Dizionario SEO (aggiornato a mo)

HTML

Si intende HyperText Markup Language, un markup (e non un linguaggio di programmazione, come spesso si dice e si scrive, sbagliando) utilizzato per comporre pagine web di ogni genere. Può contenere immagini, video, testi e link, ma anche contenuti interattivi di vario genere, mediante opportuni plugin (tipicamente Javascript e sempre meno Flash e Java). In genere in una pagina HTML si possono distinguere la parte di intestazione (<head>), il corpo (body) e la parte finale (footer); header e footer hanno tipicamente scopi “di servizio”, mentre il body è la parte di contenuto visibile. Se non sai di cosa stiamo parlando, probabilmente non sei ancora pronto per fare attività SEO da solo.

Tag di intestazione: <head>

Corrisponde alla parte di intestazione della pagina HTML; contiene meta informazioni e dati, che vengono interpretati sia dal browser che dai motori di ricerca, e che non verranno esplicitamente mostrate all’utente. In questa porzione di HTML troviamo, normalmente, i fogli di stile CSS. Se non capisci di cosa stiamo parlando, probabilmente non sei ancora pronto per fare attività SEO da solo.

Sezione di chiusura (footer)

Corrisponde alla parte di HTML dedicata all’inserimento dei vari script Javascript, utili variamente a seconda degli scopi.

Body

Rappresenta la parte principale della pagina HTML, ovvero tutti i suoi contenuti visibili ed utilizzabili dall’utente finale.

Query di ricerca

La ricerca effettuata dall’utente sul motore, composta da uno o più termini: ad esempio ipad oppure corsi SEO. Quello che cerca l’utente, in sostanza.

Scansione

Operazione effettuata da un bot (ad esempio quello di Google, googlebot) ai fini di analisi delle varie pagine web con l’obiettivo di indicizzarle, se opportuno.

Redirect o reindirizzamento 301

Rappresenta formalmente uno dei tanti codici di stato del server: è utile in particolare per trasferire contenuto informativo da una pagina sorgente ad una destinazione, sia dello stesso sito che verso due domini distinti.

Dominio

Il nome univoco di un sito o servizio web, caratterizzato da un nome proprio e da un’estensione: ci sono ad oggi quasi 1000 estensioni disponibili, dette anche TLD di dominio. Un esempio di dominio è google.com.

Sottodominio

Un dominio di almeno terzo livello che faccia riferimento ad un dominio principale: ad esempio blog.nomesito.it oppure italia.blog.nomesito.it.

Directory root

La directory che si trova in cima alla gerarchia del filesystem: nell’ambito dei siti web e di FTP, rappresenta il livello base in cui è possibile trovare il file index.php, le direttive .htaccess e così via.

Snippet

Testo visualizzato sotto il titolo della pagina web corrispondente all’interno delle
pagine dei risultati di ricerca di un motore di ricerca. Generalmente consiste in un
riepilogo della pagina web e/o parti della pagina corrispondenti alle parole chiave
della ricerca.

Open Directory Project (ODP)

Noto anche come DMOZ, rappresenta un progetto open che coinvolgeva diversi volontari, impegnati nel classificare un grande numero di siti web mondiali per lingua e categorie. Il progetto è stato definitivamente dismesso ad inizio 2017.

404 (errore “pagina non trovata”)

Il codice di stato HTTP per riferire una pagina non trovata, non esistente o cancellata. A seconda delle circostanze e del contesto, può comportare problemi ad una buona SEO.

Sitemap XML

Una lista delle pagine web del sito in formato XML, un formato di file gerarchico che contiene un gran numero di informazioni sugli URL del sito, la data dell’aggiornamento e la priorità. Può essere utile per consentire ai motori di ricerca di rilevare rapidamente pagine mancanti dalla SERP.

Flash

Tecnologia, ritenuta dai più obsoleta, sviluppata Adobe Systems Incorporated e dedicata alla creazione di giochi, audio, video e animazioni. Supereroe della DC Comics.

JavaScript

Un linguaggio di programmazione per il web inizialmente solo lato client, ma che viene attivamente utilizzato in appositi framework per creare pagine web interattive ed app per cellulari e tablet.

Menù a tendina

Un sistema che consente di selezionare contenuti da un menu. Quando si fa clic
sul menu, le opzioni disponibili vengono visualizzate in un elenco “prolungato”.

Accessibilità

La opportunità per utenti e motori di ricerca di accedere ai contenuti e poterne fruire in comodità.

Esperienza utente (UX)

L’esperienza acquisita da un utente grazie all’utilizzo di prodotti, servizi e così via.
Viene data importanza alla garanzia di un’esperienza veramente desiderata
dall’utente, ad esempio “divertimento”, “praticità” e “comfort”.

Codice di stato HTTP

Codice numerico di tre cifre che rappresenta lo stato del server: può indicare status particolari della pagina, errori, problemi secondari, correttezza della risposta, redirezionamenti di pagine ed altro ancora.

Ma a che servono ‘sti catz di guest post?

Se hai avuto modo di leggere qualche blog SEO, ti sarà capitato di imbatterti in blogger o consulenti che ti avranno parlato di guest post; detta in modo brutale, sono degli articoli marketta in cui esiste un link all’interno che viene usato a vantaggio del tuo sito o di quello della tua azienda. Ci sono delle cose importanti da capire prima, perchè un servizio di guest post possa funzionare davvero, possa dare dei frutti e possa portare dei risultati.

Sono riuscito ad elencarne almeno dieci, e ti suggerisco di leggerle tutte – dalla prima all’ultima.

Cosa sono i guest post?

Il guest blogging o guest post è una pratica molto diffusa quanto spesso nascosta pubblicamente: consiste nel trovare blog, quotidiani o siti che siano disposti a farci pubblicare un articolo su un loro sito. Come se io andassi sul blog di Vice a chiedere di poter pubblicare un articolo sui party notturni che si organizzano a Milano, oppure – ad esempio – sui concerti che ci saranno a Roma durante l’estate. Gli argomenti scelti dipendono dal nostro interesse – se siamo un’azienda di hosting web, cercheremo di pubblicare guest post di argomento server ed hosting – e servono a migliorare la nostra autorevolezza sul web, o link authority.

I guest post sono una pratica molto utilizzata per scopi SEO. Se un blog famoso cita il nostro sito con un link, succederanno almeno due cose: la prima è che il traffico che arriverà sulla pagina del guest blog sarà indirizzato a noi, la seconda è che il ranking su Google del nostro sito potrebbe migliorare nel tempo. Il motivo per cui non sempre se ne parla chiaramente è legata al fatto che Google tende a penalizzare chi fornisca guest post, per cui – come qualsiasi altro investimento, del resto – è un rischio ricorrere ai guest post, ma è anche necessario correre il rischio per migliorare le prestazioni, in molti casi concreti.

