica ad attribuirne i giusti meriti, e questo per via dei numerosi blog e forum del settore che diffondono notizie tendenziose, inesatte (e spesso sorge il dubbio che lo facciano pure in malafede, per screditare un settore e guadagnarci per altre vie: ad esempio con Adwords). Ci sono moltissime cattive abitudini che si tramandano di generazione in generazione, e che sarebbe bene tenere presenti prima di lavorarci (vedi ad esempio I 12 miti SEO più pericolosi di sempre).

Bisogna pero’ chiarire subito un aspetto importante: fare SEO non è semplice, o meglio è agevole solo in alcuni settori, e per quelli meno commerciali è sempre più complesso farla. Spesso è un lavoro che va svolto in team, per determinate chiavi di ricerca e per aziende molto grosse è un must farla con un gruppo di professionisti “addestrati” ad hoc, ed in genere non coincide (come alcuni pensano) semplicemente con il fare indicizzare il proprio sito su Google.

Per farsi indicizzare non serve un SEO, in effetti (ed è in qualche modo sprecato farne uso solo in questi termini): una figura del genere è utile, piuttosto, per valorizzare il proprio sito sui motori. Senza farsi penalizzare, s’intende!

Originally posted 2016-08-02 10:44:12.

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I 12 miti SEO più dannosi di sempre

Non è arte, non è una scienza esatta e periodicamente ci fa disperare, divertire e lavorare duramente: nel mondo dell’ottimizzazione e della sua divulgazione su internet, come in altri ambiti, è naturale che possano diffondersi dei falsi miti. Leggende urbane e bufale SEO sono all’ordine del giorno, ma questo soprattutto dato l’interesse editoriale di molti siti nel farsi leggere ad ogni costo.

Con questo articolo propongo una rassegna dei miti più assurdi e pericolosi, se vogliamo, per lavorare correttamente nella SEO.

1) Alla fine è solo questione di PageRank…

Il PageRank è solo l’indice più intuitivo e più semplice da spiegare che possa esistere, ma ciò non vuol dire che sia il più utile: la fissazione di molti SEO nel semplificare i termini del discorso, spesso calati nella (tragica) buonafede di chi vorrebbe farsi apprezzare anche dai clienti più ottusi, è diventata un must all’interno delle liste di miti SEO, ed è quasi invulnerabile a qualsiasi considerazione contraria si possa farne. No, non è solo questione di PageRank nella SEO – purtroppo o per fortuna: nella valutazione dei siti in ambito ottimizzazione sui motori intervengono (per citarne giusto altri tre) anche la user experience, le ottimizzazioni interne, il numero di backlink al sito. Ottimizzare un sito passa per capirne il contesto, per stabilire cosa sia meglio per un sito di tipo X, Y o Z, e non può per questo essere questione di PageRank e numeretti vari, isolati dal contesto e considerati totem da adorare. La mentalità riduzionista di molti SEO, alla fine, significa spesso che state avendo a che fare con improvvisazione ed incompetenza: diffidate sempre dai mercanti di PageRank.

2) Il tool per i disavow / per lo spam / per segnalare i link a pagamento è inutile!

Secondo me questo genere di ragionamento denota solo una scarsa propensione al settore: scarso ottimismo, scarsa flessibilità, scarsa mentalità imprenditoriale oltre che scarsa voglia di fare, unita ala voglia morbosa di rimanere nella propria comfort zone. Il vero problema di questi tool, in effetti, è che (a parte il disavow nel caso di penalizzazioni esplicite) praticamente mai – almeno nella mia esperienza – danno un riscontro misurabile. Ovvero se segnali un link di spam o comprato Google non ti dirà mai “bravo” o “adesso ti premio”; superato questo scoglio di mentalità “scolastica”, l’uso di questo come di altri strumenti SEO è, prima che utile, a mio avviso doveroso per migliorare la qualità del lavoro di tutti. Dubito che se tutti segnalassero spam ed irregolarità a Google non succederebbe nulla di buono: il problema, appunto, è che chi non segnala o svilisce spesso, purtroppo, ha ottime ragioni per farlo.

