Introduzione agli strumenti basic e gratis per la SEO: Analytics, Search Console e SEO Panel

Farsi aiutare dai software è doveroso durante qualsiasi attività SEO, e questo perchè i dati da analizzare sono quasi sempre di diversa (backlink, fonti di traffico, citazioni) e numerosa natura (proporzionale alla popolarità ed al numero di visitatori). Se rinunciamo a questi tool, le nostre analisi rischiano di essere fuorvianti e di portarci decisamente fuori strada: vediamo quindi quattro software free che sarebbe doveroso utilizzare periodicamente.

Il primo da mettere in lista è la Search Console (l’ormai ex Webmaster Tools) di Google, che fornisce indicazioni molto dettagliate anzitutto sullo stato di indicizzazione del sito: andando all’indirizzo https://www.google.com/webmasters/tools/ col nostro account Gmail, ovviamente dopo aver configurato il nostro sito, troveremo tutte le informazioni sul livello di ottimizzazione del sito. Le principali informazioni che possiamo ricavare da questo strumento sono l’analisi delle ricerche (quali ricerche portano al nostro sito, su quali pagine, con quale frequenza e con quale CTR), lo stato della sitemap (se presente), i link interni, i link che rimandano al nostro sito ed altri tool da usare all’occorrenza, come quello per la ri-scansione delle pagine e la notifica di penalizzazioni.

I test per la verifica dell’indicizzazione sono, infine, stati da me descritti nell’articolo linkato; dalla SC si ottengono, più che altro, dati statistici e prestazionali.

Il secondo tool che possiamo sfruttare per le analisi SEO, in realtà, non è un vero e proprio software bensì il risultato delle attività del sito: i log del server (di errore, ma anche di semplici attività del sito) possono infatti dare indicazioni molto interessanti sui migliori contenuti del sito, sui link non ancora rilevati dalla Search Console e sulle ricerche avvenute internamente nel nostro portale. Ne ho parlato diffusamente su trovalost.it in maniera approfondita, per cui rimando a quell’articolo per maggiori informazioni. Trovare i log sul server non è difficile, cambia solo lievemente in funzione del tipo di webserver e del sistema operativo installato dall’hosting. Per analizzare i log, conviene utilizzare dei buoni editor di testo come TextWrangler per Mac e TextEdit per Windows.

Il terzo strumento da considerare è senza dubbio Google Analytics, che è uno strumento impareggiabile per tracciare i visitatori, la provenienza, le fonti di traffico (ovvero i backlink “attivi”), il rimbalzo ed altro ancora. Installare Google Analytics è quindi indispensabile per qualsiasi sito, dai siti vetrina fino ai siti di news con migliaia di visitatori giornalieri.

L’ultimo strumento utile potrebbe infine essere SEO Panel (scopri come installarlo), il tool open source per le analisi SEO che, rispetto alle prime versioni, offre molte opzioni extra, tra cui la generazione di report ed uan rilevazione più precisa dei risultati. Permette infatti di tracciare i ranking delle parole chiave sito per sito, effettuando una verifica del posizionamento in automatico e mostrando poi i risultati all’utente finale. Si scarica da seopanel.in, e richiede un hosting con cron job e PHP/MySQL.

Fare SEO per siti di e-commerce

La SEO sui siti di e-commerce – clicca qui per saperne di più sulla SEO – è probabilmente la migliore, se possiamo dire così, sia a scopo didattico (per imparare questo mestiere) che puramente remunerativo (per via del modello di mercato intrinsecamente redditizio, il più delle volte): se un sito riesce a convertire di più grazie ai motori di ricerca, infatti, gli effetti saranno visibili anche per chi non fosse esperto di web analytics, e questo darà un livello di credibilità ad un’attività come l’ottimizzazione per i motori, spesso ingrata, difficile da trasferire e mal pagata.

Quali sono, anzitutto, i fattori più importanti per promuovere un e-commerce lato SEO?