Dove si pubblicano i guest post

Ci sono vari siti che si prestano a questa pratica e – per varie ragioni – non sempre sono disponibili pubblicamente. Io, ad esempio, sul network di siti su cui lavoro ne ho listati circa una ventina: eccoli. Per conoscere l’indirizzo del sito in anteprima scrivetemi via email.

Cosa hanno di speciale i siti che pubblicano guest post?

Sono siti autorevoli, che riescono a trasferire un valore: sono curati periodicamente, ben funzionanti dal punto di vista tecnico, veloci nel caricamento delle pagine, durevoli nel tempo. Google si basa molto sui link in ingresso ad un sito per poter renderlo visibile, e farsi linkare da un guest post è una delle operazioni più veloci, efficaci ed immediate per farlo.

Ovviamente i prezzi possono cambiare caso per caso.

Il prezzo da cosa dipende?

Dal tipo di lavoro che deve essere fatto, ovvero:

  • discussione / decisione dell’argomento o della ricerca su Google da potenziare;
  • stesura di una bozza di articolo tematica
  • decisione della strategia per linkare il sito

Dove va messo il link

Tendenzialmente dentro al testo del guest post, e non in un punto qualsiasi; ci sono varie strategie per farlo, si decide caso per caso quale sia meglio. Ad esempio potremmo linkare una ricerca molto comune come anchor text, e fare così un’attività SEO “classica”. Potremmo anche linkare il vostro sito come esempio virtuoso – ad esempio un articolo che parla delle migliori carte di credito e cita il vostro sito per una sua qualche caratteristica che lo renda unico.

Dipende, i professionisti ci stanno apposta per deciderlo 🙂

Ma Google non penalizza?

Potrebbe, ma come scrivevo prima è un rischio che vale la pena correre, come in qualsiasi altro investimento e considerando che la concorrenza lo fa senza scrupoli, da sempre. La mia idea è la seguente: se nel guest post c’è qualità, il rischio è infinitamente inferiore. Se si fanno guest post scialbi o troppo spudorati

Qual è la migliore strategia per fare guest post?

Saperli proporre, senza dubbio – cosa che si impara con l’esperienza ed il buonsenso.

In generale i migliori guest post sono quelli che li leggi e non ti accorgi che sono tali.

Scusa ma che lavoro è? Non ho capito

Funziona così: prima creo i siti, poi ci metto dentro dei contenuti, li coltivo (se vogliamo usare questa parola… rende l’idea), li faccio crescere, porto loro traffico mirato sfruttando varie tecniche SEO e poi li uso per decidere le mie strategie di consulenza, per monetizzarli con annunci contestuali e così via. È un investimento: prima lavoro e metto il mio know how a disposizione del web, poi provo a ricavarci qualcosa.

Conviene più comprare domini o guest post?

La prima scelta vi da’ un dominio tematico – sempre che riusciate a comprarvelo senza spendere capitali a vuoto – da potervi gestire come volete, alla peggio per farci un redirect 301 al vostro sito ed ereditarne i vantaggi.

La seconda scelta vi da’ un articolo a tema mirato, che potrebbe funzionare bene se il guest post è ben fatto ed il dominio possiede buona autorevolezza.

In genere la prima opzione è costosa in termini di tempo e soldi, e richiede persone in grado di realizzare siti e popolarli di contenuti sensati (è anche tipica di alcune consulenze, in effetti); la seconda è indicata di chi voglia fare investimenti più piccoli, mirati. Ovviamente tutto dipende dalla strategia che decidiamo di attuare: non è per tutti, saper prendere certe decisioni (purtroppo o per fortuna).

[FAQ] Devi solo mettere un link, che ti costa? Fallo gratis / Fammi una cortesia!

Questa forse è l’obiezione più comune: in realtà la questione è malposta, e chi la mette su questo piano non ha le idee chiare. Non si tratta, infatti, di piazzare semplicemente un link da un sito all’altro – cosa che potrei fare in 5 minuti, ovviamente; si tratta di contestualizzare il link in un articolo che abbia un senso, e che – come dicevo al punto 2 della lista – sia in grado di attirare almeno un minimo l’interesse dei visitatori. Diversamente, non ha molto senso fare un guest post. Non si tratta nemmeno di scrivere su un argomento che piaccia o che sembri utile: è discorso di capire se quell’articolo porterà visite o meno, o sarà comunque in grado di influenzare in positivo il ranking del vostro sito web.

E poi comunque si tratta di un lavoro: anche ammesso che si voglia vederla come una semplice attività di editing di un testo (“aggiungi link”), bisogna ricordare il lavoro che è stato fatto a monte, e che ha reso quel sito interessante e significativo come guest blog. E naturalmente gli articoli originali hanno un costo, e devono essere retribuiti – ecco perchè molte discussioni sulla “vendita di link” non hanno senso, tra l’altro.

 

Indici SEO: PA, DA, TF, CF, PageRank

PA (Page Authority)

La PA è uno dei parametri più valutati in ambito SEO, soprattutto quando si tratta di valutare il potenziale di un backlink dalla pagina di un sito: un PA alto viene considerato in modo indicativo come più significativo di uno basso, e questo sulla base di una serie di fattori interni di un algoritmo di machine learning.

Il PA è stato ideato da MOZ, e va da un minimo di 0 (indicativo di un sito molto giovane, o per cui è ancora stato fatto poco in ambito SEO) ad un massimo di 100 (indicativo della massima capacità di posizionarsi) in scala logaritmica, in modo che cresca velocemente per i valori piccoli (fino a 30) e meno rapidamente per quelli da 70 in poi, riducendo le probabilità che venga manipolato per speculare sul valore del link.

Si tratta di un indice predittivo che si riferisce ad una singola pagina (ad esempio la home page) e che cerca di stimarne l’effettiva potenzialità in ambito SEO, specificatamente in relazione al PA del sito di riferimento che vogliamo ottimizzare. Essendo un indice singolo è per sua natura olistico, nel senso che tiene conto di una molteplicità di fattori e, in questo, cerca di evocare il funzionamento del ranking di Google – con efficenza quantomeno criticabile: se voglio costruire l’alternativa ad una tecnologia, difficilmente riuscirò a farlo rendendola complicata basandomi su quanto immagino debba essere l’originale. Per questo, va tenuto come parametro di riferimento generale e non come se fosse una Bibbia sacra. All’atto pratico, la vendita di link si basa su questo come su altri indici analoghi.

Per migliorare il PA del tuo sito, devi aumentare il numero, la qualità e la quantità di link in ingresso al tuo sito via link building.

Il PA ha senso, secondo quanto riportato sulla pagina ufficiale, più come indice assoluto che relativo: questo vuol dire che ha senso raffrontarlo con il valore del sito da posizionare per effettuare dei confronti quantitativi, piuttosto che vederlo (come fanno, sbagliando, molti) come 0=qualità nulla, 100=qualità massima. Non considera ottimizzazioni specifiche sulla pagina nè riesce a valutare la qualità del testo, e fa riferimento all’indice proprietario di MOZ Mozscapes (fonte).