3) Ho calcolato la keyword density “ottimale” (al 4%) e…

La keyword density rientra in quelle che il buon Enrico Altavilla ha etichettato come “ca**te SEO” ed ha spiegato egregiamente: La keyword density non è mai stata usata dai motori di ricerca moderni per stabilire quanto un documento è attinente ad una query. L’ultimo utilizzo pratico che io conosco risale ad alcuni vecchi algoritmi in voga in ambito universitario negli anni settanta! Per cui se il vostro consulente di fiducia o il vostro collega vi parla di keyword density, direi che tanto “di fiducia” e tanto “collega” magari non è.

Ripetiamo, per brevità: non solo la keyword density è una metrica di Information Retrieval obsoleta e stupidella (si limita a considerare il numero di occorrenze di una parola chiave in un contesto), ma non c’è nemmeno  traccia storica del fatto che sia mai stata usata dai motori.

4) Consideriamo i SEO factor (stagionali: oggi va il blu, domani chissà)

Si tratta di uno dei miti SEO forse meno banali da smontare, poichè perchè si basa su un frainteso statistico ed esprime (mi si passino i termini poco garbati) un mix letale di analfabetismo funzionale e smanìa da marketing a basso costo. Ci sono numerosi articoli, soprattutto stranieri (spesso ripresi dai SEO italiani, purtroppo) che parlano dei SEO factor del momento: adesso “va di moda” ottimizzare i title, domani si lavora sui contenuti (Come a dire: normalmente cosa fate, se lavorate sui contenuti a sprazzi o solo se lo scrive MOZ?), dopodomani chissà. Il problema di questo approccio – che, per inciso, anche se fosse valido porterebbe i SEO a fare tutti le stesse operazioni, in massa, su ogni sito! – è che si trova ad essere sbagliato in partenza: da un lato, infatti, è figlio di un fraintendimento legato alla correlazione, dall’altro esprime la necessità di certe agenzie e guru di fare link building pubblicando i SEO factor 2016, 2015, 2014 e così via. La correlazione statistica non implica causalità: qualsiasi SEO factor troviate in giro, anche il più convincente, sarà comunque frutto di uno studio statistico. Ogni statistica è limitata ad un campione, ed il campione in esame potrebbe non essere pertinente al vostro scopo o essere stato manipolato ad arte. Inoltre, il fatto che ci siano correlazioni molto forti (cioè prossime ad 1) tra due fattori non vuol dire che uno causi l’altro (metto le parole chiave all’inizio del titolo -> mi posiziono meglio). Il fraintendimento della correlazione e dei SEO factor porta un condizionamento subdolo e terrificante nel nostro lavoro e nell’indipendenza di giudizio, ed è uno dei mali della nostra professione, da sempre. Se consideriamo che a volte vengono discusse correlazioni dello 0.1 o 0.2 (correlazioni molto deboli, o spurie) e sono anch’esse considerate ranking factor, si capisce ancor più quanto sia stupido discutere di SEO in questi termini.

5) I meta tag keyword della pagina sono sbagliati!

Se state cercando di capire quali meta tag keyword siano meglio nelle vostre pagine a scopo SEO, magari non siete troppo aggiornati e fareste bene a riguardare un post ufficiale del blog di Google: dal 21 settembre 2009 non ha molto senso parlare di questo tag, infatti, perchè è stato ufficialmente dismesso. In pratica non viene più usato da Google, o se preferite: “Google doesn’t use the “keywords” meta tag in our web search ranking”.