Ogni consulente decide in modo autonomo come ottimizzare questo aspetto, per il quale non esiste una regola generale o sempre valida o tantomeno a “botta sicura”: il modo migliore, comunque, consiste molto spesso nel fare la scelta più ragionevole per gli utenti e cercare di evitare ridondanze e ripetizioni dei termini.

  1. Il contesto, gli obiettivi. La prima cosa da tenere conto quando si fa SEO sui siti di e-commerce è l’obiettivo: se puntiamo alle conversioni, come è quasi sempre scontato fare, oppure se stiamo semplicemente lavorando sull’incremento del numero di visualizzazioni del nostro sito di ecommerce. Banale scriverlo, molto meno banale ragionarci: ma da questo dipenderà il taglio delle nostre scelte successive, per cui ragioniamoci in modo opportuno.
  2. La coda lunga.  Ormai chiunque prova a vendere prodotti online, il mercato sui motori di ricerca si è molto aperto e, nonostante la supremazia indiscussa di Ebay ed Amazon, non ci sono dubbi che la SEO giochi un ruolo determinante, soprattutto per quel tipo di prodotti o servizi che sui grossi portali siano difficili da trovare, troppo costosi o irreperibili per altre ragioni. Un buon modo per sbloccare il traffico, almeno all’inizio, è quello di trovare i giusti settori o nicchie di mercato su cui operare, e cercare di valorizzarle per avviare le attività. In questo contesto, operativamente  si tratta di indagare sulle parole chiave della coda lunga: elencarle, scremarle, stabilire delle strategie editoriali su di esse e così via. Non è complicato determinare le ricerche di questo tipo, all’atto pratico, in quanto: sono tipicamente più lunghe della media, composte da almeno 2 o 3 parole (esempio: hosting molto economici), tendono ad occupare piccoli settori, piccole fette di mercato di ricerca (certamente meno dei corrispondenti termini base da cui sono tratti, hosting nel caso precedente), tendono ad avere poca o nessuna concorrenza, per quanto non si tratti di una regola sempre valida. Cercare un po’ di termini di questo tipo serve a generare la lista dei termini chive che, di fatto, andranno ad essere ragionevolmente distribuiti sulla pagina, senza forzature ma in modo estremamente naturale, ovvero su:URL delle pagine, link di orientamento e navigazione (categorie, tag), titolo, sottotitolo e descrizione della pagina, descrizione del prodotto, soprattutto title e meta description, tag immagini e/o attributo alt.
  3. Link interni e sitemap. In questo caso si tratta di un controllo minimale: si cerca di fare in modo che i prodotti siano tutti ben collegati tra loro (almeno un link in ingresso per ogni prodotto o categoria), per il resto sottoponiamo la sitemap alla Search Console (sia di Bing che di Google) ed attendiamo qualche giorno che i dati del sito vengano rilevati. Effettuando una ricerca tipo site:nomedelvostroecommerce.com dovremmo riuscire a vedere tutte le pagine del nostro sito, requisito basilare perchè siano indicizzate, cioè ricercabili. Se non lo fossero, cerchiamo di lavorare sui link esterni (aggiungendone), e proviamo a reindicizzare il sito mediante gli appositi tool e procedure.
  4. Verifichiamo che l’ecommerce funzioni. La procedura di ottimizzazione lato SEO di un e-commerce non può non passare, almeno una volta, per un rapido check del carrello: sembra una cosa che non c’entra nulla, o addirittura banale, ma la user experience ne può (e ne deve) uscire rafforzata poichè questo, in termini SEO, fa la differenza. Gli utenti riescono ad acquistare facilmente da mobile e da desktop? Un caso invalidante tipico che ho riscontrato, ad esempio, riguarda la presenza di un form con inserimento dati obbligatori che funziona male ed impedisce di concludere l’acquisto. Questo ovviamente influenza molto il numero di conversioni che il sito fa, e spesso in pochi ci pensano. In caso di difficoltà dovremo rivolgerci ad un webmaster di fiducia.
  5. Cerchiamo di acquisire link esterni. Sono fondamentali per il successo del nostro e-commerce, ma sono anche i più complessi da ottenere in questo ambito. Al contrario dei blog che sono linkabili molto più facilmente, ricevere link su un sito commerciale non è banale e deve esserci 1) il giusto contesto (un forum permissivo, ad esempio) 2) una buona ragione per farlo. Il fatto che si tratti di un sito di natura commerciale finirà per scoraggiare molti utenti, anche perchè le politiche di molti siti non sono troppo permissive in tal senso: buone eccezioni se ne trovano se riusciamo ad essere padroni dei nostri mezzi e facendo, come sempre, un po’ di esperienza diretta. Un buon backlink per il sito di e-commerce potrebbe essere, ad esempio, quello di un giornale online molto popolare che parla dei metodi innovativi di vendita del nostro sito: ciò che è diverso e devìa dalla norma, di solito, attira link spontaneamente nel tempo. Anche stabilire partnership con aziende e blogger, di fatto, possiede un ruolo determinante in ciò.