DA (Domain Authority)

La DA è uno dei parametri più valutati in ambito SEO, soprattutto quando si tratta di valutare il potenziale di un backlink da un certo dominio di secondo livello: una DA di valore alto viene associata ad un buon sito da cui prendere backlink.

La DA è stato ideata anch’essa da MOZ, e va da un minimo di 1 (indicativo di un sito molto giovane o appena nato, o per cui è ancora stato fatto poco in ambito SEO) ad un massimo di 100 (indicativo della massima capacità di ranking) anche qui in scala logaritmica, in modo che cresca velocemente per i valori piccoli (fino a 30) e meno rapidamente per quelli da 70 in poi, riducendo le probabilità che venga manipolato per speculare sul valore del link.

Si tratta di un indice predittivo che si riferisce globalmente al dominio in questione, e che cerca di stimarne l’effettiva potenzialità in ambito SEO, specificatamente in relazione al PA del sito di riferimento che vogliamo ottimizzare. Essendo un indice singolo è per sua natura olistico, nel senso che tiene conto di una molteplicità di fattori e, in questo, cerca di evocare il funzionamento del ranking di Google – con efficenza quantomeno criticabile: se voglio costruire l’alternativa ad una tecnologia, difficilmente riuscirò a farlo rendendola complicata basandomi su quanto immagino debba essere l’originale. Per questo, va tenuto come parametro di riferimento generale e non come se fosse una Bibbia sacra. All’atto pratico, la vendita di link si basa su questo come su altri indici analoghi.

Per migliorare la DA del tuo sito, devi aumentare il numero, la qualità e la quantità di link in ingresso al tuo sito via link building.

La DA ha senso, secondo quanto riportato sulla pagina ufficiale, più come indice assoluto che relativo: questo vuol dire che ha senso raffrontarlo con il valore del sito da posizionare per effettuare dei confronti quantitativi, piuttosto che vederlo (come fanno, sbagliando, molti) come 0=qualità nulla, 100=qualità massima. Non considera ottimizzazioni specifiche sulla pagina nè riesce a valutare la qualità del testo, e fa riferimento all’indice proprietario di MOZ Mozscapes (fonte).

CF (Citation Flow)

Il Citation Flow (CF) è un indice ideato da Majestic e cerca di predire che influenza abbia un URL sulla base del numero di link in ingresso che possiede. Una metrica abbastanza semplice da definire a patto che si disponga di un indice di siti aggiornato, e che fornisce una misura abbastanza affidabile sulla quantità di link ricevuti dal sito. Dice qualcosa sulla quantità ma nulla sulla qualità di backlink.

Per aumentare il CF devi aumentare il numero di backlink al tuo sito.

Attenzione che il CF di www.miosito.it è in genere diverso da quello di miosito.it.

TF (Trust Flow)

Il Trust Flow (TF) è un indice ideato da Majestic, e come il CF cerca di predire che affidabilità possa fornire l’URL sulla base della presenza, tra i backlink in ingresso (e a prescindere dal numero), di domini affidabili e con uno storico consistente (Wikipedia.org, Repubblica.it, …). Una metrica anche qui piuttosto semplice da definire, a patto che si disponga di un indice di siti aggiornato, e che fornisce una misura abbastanza affidabile sulla quantità di link ricevuti dal sito. Dice qualcosa sulla qualità ma nulla sulla quantità di backlink.

Per aumentare il TF devi aumentare il numero di backlink autorevoli al tuo sito.

Attenzione che il TF di www.miosito.it è in genere diverso da quello di miosito.it.

PageRank

Il PageRank è un algoritmo usato da Google, ideato nel 1997, in grado di assegnare un peso ad ogni collegamento del World Wide Web, allo scopo di quantificare la sua importanza in termini di priorità nei risultati di ricerca: per estensione, si riferisce come PageRank il numero da 1 a 10 calcolato dall’algoritmo stesso (i dettagli sono qui). Si tratta dell’indice storico di Google per classificare i risultati di ricerca, almeno nelle sue primissime versioni, che ormai fa parte di un insieme di complesse tecniche di link analysis ranking. I SEO principianti sono soliti utilizzare ancora oggi questo numerino per le proprie valutazioni, spesso dimenticando che è solo una parte del gioco e diventando sempre più miopi al resto delle attività di una SEO davvero efficace e corretta.

Ad oggi, pertanto, è solo il piccolo tassello di una macchina molto più complessa, anche se in molti casi viene tenuto in considerazione per valutare la capacità di alterare le SERP a proprio vantaggio: criterio, di per sè, solo accidentalmente valido e del tutto sbagliato, anche perchè non c’è modo di calcolarlo in modo certo e Google stesso non lo aggiorna pubblicamente da molti anni – Sul PageRank leggi anche qui.

 

[ebook gratuito] Guida pratica al marketing delle affiliazioni

Il marketing affiliato è la parte del web marketing che si occupa dell’ottimizzazione dei banner e dei link che procurano guadagni ai webmaster: oltre ai soliti Tradedoubler e Google Adsense, il mercato sta conoscendo un’espansione davvero capillare ed è facile, ormai, riuscire a trovare accordi di affiliazione gratuiti per tutte le tipologie di siti e prodotti. Se possiedete un sito che recensisce CD musicali oppure DVD, ad esempio, potete pensare di sfruttare le affiliazioni di Amazon, il più grosso negozio online che corrisponde fino al 10% delle vendite effettuate tramite il vostro sito. Tuttavia questo mercato è stato molto spesso mal interpretato, banalizzato come forma di guadagno “automatizzata” da parte di guru e marketer senza troppi scrupoli, ed è per questo motivo che ho deciso di scrivere e proporre sul web il mio piccolo (ma sostanziale) contributo: “Web marketing affiliato” è una guida/vademecum piuttosto sintetica (circa 59 pagine), ma molto densa di contenuti.

Oltre a contenere oltre 50 suggerimenti per ottimizzare il vostro sito per le affiliazioni, l’ebook affronta l’argomento nel modo più ampio possibile, dando spazio inizialmente alla spiegazione del “perchè” si viene pagati “per cliccare” (come usano semplificare alcuni inesperti, in certi casi), il che non è affatto scontato ma è necessario per attivare il meccanismo stesso. Successivamente, una volta chiarito “come” avvenga tale meccanismo, viene dato ampio spazio al “cosa” sia possibile fare per rendere il proprio sito più visibile, alla luce di una considerazione forse impopolare ma veritiera: troppi affiliate marketer finiscono per essere ossessionati solo ed esclusivamente dalla SEO, dalla prima posizione ad ogni costo ma questo, di fatto, finisce per mettere in secondo piano metriche molto più importanti come la percentuale di rimbalzo, le visite dai social network oppure il numero di conversioni che effettuate mediante un banner. Cose che c’entrano poco o nulla con la SEO che invece, in molti casi, viene usata come rimedio per tutti i mali (quando invece, se servisse dirlo, non lo è affatto). È alla luce di questa ottica, ragionevole, comprensibile a tutti ed attuabile senza ricorrere ad alcun software a pagamento, alla fine, che è possibile trovare il miglior modo di lavorare nell’affascinante settore del marketing affiliato, e se si sceglie la nicchia giusta anche di guadagnare qualcosa.