In pratica non serve riempire questo campo con una lista di parole chiave separate da vingola, non cambia nulla nella pratica ed è molto meglio dedicarsi ad altre attività. Anche Bing è sulla stessa linea, per inciso (“Today, it’s pretty clear the meta keyword tag is dead in terms of SEO value”), ma rimane l’opinione diffusa che un uso sbagliato dei meta tag keyword sia comunque penalizzante. Per la cronaca, e per quello che vale, ho fatto un test sul mio sito qualche tempo fa – inserendo volutamente keyword sbagliate o fuori tema – e non è successo nulla di interessante nè in positivo nè in negativo. Per il resto sono opinioni, non fatti, e sulle opinioni mi rifaccio spesso alla celebre frase attribuita all’ex CEO di Netscape, Jim Barksdale: se disponiamo di dati, analizziamoli. Se tutto ciò che abbiamo sono opinioni, consideriamo la mia (o, se preferite, ognuno consideri la propria).

6) Il meta tag noindex basta, da solo, a deindicizzare le pagine

Su questo si è diffusa una cattiva idea simile a quella diffusa sul file .htaccess per il mod_rewrite: si pensa, infatti, che usare il meta tag noindex basti a deindicizzare “magicamente” quella pagina da Google, così come attivare il mod_rewrite metta in automatico gli URL SEO-friendly. In realtà il noindex impedisce l’indicizzazione di una pagina non ancora indicizzata, mentre se la pagina esiste va rimossa manualmente mediante Search Console di Google (così come è il PHP a creare gli URL SEO friendly, htaccess in un certo modo è solo una condizione necessaria, non sufficente).

In genere possiamo rimuovere a mano dall’indice di Google sia le pagine 404 che quelle con noindex. In proposito potete leggere il mio articolo su come deindicizzare una pagina.

7) Il file robots.txt serve a deindicizzare le pagine

Anche qui abbiamo un equivoco simile al precedente: a parte il fatto che il file robots.txt da’ solo delle direttive opzionali che i motori possono seguire o meno (di solito lo fanno), ma in genere il robots.txt stabilisce cosa si possa scansionare del sito, partendo dai suoi link nella pagina principale. Non c’è motivo di limitare il robots, insomma, con strane espressioni al suo interno, ma ha senso (io dimentico sempre di farlo, ad esempio) inserire l’indirizzo assoluto della sitemap del sito al suo interno.

Molti forum e blog si sono scatenati a proporre versioni di robots.txt al limite della poesia ermetica, ma dubito parecchio che ciò possa aver fatto una qualche differenza significativa in ambito SEO.

8) La link building è superata / non serve a niente

L’ho sentita e letta varie volte, ed è come dire ad un gommista che tutti i copertoni sono superati o ad un cineasta che tutte macchine da presa sono roba vecchia, perchè da oggi si va tutti a piedi (neanche coi mezzi). Chiacchiere da bar che servono solo a scoraggiare la concorrenza più ingenua e a scatenare inutili discussioni nel settore. Lo scredito sulla link building è poco credibile, peraltro, anche perchè proviene spesso da semplici “rosiconi”: chi non è in grado di farla, o peggio ancora non l’ha mai davvero capita.

9) La SEO è morta: adesso alle aziende serve il social media manager marketer sbricchenbàuer tarapìa-tapioco

Una volta per tutte, diffidiamo in massa dai professionisti (?) della supercazzola sul web, e smettiamola di screditare i colleghi che cercano di lavorare seriamente: se è vero che in certi casi la SEO è inapplicabile o non serve a molto (ne parlo nel mio ebook in un capitolo apposito), essere tassativi sul fatto che sia addirittura morta al 100% mi pare eccessivo. Sono morte semmai le pratiche viste nei punti precedenti, e quella mentalità “isolazionista” che tende a considerare i singoli fattori e non la somma degli stessi. Anche qui, come nel caso dei SEO factor, siamo di fronte a (presunti) SEO che non riconoscono chiare strategie SEO (e le amplificano loro malgrado!): nel caso precedente, citavano nei propri blog studi statistici che lasciano il tempo che trovano (e fanno link building a quei siti in massa), in questo caso fanno lo stesso coi blog di (presunti) professionisti che affermano che l’ottimizzazione dei motori non serva più a nulla.

Da un lato è pure un bene, per una volta, che questo mito si diffonda: serve a ripulire un po’ il settore, liberandolo da gente che farebbe bene a fare altro nella vita. Come, ad esempio, raccogliere patate.

10) Abbiamo già fatto SEO, grazie.

Obiezione abbastanza diffusa, specie tra chi ha semplicemente poca voglia di investire: certo, è vero che la SEO è un’attività che tende a far vedere i propri effetti e benefici più che altro nel lungo periodo. Questo senza dubbio, ma ciò non vuol dire che basti farla una volta e basta: dipende dal traffico, dipende da come vanno le conversioni, ci sono tanti fattori che vanno considerati.

Rimane l’ulteriore considerazione legata al fatto che in certi contesti sia necessario applicarla costantemente: questo avviene soprattutto nell’ambito di siti editoriali (news). In questi casi, fare la SEO una volta tanto e poi basta può essere molto deludente: perchè non rifarla su base periodica, proprio per affiancarsi al flusso di pubblicazioni e post giornalieri?

11) Google odia i SEO!

Non è proprio così, anzitutto perchè esiste una guida ufficiale alla SEO redatta da Google (un po’ vecchiotta ma sempre valida: la trovate nel mio sito in copia PDF (guida_ottimizzazione_motori_ricerca.pdf, search-engine-optimization-starter-guide.pdf), e se non vi basta la trovate qui in italiano e in inglese). Dire che Google odia i SEO è una leggenda urbana che ci ha screditato negli anni, e che è figlia della confusione che regna sovrana: sarebbe come dire, tornando all’esempio precedente, che i gommisti odino le macchine. Ovvio che non sia così: odiano le macchine che cercano di investirli per strada (Google non sopporta, parimenti, che qualcuno manipoli i propri risultati), ma non possono odiarli tutti perchè sono parte del loro pane quotidiano.

Se non vi convince neanche questo, Google ci tiene a far capire all’utente che la SEO è un’attività importante, ma non sempre necessaria: l’articolo ufficiale Hai bisogno di un SEO? spiega nel dettaglio proprio questo aspetto. Se vuoi saperne ancora di più, c’è anche una guida SEO che ho preparato e che puoi leggere gratuitamente

12) Bisogna ottimizzare ogni pagina del sito per una singola parola chiave (one page, one keyword)

Più che un mito, questo tende a diventare un limite che i SEO si auto-impongono: del resto il traffico che può arrivare su una pagina tende ad essere vario, da più fonti e non per forza dai motori. Una volta isolato il traffico di ricerca, con Google Analytics è semplice capire da quali ricerche provenga: non è che sia sbagliato mirare una parola chiave per una certa pagina, certo è che ragionare in modo più flessibile, testare più opzioni su più pagine e capire quale funzioni meglio nella pratica è decisamente più consigliabile. Il concetto è che su una pagina raramente arriverà traffico da una singola chiave di ricerca, anzi è molto più comune che arrivi traffico da numerose varianti della stessa ricerca (ed è anche più sano, corretto e sicuro che sia così).

Non che sia sbagliato ragionare in quei termini in assoluto, anzi: in caso di siti molto complessi o concorrenziali, quello è un modo ottimo per focalizzare l’obiettivo. Obiettivo che deve essere chiaro e non può mai essere, secondo me, troppo rigidamente stabilito. Di fatto, l’ottimizzazione di ogni pagina può e deve indirizzare un buon numero di parole chiave: la cosa essenziale (e spesso difficile da realizzare) è che siano realmente pertinenti. Quello è il difficile.

A proposito, quanti SEO saprebbero spiegare ad un cliente cosa significa la parola “pertinente“?

Originally posted 2016-07-29 10:04:42.

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Introduzione al meraviglioso mondo della SEO

Vuoi scoprire tutti i segreti della SEO? Sapere meglio come funziona, come si fa, cosa ti serve sapere e come agire? Questa è guida per SEO principianti che vorrei offrirti dal mio blog: grazie ad essa potrai scoprire le principali informazioni per l’ottimizzazione dei motori.