È possibile visionare gratuitamente il mio ebook “Web marketing affiliato” da questo link.

Canali Telegram creati o gestiti da me

Per abbonarvi al canale desiderato, cliccate sul link che vi interessa dal vostro cellulare – se invece desideri una consulenza per impostare il tuo canale Telegram personalizzato, clicca qui.

  1. Lipercubo – Canale di cinema, una recensione di film horror, thriller e fantascienza al giorno.
  2. Trovalost – Canale ufficiale del blog Trovalost.it, dedicato ad hosting, tecnologie e domini internet.
  3. Salvatore Capolupo – Qui trovate la maggioranza degli articoli ed i tutorial che posto online.
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Perchè il tuo sito ha bisogno di traffico qualificato (e dove trovarlo)

Persi in considerazioni che tendono spesso a diventare sterili, ad esempio sul PageRank come sul numero di link in ingresso, o (ancora) sul mettere la keyword all’inizio di un title, spesso dimentichiamo la vera essenza della SEO ben fatta, che dovrebbe riguardare un singolo e ben identificabile obiettivo: portare traffico qualificato al nostro sito.

Perchè portare traffico qualificato al tuo sito? Ci sono una varietà di buone ragioni per farlo, ne elenco due:

  1. si evita la dispersione utenti dovuta a campagne di web marketing grossolane o fatte a casaccio, in cui si cerchi solo di aumentare il numero di visitatori (che sanno farlo anche i ragazzini) e non la qualità delle visite (che invece è un’arte che richiede competenza, dedizione e pazienza).
  2. traffico qualificato significa utenti interessati ai contenuti del tuo sito, quindi – nel caso di e-commerce – persone propense a spendere e fare acquisti oppure – nel caso di blog – interessate ai tuoi contenuti ed alla possibilità di leggerti, commentare i tuoi articoli, cliccare sui banner del sito, trovare cose interessanti e così via

Ma cosa significa, in altri termini?

Per portare visite al nostro sito ci sono due modi:

  1. metodi indiretti, che consistono nell’insistere su contenuti di qualità, originali e difficilmente reperibili su altri siti; in questo modo infatti sarà più facile essere linkati, citati o riferiti dall’esterno (social, blog, forum ecc.), quindi un buon copywriting / content marketing;
  2. metodi diretti, ovvero alimentare il traffico del nostro sito postando il link ad (alcuni) nostri post,

Solo il giusto equilibrio da questi due approcci porta al successo, e solo un mix equilibrato e coerente finisce, nel medio-lungo periodo, per portare traffico di qualità. Se infatti ci concentriamo solo sui metodi indiretti, il nostro sito sarà magari curatissimo ma rimarrà un’isola nel deserto; se invece usiamo troppi metodi diretti, finiremo per condizionare in negativo la percentuale di rimbalzo del nostro sito, portando traffico grezzo e poco mirato o interessato ai nostri argomenti.

Ma come si fa a procurarsi traffico qualificato? Chiaro che il traffico qualificato è quasi sempre quello basato sugli interessi reali dei visitatori (esempio: un sito che vende smartphone deve attrarre visitatori potenziali che siano, almeno nella maggioranza dei casi, potenzialmente interessati o entusiasti utilizzatori di smartphone: diversamente, è traffico generalista poco utile o peggio ancora traffico artificiale), per cui bisognerà capire come alimentare l’interesse verso il nostro sito da parte dei visitatori: pertanto, ci sono varie tecniche per alimentare il traffico di qualità al nostro sito. Ad esempio, eccone due:

  • un’attività SEO mirata ad ottenere link pertinenti con il nostro sito può aiutarci ad aumentare il traffico dai motori di ricerca e, in molti casi indirettamente, far conoscere il nostro sito (visite alla home, o di chi si ricorda del nostro sito in un secondo momento); in questo, soprattutto i link editoriali funzionano egregiamente, cioè quelli provenienti da contesti in cui l’utente sia portato a leggere la pagina con calma (blog, siti di quotidiani, forum attivi e curati e così via)
  • l’inserimento di link all’interno di social network può aiutare, almeno in parte; ma attenzione, va comunque sempre fatto con cautela. I social network non servono a spammare link, ma sono pensati soprattutto per far comunicare le persone; non usateli solo per postare i vostri link, anche se la tentazione è forte e sembra una soluzione rapida ed veloce, perchè 1) non è detto che vi portino traffico qualificato, anzi in molti casi portano traffico ad elevato rimbalzo, poco interessato al vostro sito e così via 2) farete una figura abbastanza pessima agli occhi di chi potrebbe invece, con strategie mirate, diventare vostro fan sincero).

Comunque si decida di fare, ci possono essere altre possibilità che solo un consulente esperto sarà in grado di indicarvi, sperimentandole sul campo – non è facile, credetemi: chi dice che sia facile lo dice in modo poco obiettivo o perchè, magari, è quasi meno competente di voi (non che per l’utente o l’imprenditore medio sia una colpa esserlo, intendiamoci).

Gli indici che in generale si possono usare per valutare (orientativamente) la qualità del traffico sono i seguenti:

  • il numero di visitatori unici (in Google Analytics detti “sessioni“, da qualche tempo), questo è un numero ovvio che non richiede spiegazioni e che rappresenta il numero di persone che guardano il nostro sito e ci arrivano, in qualsiasi modo lo facciano;
  • il numero di visualizzazioni, cioè le impressions del nostro sito, che rappresentano quante volte viene visualizzato il sito web a prescindere dal numero di visitatori (potremmo infatti avere un singolo visitatore che clicca indefinitamente su più pagine);
  • i referral, cioè chi dall’esterno riesce nell’arduo compito di portare traffico diretto al nostro sito (blog, forum, Youtube, … con annesso link);
  • la percentuale di rimbalzo, detta anche frequenza di rimbalzo e che rappresenta, senza scendere in definizioni troppo tecniche (la definizione data da Google è abbastanza difficile da capire anche per molti dei più esperti), deve essere mantenuta più bassa possibile (a meno che non stiate ottimizzando una singola pagina senza punti di uscita o link interni verso altri contenuti). Un rimbalzo eccessivo è indicativo del fatto che gli utenti arrivano ma – semplificando un po’ i termini – non cliccano nel sito, e questo può tradursi in conseguenze dirette (non gaurdano le pagine che vorremmo, o non sono attratti dal sito per motivazioni varie) ma anche indirette (non fanno clic sulle pagine che dovrebbero farci guadagnare).

Google Analytics offre strumenti di analisi dei dati di accesso al nostro sito anche più raffinati di questi, e su cui è opportuno rivolgersi ad un consulente esperto per avere delucidazioni.

Tu clicchi, io guadagno – Il mito dei banner miracolosi

Sono anni che sono diffusi moltissimi corsi, post su blog, contenuti più o meno a pagamento, banner pubblicitari (che paradosso…), articoli su blog, considerazioni da forum e via dicendo incentrati sulla mitologia dei click: vari guru del settore cercano di convincerci che sia sufficente cliccare sui banner (o meglio, far cliccare le persone sui nostri banner) per creare siti di guadagno automatico.

Falso mito: si pensa che basti far cliccare a casaccio per guadagnare.

Realtà: i click devono provenire da persone interessante a quell’annuncio, altrimenti col  che vi pagano.

In realtà le cose sono un po’ più complesse di così, ed è ora di fare chiarezza, una volta per tutte, sull’argomento.

  1. Se qualcuno guadagna su un click, qualcuno deve aver speso: trovo davvero surreale come molte persone, che conoscono internet ed il suo funzionamento solo ad intuito, siano convinte che internet possa essere una sorta di riserva infinita di denaro, in attesa di disoccupati o scansafatiche o perennamente connessi sul web pronti a fare da spammatori / cliccatori seriali. I vari programmi che vi propongono di essere pagati per vedere dei video o per fare amenità simili, ad esempio, servono quasi sempre a generare traffico artificiale a certi contenuti (quindi, nel fare queste cose, state contribuendo a creare traffico artificiale a vuoto decisamente simile a spam). Se, ancora, vi auto-cliccate i banner del vostro sito, state sostanzialmente scippando soldi a chi ha investito su quei banner, e questo infatti comporta penalità e non assegnazione dei guadagni quando non, addirittura, il ban definitivo. Questo comportamento vale anche se un vostro amico o conoscente clicca sui vostri banner pensando di farvi un favore: non perchè gli amici non debbano fare queste cose, ma perchè il modello di business dei banner si basa sul far compiere un’azione a chi vede la pubblicità, come ad esempio iscriversi ad un sito, lasciare il proprio indirizzo email o comprare un prodotto. Se il vostro amico non è cosciente di ciò, come avverrà nel 99% dei casi, il comportamento sarà comunque a rischio: non rovinate tutto, pertanto.
  2. Non è il click che ci fa guadagnare, anche se programmi di affiliazione come Google Adsense usano attivamente questa metrica per misurare il successo delle nostre campagne pubblicitarie; il clic ci fa guadagnare a determinate condizioni, cioè se l’inserzionista (chi investe in pubblicità) riceve un riscontro oggettivo da parte di quel clic: ancora una volta, questo avviene se il click gli porta un nuovo cliente, se uno compra il prodotto che viene riferito dal link di affiliazione, se uno si iscrive ad una mailing list, e così via. Ci sono anche inserzionisti che pagano ogni 1000 visualizzazioni, ad esempio, oppure per clic “a vuoto”: ma li pagano poco, per ovvie ragioni (e spesso solo perchè sono costretti a farlo), per cui non possiamo pensare di basare un’attività seria sul web esclusivamente su questo.
  3. La pubblicità su internet non è come quella televisiva o sui giornali, che si basano (queste ultime) sul fatto che l’inserzionista paghi a prescindere uno spazio pubblicitario su una pagina molto frequentata o con molti lettori; su internet ovviamente esiste anche questo modello, ma si riferisce comunemente come vendita di banner o di link a costo fisso mensile e, detto per inciso, non sempre viene accolto con entusiasmo da chi spende in pubblicità, visto che non riesce a fornire un’indicazione sul ROI (ritorno dell’investimento). La pubblicità su internet paga bene (e anche tanto) i clic che portano ad un’azione concreta che diversamente non sarebbe mai avvenuta, come l’acquisto di un prodotto o servizio.

Ci sono anche ulteriori modelli di business dietro i banner su internet che non tratto per brevità, ma in genere le cose stanno come vi ho raccontato qui. Smettiamola, quindi, di credere ai miti del guadagno online su internet, e non affianchiamo nè confondiamo le attività che si svolgono sul web (blogger, social media markerting, SEO, consulenze, ecc.) con pseudo-attività per cui saremo pagati spiccioli sempre e comunque, e che si basino sull’ignoranza delle persone.

La seconda pagina dei risultati potrebbe essere un luogo poco sicuro per nascondere un cadavere

Troppo spesso mi è capitato di sentire, parlando di SEO durante eventi formativi oppure tra colleghi, la frase fatidica (e sue varianti): il posto più sicuro dove nascondere un cadavere è la seconda pagina di Google! I cadaveri si nascondono bene nella seconda pagina di Google, oppure nella variante in inglese troverete “The Best Place to Hide a Dead Body is Page Two of Google“.

Non entro nel merito di chi abbia coniato questa frase – che starebbe bene in un racconto di H. P. Lovecraft modernizzato, probabilmente – e di chi sia la paternità della stessa, ma vado dritto al punto: questa affermazione può essere innocua se detta con buone intenzioni “didattiche”, ma all’atto pratico è più dannosa che altro. Dire che il posto più sicuro dove nascondere un cadavere è la seconda pagina di Google significa accettare passivamente che l’unica cosa che conta è la prima pagina: e questo in generale è falso, purtroppo (o per fortuna).

Chi sostiene una cosa del genere, infatti, è portato a trasmettere la convinzione che siano solo i primi 10-12 risultati di Google ad essere importanti. Gli utenti infatti – nell’immaginario un po’ ingenuo di chi non è troppo pratico di IR e di SEO – cercano qualcosa, spulciano il primo massimo il secondo risultato e, fatte le opportune valutazioni, arrivano a finalizzare (ad esempio) un acquisto.

L’analisi pero’ dovrebbe essere molto, molto meno superficiale di così, e ve lo proverò a dimostrare ripartendo da zero, cioè da quando l’utente approccia con il motore di ricerca alla ricerca, per l’appunto, di qualcosa. Quello che entra in gioco fin da subito, infatti, non è una ricerca secca come potrebbe avvenire in biblioteca (e a volte neanche lì!) bensì corrisponde al concetto di query session, “sessione di ricerca“: di cosa si tratta è molto semplice, almeno nella sua forma base.

La domanda base che dobbiamo porci è la seguente:

ma gli utenti cliccano sui nostri risultati di ricerca o no?