Si partirà dalle basi, cercando di capire quando davvero vi serve un SEO, e passando poi a inquadrare che cosa stiamo ottimizzando, come misurarlo, come rendersi conto da soli se stiamo lavorando bene o no, per poi complicare un po0 il discorso e passare alle azioni pratiche che si possono eseguire. Il tutto con esempi pratici, strategie applicabili ad ogni settore ed un esempio di ottimizzazione per siti di e-commerce.

Ogni articolo andrebbe letto nell’ordine in cui viene presentato in questa pagina, in modo da garantire un apprendimento graduale.

A fine di ogni articolo troverete il link per tornare a questa pagina. Buona lettura!

…ma ti serve davvero un SEO?

Partiamo dalle basi: hai davvero bisogno di un SEO? Può sembrare una domanda strana, ma non lo è: in realtà molti siti hanno carenze sotto altri punti di vista, ad esempio usabilità o grafica, ma non hanno affatto bisogno di attività SEO al loro interno. Tutto questo si rifletterà poi nelle aspettative del cliente, che spesso saranno sovradimensionate o distorte se non si risolvono dall’inizio i problemi nell’approccio ben noti. Ne parlo nel primo articolo, Come capire se hai bisogno di un SEO.

Cosa aspettarsi dalla SEO, oggi

In secondo luogo, sempre nell’ambito del voler ridimensionare le aspettative, dobbiamo imparare a capire cosa aspettarci dalla SEO: esistono i risultati garantiti, i posizionamenti sicuri, la garanzia di finire in prima pagina? Ne parliamo qui, ma sono abbastanza sicuro che se siamo in sintonia da subito la risposta, in parte, già la conosci.

Conosci bene Google ed i motori di ricerca?

Adesso siamo pronti a fare un bel tuffo nella SEO pratica: come prima cosa dobbiamo imparare ad utilizzare bene Google, e per farlo è necessario conoscere i principali operatori per la ricerca. Fatto questo, andremo a scoprire come si possa indicizzare un sito, e – dopo aver capito la differenza tra posizionamento ed indicizzazione, andremo a vedere come forzare l’indicizzazione, se necessario.

Come gestire la SEO on-page?

A livello di gestione del vostro sito, dovrete sapere come impostare title e meta-description (gli altri tag sono secondari o poco utili) e come utilizzare in modo corretto i meta tag robots: si tratta di tag non visibili dall’utente ma importanti per i motori, in quanto in grado di stabilire se una pagina o un link debbano essere visibili ai motori, oppure no. In realtà è tutto abbastanza semplice, e ne parlo qui.

Tecniche di ottimizzazione di base

A questo punto siamo pronti ad affrontare l’argomento successivo, quello che riguarda l’ottimizzazione base di un sito per i motori: qui parleremo delle tecniche più importanti per ottimizzarlo velocemente. Qualunque sia la vostra strategia di promozione, a questo punto, ci sono due cose da tenere in forte considerazione: la prima è trovare un modo per portare traffico, cioè visitatori, sul vostro sito web; la seconda è che la prima pagina non è tutto, e a volte esistono anche altre priorità – per esempio, far convertire il sito (cioè guadagnare dalle sue vendite).

Link building: cos’è e come si fa

Se avete già un minimo di esperienza saprete che la link building è una delle componenti fondamentali di qualsiasi attività SEO: ne parlo in modo molto approfondito in un lungo articolo. Ad ogni modo, dopo averlo letto ed applicato, sappiate che spesso questo potrebbe non bastare, purtroppo: a volte ci sono delle difficoltà dovute al settore in cui si opera, che neanche il SEO più abile sarà in grado di aggirare. In questi casi bisogna intervenire su altri livelli, fermo restando che il lavoro ben fatto in ambito SEO è sempre un investimento concreto nel medio-lungo periodo, anche se non sempre è in grado di produrre un rientro economico.