Se cliccano, infatti, portano una visita al sito, ci arriva un potenziale cliente, possiamo convertire o fare lead. Se non cliccano, semplicemente, non succede nulla – e pure se ci siamo posizionati, è solo uno specchietto di vanità assolutamente inutile ed improduttivo. Per quello la prima pagina, pur essendo ovviamente fondamentale in un’analisi “a grana grossa”, finisce per diventare secondaria se l’analisi è più approfondita, e se utilizziamo metriche di ricerca più precise della banale posizione su Google (peraltro spesso soggettiva da dispositivo a dispositivo), magari (magari!) in posizione zero.

Ma andiamo per ordine, e proviamo ad arrivarci: una sessione di query infatti non è altro (semplificando un po’) che una sequenza di ricerche e di consultazioni dei risultati finalizzate ad uno scopo finale.

Una ricerca, infatti, difficilmente è secca (nel senso che porta immediatamente a trovare la pagina che ci aspettavamo, anche solo per la ragione più ovvia: l’utente non sa cosa troverà in anticipo!) e non sempre (…quasi mai) l’utente trova, usando Google o Bing, quello che cerca al primo colpo.

Per quanto possano essere evoluti i motori moderni, infatti (anche scomodando semantica, geolocalizzazione e quant’altro) i risultati di ricerca sono sempre molto numerosi e, tanto per cominciare, possono esistere più risultati che soddisfino le nostre richieste.

Nel libro “The art of SEO” (un must per chiunque voglia fare SEO in modo davvero professionale, ve lo consiglio) si riportano numerosi esempi di query session, che sono scomponibili nel caso più semplice in:

  • ricerca inizialmente di un qualcosa (ad esempio “che scarpe comprare”)
  • consultazione di un primo risultato (non necessariamente il primo, come vedremo);
  • consultazione del sito annesso;
  • consultazione di un secondo risultato (non necessariamente il secondo);
  • consultazione del secondo sito;
  • ho trovato finalmente quello che cercavo e, finalmente, posso finalizzare l’azione desiderata (un’iscrizione, un abbonamento, un acquisto in genere);
  • una durata (data dalla somma dei singoli task precedenti), interessante da valutare al fine di profilare meglio gusti e preferenze del cliente potenziale.

Per inciso ho specificato “non necessariamente il primo / secondo” perchè, se ci fate caso, molti utenti tendono ad esempio a saltare gli annunci perchè ritengono essere risultati di bassa qualità, oppure (caso opposto) cliccano sul primo risultato senza badarci, oppure saltano siti web che non gradiscono o che sanno già, per via di precedenti esperienza, essere non adatti al loro scopo. L’esempio che porto spesso ai corsi è legato alla circostanza di un sito che abbia una scarsa brand reputation (ad esempio), ma si posizioni benissimo in SERP: tuttavia gli utenti sannò già che su quel sito ci sono annunci invasivi, che la grafica è poco chiara e chi scrive quei post è antipatico, per cui evita di cliccarci o ci clicca solo per sbaglio. Un problema serio che molti siti dovrebbero decidersi ad affrontare, ad esempio ricorrendo a consulenze di web marketing di ampio spettro.

Ciò già rende l’idea di come, nel fare SEO, uno non debba solo considerare il primo risultato ma anche il secondo, il terzo e qualcun altro, a seconda dei casi, e soprattutto (e questo è un mio inciso, beninteso) se si tratta di query non navigazionali (quindi informazionali, se cerco informazioni attendibili, oppure transazionali, se voglio acquistare qualcosa sul web). Se consideri solo la prima pagina, i primi risultati o addirittura solo il primo – a parte che spesso non puoi controllarlo lato SEO – hai una visione alquanto miope della consulenza o del lavoro che stai facendo. Se vogliamo, quindi, le sessioni di ricerca allargano le opportunità del nostro sito, aprendo ad ulteriori possibilità trasversali ed evitando di confinare questa attività di ottimizzazione come ad una pratica meccanica e priva di altro scopo se non quello di “posizionare il sito” (anche se poi, magari, ha un CTR nullo in SERP).

Tra l’altro, tanto per rimanere realisti e complicare un po’ le cose (e farvi capire come l’idea della seconda pagina in cui praticare sepolture di corpi umani sia, garbatamente parlando, una cosa capace di mandarti fuori strada), nel libro in questione vengono fatti ulteriori esempi di sessioni di ricerca innestate in sotto-sessioni correlate. Non è una supercazzola, anzi – a ben vedere – non è nulla che nessuno di noi non abbia fatto almeno una volta nella vita: ad esempio nel caso di ricerche legate alla salute.

  • una persona cerca “cause mal di testa e nausea“;
  • consulta il primo sito che trova nei risultati di ricerca, per un po’;
  • torna indietro per vedere il terzo (il secondo lo salta, ad esempio, perchè lo riconduce ad un noto “guru” della medicina alternativa che non stima particolarmente)
  • non soddisfatto, prova a cercare “cause mal di testa e nausea gravidanza“;
  • consulta il primo ed il secondo sito che trova;
  • trova una termine che non conosce (ad esempio patognomonico) e, a questo punto, avvia un’ulteriore sessione di ricerca sullo stesso;
  • … ha finalmente trovato quello che cercava dopo 50 minuti (o si decide a spegnere il computer, e chiamare il proprio medico)

Se le sessioni si complicano così, se c’è molta concorrenza, se i risultati sembrano tutti uguali o apertamente contraddittori, se l’argomento è delicato ed in molti altri casi che non elenco per brevità, è ovvio che sulla seconda pagina prima o poi ci andrò eccome, alla ricerca delle risposte che non ho trovato prima. Non ne abbiamo la certezza ovviamente, ma sappiate che la scelta (libera) del risultato su cui cliccare:

  1. dipende (abbastanza) dal settore commerciale di appartenenza della ricerca;
  2. dipende (tanto) dalla query stessa;
  3. dipende (tantissimo) dal singolo utente che sta facendo la ricerca!

Quello che voglio dire è: prima di fare i simpatici convincendoci che nella seconda pagina di Google ci vorremmo seppellire un cadavere (ad esempio della suocera), bisogna pensarci meglio. Anche i risultati ben posizionati nei primi 20-25 su Google possono avere buone opportunità, ovviamente da raffinare ed ottimizzare nel tempo.

Poi può darsi che la prima pagina sia comunque l’unica priorità di qualsiasi consulenza ma, per come la vedo io, un SEO che trascuri o addirittura ignori il concetto di sessione di ricerca non è un SEO.

Considerate quindi sempre i seguenti aspetti, quando fate attività di keyword research ad esempio.