E se il traffico non arriva? 🙁

Problemi di visite sul sito? Ne parlo qui: eccovi un argomento un po’ più tecnico, ovvero le 5 verifiche da fare subito se il traffico del tuo sito è in calo. Se poi sei stato un bambino molto cattivo, Google potrebbe averti penalizzato: ecco cosa fare per uscire da una penalizzazione.

Bufale sulla SEO

Ecco cinque approfondimenti per evitare di commettere errori madornali durante l’ottimizzazione del tuo sito. Parleremo di indici SEO (come MOZ o AlexaRank), keyword density (una unità di misura delle ripetizioni di una parola in un testo), article marketing (una strategia spesso usata malissimo), PageRank (il celebre indice di Google) e gli incessanti Google Update (o aggiornamenti algoritmici che riguardano il motore di ricerca e in particolare come “tratta” i nostri siti).

  1. L’iper-valutazione degli indici SEO
  2. La keyword density
  3. L’article marketing usato male
  4. L’iper-valutazione del PageRank
  5. L’iper-valutazione dei Google Update

Approfondimenti finali e conclusioni

Da leggere solo dopo aver considerato tutto il resto, per capire ancora meglio il discorso.

7 idee sbagliate in ambito SEO che ti hanno fregato finora

Originally posted 2016-07-18 20:50:29.

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Se il tuo sito è stato penalizzato piangi pure (oppure leggi qui)

Verificare la presenza di una penalizzazione di Google sul proprio sito è un problema concreto per molti di noi: di fatto, soprattutto le penalizzazioni algoritmiche (quelle legate a Panda, Penguin e simili) sono spesso vittima di equivoci di ogni tipo, rispetto a quelle manuali che, invece, sono chiaramente notificate nella Search Console.

Se il vostro sito è stato penalizzato non sarà per forza ovvio accorgersene , e ci sono due cose che bisogna considerare prima di ogni altra:

  1. per le penalizzazioni manuali, lo strumento affidabile al 100% per verificare la penalizzazione (e chiedere la rettifica) è la Search Console (Traffico di ricerca->Azioni manuali).
  2. per le penalizzazioni automatiche tipo Panda/Penguin/…, non sembra esistere uno strumento di notifica automatico altrettanto affidabile. Molti SEO sfruttano dei tool esterni per verificare eventuali penalizzazioni, ma che – a mio avviso – sono più utili come semplici diagnostiche e sono spesso inaffidabili o poco precise. Per maggiori informazioni in merito, leggete il mio approfondimento sulle penalità di Google.

Nell’ambiente SEO si tende ad ipervalutare l’effetto delle penalizzazioni di quest’ultimo tipo, soprattutto se su larga scala: in genere, leggere blog SEO e ritenere di essere vittime di una penalizzazione per questo motivo significa avere una visione molto angusta e semplicistica della SEO.

In molti anni, mi è capitato di sentire spesso (anche da professionisti autorevoli) che un calo di traffico su Google Analytics fosse associato ad una penalizzazione certa, specie in corrispondenza del roll-out delle varie versioni di Panda o Penguin. Ma come si fa essere certi di una penalizzazione se non c’è, ad oggi, uno strumento ufficiale di Google che la possa rilevare in automatico? Questa è, insomma, un’assunzione arbitraria che va corroborata da un insieme minimo di indizi, e che vedo attribuire invece con troppa leggerezza; il rischio è quello di intervenire sulle cose sbagliate, e perdere il proprio tempo in attività inutili.

Trovo da sempre quest’ultimo approccio privo di sostanziale fondamento, e questo soprattutto perchè datare l’uscita di un nuovo algoritmo penalizzante, e soprattutto metterlo in relazione con certezza al proprio sito, è difficile se non impossibile in molti casi. In linea di massima, preferisco checkare la certezza delle penalizzazioni manuali in primis: prima cosa, quindi, è quella di controllare il Webmaster Tools, e controllare che non ci sia nulla alla voce “Traffico di ricerca” ->”Azioni Manuali“.