Dipende dal tipo di ricerca che analizziamo: la priorità assoluta della prima pagina può essere valida per le query navigazionali (se cerco “Facebook”, cliccherò quasi certamente sul primo risultato, e questo è un dato di fatto), ma non è valida per le ricerche che richiedano una scelta, un confronto o una capacità critica da parte dell’utente: le ricerche informazionali e quelle transazionali). In questi casi, infatti, l’utente tende per natura a considerare e confrontare più risultati successivi, ovviamente dando la priorità ai primi che trova (ma anche a quelli che si notano di più, a quelli che usano le giuste parole, a quelli che gli danno la risposta che vorrebbe leggere e così via).

Conta anche la qualità delle pagine che abbiamo posizionato: se abbiamo forzato la mano con tecniche black hat a me sta anche bene, per intenderci, ma dovremo comunque fare i conti con ciò che si aspetta l’utente sulla nostra pagina. Consideriamo quindi molto bene la concorrenza e studiamone il comportamento, perchè le loro scelte possono guidarci a capire cosa “piace” all’utente che cerca. Pensare che basti posizionare la pagina senza considerare che addirittura chi sta sotto di noi, nei risultati, non possa soddisfare di più l’utente, equivale ad illudersi che non saremo mai traditi o truffati nella nostra vita.

L’idea che dovrebbe passare, a questo punto, è che le sessioni di ricerca e la loro complessità ci insegnano indirettamente una cosa importante: la prima è che nessuna ricerca è per forza diretta e conscia, la seconda è che anche stando in posizione ottimale su Google potremmo avere problemi a convertire, e l’ultima (che non ho citato in precedenza) è che ci possono essere i motivi più svariati per cui il vostro sito non si posiziona o, peggio ancora, si posiziona ma viene comunque ignorato dagli utenti.

Per cui ogni tanto, con l’aiuto della Search Console di Google, date uno sguardo alle pagine con CTR molto bassi o nulli, e rinfrescate quei contenuti se necessario.

Ottimizzare il tuo sito On-Page in 10 passi: migliora il posizionamento!

In questo articolo parliamo di come ottimizzare il tuo sito On-Page o un post nel caso di un blog. Parlare di ottimizzazione SEO significa considerare due fattori fondamentali:

  1. l’ottimizzazione on-page (SEO sulla pagina)
  2. l’ottimizzazione off-page (SEO esterna alla pagina).

In questo spazio ti indico come svolgere l’attività di ottimizzazione interna sulle tue pagine (on- page) in 10 passi per migliorare il posizionamento del tuo sito sui motori di ricerca.

Questo discorso è valido anche nel caso volessi creare un blog in WordPress, che deve essere considerato come la naturale evoluzione di un sito web statico. La differenza tra un blog e un sito, è davvero minima considerando le esigenze di chi si appresta ad imporre la sua presenza sul web.

Premesso questo, colgo l’occasione per ringraziare Salvatore Capolupo che mi ha concesso la possibilità di scrivere sul suo sito e di potermi presentare.

Mi chiamo Ugo Tridico e sono un esperto WordPress e blogger con competenze SEO, web marketing e design. Ho un blog che gestisco su www.ugotridicoweb.it (di cui sono il webmaster).

Ma passiamo subito all’argomento di questo articolo: come ottimizzare il tuo sito web on-page in 10 facili step.

Dicevamo che la SEO On-page, ottimizza i contenuti di ciascuna pagina del sito per una parola chiave principale. Quindi vedremo come usare le giuste intestazioni e posizionare in modo efficace le parole chiave (keywords), con particolare attenzione verso i fattori utili a garantire la qualità dei tuoi contenuti.

Direi di iniziare, d’accordo?

Altrimenti rischio di dilungarmi troppo ed io voglio che tu rimanga fino alla fine su questo articolo. Ma da sveglio!

Quando ci apprestiamo a fare SEO On-page, seguiamo un’insieme di pratiche, metodi comprovati, per classificare pagine e post nelle posizioni più alte nelle SERP dei motori di ricerca (tra i risultati naturali).

Perché è necessario ottimizzare il tuo sito On-Page?

Ottimizzare il sito è necessario per ottenere pagine ottimizzate in modo “naturale”, senza snaturare il contenuto che deve restare usabile e chiaro per i lettori.

Ma l’obiettivo finale è strutturare correttamente le pagine stesse per i motori di ricerca (su tutti Google), in modo che possano individuare facilmente la parola chiave di destinazione e portare visitatori mirati al sito web.

Per questo motivo, prima di ogni attività di ottimizzazione, devi disporre di contenuti interessanti per i lettori dove applicare le tecniche SEO più opportune.

Fare SEO On-page equivale a scrivere contenuti interessanti e trasformarli in contenuti di qualità: utili per i lettori e allo stesso tempo graditi ai motori di ricerca che li andranno a “premiare” e quindi posizionare.

Il livello di gradimento di lettori e motori di ricerca andranno, insieme, a stabilire il successo di un contenuto (autorevolezza).

Invece il valore di una pagina (o articolo) lo stabiliscono: l’argomento da trattare e l’abilità (competenza) con la quale è stato scritto il contenuto testuale.

Supponiamo di conoscere già le keywords per le quali posizionare le nostre pagine e di aver già svolto l’attività di ricerca (keyword research), dove potrà esserti di concreto aiuto Salvatore. Quali sono i passi da compiere per eseguire un’attività di ottimizzazione SEO On-page efficace? Di seguito li vediamo insieme.

Tecniche SEO on-Page : i 10 passi per l’ottimizzazione efficace delle pagine del tuo sito

Ecco di seguito i fattori da considerare per ottimizzare il tuo sito efficacemente passo dopo passo.

Scrivi un Titolo di pagina efficace (meta tag title)

Si tratta del titolo HTML ed è il fattore SEO On-page più importante. Rappresenta il primo meta tag, la prima informazione, che gli spider vanno a scansionare per la valutazione finale della pagina.

In più il tag title viene mostrato nelle SERP e nei link condivisi sui social ed influisce in modo decisivo sul posizionamento. Oltretutto è il primo elemento che si espone alla vista (ed alla valutazione iniziale) dei lettori.

Un titolo SEO ottimizzato efficacemente per i motori di ricerca e utile ai lettori, deve rispettare i seguenti punti:

    • contenere al suo interno la parola chiave principale

    • non superare i 65 caratteri circa (oltre i quali Google lo “taglia”)

    • essere diverso per ogni pagina del sito

    • avere la keyword principale posta all’inizio (o in prossimità)

    • non contenere più di una stessa parola chiave, ma keywords secondarie.

  1. Cura il Tag H1

Il tag H1 ha lo scopo di attirare l’attenzione dei lettori. Quindi saper scrivere un titolo ad effetto è uno dei fattori fondamentali da considerare. Bada bene che Tag H1 e Tag title NON sono la stessa cosa, anche se su piattaforma WordPress coincidono.

Ma ci sono stratagemmi sul codice (o plugin) per renderli “indipendenti” e poterli differenziare. La cosa importante è includere la parola chiave all’interno del titolo H1 possibilmente all’inizio e non ripetere la stessa parola chiave al suo interno.

Il meta titolo corrisponde al capitolo di un libro e quindi non dovrebbe esserci più di un H1 per ogni pagina del tuo sito. Almeno che tu non voglia creare un sito di una sola pagina con tutti gli argomenti al suo interno 🙂

  1. Suddividi in paragrafi: h2/h3/h4/h5/h6

Devono essere utilizzati solo se necessari ai fini dell’organizzazione della tua pagina e sempre in ordine gerarchico. Hanno il compito di aiutare gli spider a capire come è organizzato il contenuto e

rendere il testo più leggibile e ordinato.

Ti consiglio di non fare uso di troppi h2 ed h3 perchè Google non li gradisce e rischieresti di essere “sottovalutato” dagli algoritmi di Google.

Nel meta tag h2 ti consiglio di inserire la tua parola chiave di riferimento, ma sempre essere ripetitivi.

  1. Distribuisci le Keywords nel testo

La tua parola chiave principale (di riferimento) andrebbe inserita nelle prime 100-150 nel testo

della pagina. In questo modo si agevola Google a capire subito di cosa stai parlando.

Solitamente, quando possibile, io inserisco la parola chiave principale ad inizio testo perché gli spider dei motori di ricerca, pongono maggiore attenzione proprio alle prime righe.

Nel resto del testo puoi anche ripetere la tua parola chiave di riferimento ma in modo naturale, pertinente, senza “forzature”. Ti consiglio di posizionare la keyword all’inizio o alla fine dei paragrafi.

Se nell’ambito della stesura del testo dovessi aver bisogno di ripeterla ancora, considera l’uso di

sinonimi.

Google, infatti, è in grado di rilevare la pertinenza semantica del testo e considera più autorevoli i testi che fanno uso delle LSI keywords (Latent Semantic Indexing): di parole “differenti” che usate nello stesso contesto, tendono ad avere significati simili.

Non inserire troppe volte la tua keyword all’interno del contenuto per evitare il rischio di incappare nel “keyword stuffing” ed essere penalizzato da Google.

  1. Migliora la Meta Descrizione (tag description)

Non è un fattore di ranking per i motori di ricerca, ma la meta descrizione è quella porzione di testo che salta subito agli occhi nelle SERP grazie al grassetto che ne evidenzia le keyword presenti.

L’obiettivo è ottimizzare la meta descrizione in modo da attirare l’attenzione del lettore a tal punto da portarlo sulla tua pagina: quindi sul tuo sito.

Cerca di non fare un elenco di keyword come se non ci fosse un domani: devi scrivere un testo persuasivo per spingere il lettore a “cliccare”. Quindi inserire la sola parola chiave di riferimento, a corredo dell’intera descrizione, va più che bene!

  1. Ottimizza la URL

Si tratta di un altro fattore determinante per ottimizzare il tuo sito on-page in modo efficace: ha lo scopo di suggerire a Google e agli utenti l’indirizzo delle tue pagine.

La struttura di un URL è un fattore da considerare soprattutto quando si fa uso di WordPress. Infatti questa piattaforma consente di modificarne la struttura del permalink per agevolare il processo di ottimizzazione SEO su WordPress.

  1. Inserisci e ottimizza le Immagini

Le immagini servono ad aggiungere valore ai contenuti testuali. Ma anche per rendere visivamente più interessante le pagine.

Ma tutto ciò a patto che siano anch’esse opportunamente ottimizzate per la SEO, altrimenti faranno tutt’altro che migliorare la tua posizione (sui motori e agli occhi di lettori competenti in materia).

Un’immagine deve essere ben scelta e coerente con l’argomento della pagina. Considera che a volte un’immagine è più efficace di “mille” parole: prova ad immaginare l’effetto che può avere il giusto connubio tra le due forme di contenuto!

Ma per ottimizzare efficacemente l’intero contenuto, anche le immagini devono essere opportunamente ottimizzate.

Quindi dovrai, dove necessario, ridimensionare e comprimere le immagini che avrai bisogno di inserire e adattare alle tue esigenze.

La cosa più importante è la compressione, utile ad “alleggerire” il peso delle immagini in modo da caricarsi più velocemente nelle pagine del sito.

Ma sarà necessario anche scrivere il testo alternativo delle inserendo le keywords a descrizione dell’immagine utilizzata.

Per scegliere immagini da ottimizzare, per i siti che realizzo, solitamente uso risorse libere da copyright e le vado a cercare su siti come Pixabay.

Successivamente le vado a modificare a mio piacimento, creandone di nuove, con i seguenti tools:

    • Photoshop, Canva, Picmonkey (per progettare e ridimensionare).

    • TinyPNG (per comprimere).

  1. Valuta la Lunghezza del testo

Non c’è una regola specifica da seguire circa il numero di parole da usare per il testo di una pagina web. Ma è possibile parlare di lunghezza minima consigliata e lunghezza ideale.

L’importante è non scrivere meno di 350 parole tenendo presente che testi lunghi generano più interesse, più conversioni e posizionamento migliore. Io nelle mie pagine mi attesto sempre sulle 1500-1900 parole.

Ma in definitiva la lunghezza di un post la stabilisce l’argomento che stai trattando: la lunghezza sarà quella necessaria a trattare esaustivamente quell’argomento.

  1. Inserisci Link interni ed Esterni

A questo punto inserisci collegamenti interni ed esterni nel tuo contenuto. Collegare correttamente le tue pagine verso altre risorse del tuo sito è fondamentale per la user experience dei lettori nonchè per la corretta struttura del sito.

Scegli le giuste porzioni di testo (ancore) da trasformare in link per collegare le tue pagine tra loro e puntare verso risorse esterne al tuo sito. Tutto questo fallo sempre in ottica di pertinenza dell’argomento trattato.

  1. Aumenta la Velocità del Sito

La velocità di caricamento delle pagine del sito è un fattore di posizionamento SEO. Per aumentare la velocità del tuo sito puoi:

    • utilizzare un CDN

    • ospitare il tuo sito su un servizio di hosting più veloce

    • considerare l’uso di plugin di cache se usi WordPress.

  1. Aumenta il “tempo di permanenza” sulle tue pagine

Se i lettori raggiungono la tua pagina e l’abbandonano dopo poco tempo è un “segnale” negativo per Google.

Per aumentare il tempo di permanenza dei tuoi lettori devi sapere come scrivere contenuti persuasivi, attraverso lo studio e l’applicazione delle tecniche di copywriting.

Conclusioni. Abbiamo visto come ottimizzare il tuo sito attraverso l’ottimizzazione On-page delle tue pagine. Considera che ottimizzare il tuo sito con successo e migliorare il posizionamento, dipenderà anche da altri aspetti e soprattutto dal completamento con le attività Off-page necessarie.