In caso pero’ non sia possibile trovare nulla, più che controllare l’andamento del traffico (che può avere molteplici cause collaterali, cioè non legate ad una penalizzazione) vado a verificare anzitutto che il sito sia ancora indicizzato (usando l’operatore site:nomesito.it su Google) e soprattutto vado a verificare che il sito sia indicizzato per una qualche chiave di ricerca molto popolare o su cui si è lavorato in passato:

site:nomesito.it chiave

dove ovviamente bisogna inserire il proprio sito al posto di nomesito.it e la ricerca di interesse al posto di chiave. Se non uscisse alcun risultato da una delle ricerche indicate (in particolare dalla seconda), è altamente probabile che il sito sia stato penalizzato, oppure sia stato rimosso per comportamenti che violano le istruzioni per webmaster; resta comunque non banale identificare la penalizzazione, ovvero il problema preciso, che affligge il sito.

Tutto dipende dall’esperienza e dalle capacità del consulente, a quel punto: ma non bisognerebbe mai perdere di vista il nocciolo della questione, che è sempre quello di massimizzare il traffico al sito e “spingere” al meglio i suoi contenuti.

Il video seguente tende a chiarire i vari equivoci sull’argomento.

Originally posted 2015-09-28 07:20:08.

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Siti di scarsa qualità in prima pagina, come rosicare in modo semplice e veloce

Motivo di angoscia e terrore per moltissimi addetti ai lavori, vedere risultati di ricerca con siti molto vecchi, scadenti e soprattutto irremovibili da anni è una cosa che fa piacere a pochi (se non, forse, ai proprietari di quei siti). Siti con contenuti vecchi, che non prevedono neanche uno straccio di responsiveness eppure sono lì, a farci beffe di noi e delle nostre ottimizzazioni. In molti casi, i siti in questione lasciano tracce di pratiche considerate scorrette come, di solito, keyword stuffing.

Perchè avviene? Evidentemente alcuni “fattori SEO” – come un po’ erroneamente vengono chiamati, ma è per capirci – non sono tarati a dovere, e questo introduce una sorta di bug all’interno del sistema: di solito questi errori vengono risolti nel tempo, ma possono passare molti mesi finchè succederà ed essere Google un sistema in larga parte closed il meglio che possiamo fare è segnalare come spam i siti scorretti. Qualcuno dirà che serve a poco ma io sostengo da sempre che sia meglio che non fare nulla, o tentare improbabili azioni negative SEO contro l’odiato competitor (che potrebbero inaspettatamente ritorcersi contro di voi).

Risposta breve alla domanda “cosa possiamo farci“: quasi nulla, o meglio, è importante che questa cosa non diventi un limite. Se è vero che le SERP di bassa qualità coincidono molto in consulenze a costo superiore alla media (non fosse altro che richiedono un lavoro più scrupoloso, lungo e dettagliato, ed è difficile capire precisamente dove e quando si andrà a parare), è anche vero che in molti casi rendono sconveniente del tutto intervenirci. Ci sono articoli che provano ad identificare le caratteristiche dei siti scadenti che finiscono in prima pagina, che rispondono il più delle volte, in effetti, a specifiche caratteristiche (ad esempi: EMD – Exact Match Domain, oppure sono domini aged di almeno cinque o sei anni), ma questo non dovrebbe trarre in inganno e considerarsi “regola”.

Dal mio punto di vista, se ci si vuole “infilare” in SERP con risultati scadenti, vale in generale il principio most-recent most-relevant, ovvero cercare di sfruttare Caffeine, nella speranza che Google privilegi contenuti più recenti/approfonditi/di maggiore “qualità“, o pertinenza, per le query in questione. Questo pero’ non sempre si può fare, quantomeno nei casi in cui è possibile farlo si prova ad onorare il succitato principio “Searchers want to find the latest relevant content, and publishers expect to be found the instant they publish“, il che si può attuare in una miriade di modi diversi (il più delle volte un dominio molto autoritativo, o magari EMD, può aiutare parecchio).

Originally posted 2015-09-27 11:30:25.