A livello pratico, poi, le attività SEO su siti di e-commerce sono scomponibili in due macro-attività:

  1. ottimizzazione on page, cioè sulle pagine interne, agendo sul CMS;
  2. ottimizzazione off page, ovvero tutte le attività di link buiding, buzzing, segnalazioni, partnership e via dicendo.

La suddivisione è del tutto orientativa, visto che tante attività “strategiche” del settore andrebbero prima di tutto pianificate; resta utile pensarla in questi termini visto che, alla prova dei fatti, la prima è tipicamente lunga e “compilativa” mentre la seconda è, se possibile, ancor più a medio-lungo termine.

Per capire bene di cosa stiamo parlando consideriamo un e-commerce in Prestashop, diffusissimo CMS per i negozi online. I margini di ottimizzazione on page su Prestashop sono buoni, senza dubbio, tanto che si possono settare nel dettaglio title e meta-description di ogni categoria, pagina statica e pagina prodotto (e anche campi praticamente inutili come le meta keyword). Se lo scopo principale della SEO è quello di aumentare le visite sulle pagine che convertono di più, diventa necessario, in molti casi, ottimizzare prima le pagina più visitate, o quelle che ci interessa di più far convertire, e subito dopo (ammesso che il budget lo permetta) tutte le altre.

A livello di ottimizzazione onpage, quindi, si tratta di un lavoro ben codificato, declinabile in vario modo e più che altro “lungo e faticoso”: per certi versi, analogo a quando dobbiamo togliere una penalizzazione da un sito, insomma. Sappiamo cosa fare, è un processo lungo e l’esito dovrà essere verificato eventualmente con “try & test” successivi, fino al raggiungimento dell’obiettivo. Da non dimenticare la generazione di contenuti utili, tutorial e FAQ del settore, perchè aiutano sempre a calamitare l’interesse delle persone verso il nostro ecommerce. Ciò che diventa complicato sugli e-commerce è legato invece al secondo punto, l’ottimizzazione SEO off page: come facciamo a prendere backlink per migliorare il posizionamento di un negozio online?

I backlink spontanei verso i siti di e-commerce sono naturali nella misura in cui gli utenti trovano una buona ragione per farlo: ecco perchè i coupon e gli sconti funzionano bene a livello di link bait, e sono una delle strategie più spontanee per fare link building in modo sensato. Sconsigliato, o comunque poco professionale in questo caso, ricorrere al grezzo comment marketing linkando un sito di e-commerce: si capisce subito che lo stiamo facendo per incrementare la visibilità del sito, ed anche il webmaster più ingenuo capirà le nostre intenzioni, e finirà per togliere il link.

Le directory aziendali, invece, per quanto siano usate piuttosto male (quasi in tutti i casi si fa keyword stuffing) e spesso non permettano backlink se non a pagamento, funzionano discretamente bene a livello SEO, e tra queste segnalerei hotfrog.it, diffusa in tutte le lingue e piuttosto utile, secondo me. Se avete un’attività ben codificata in un settore commerciale, inoltre, potete segnalare il vostro sito a DMOZ, con tutte le riserve del caso ed essendo disposti ad aspettare un po’ per l’eventuale approvazione.

La SEO soffre: ecco perchè

Dopo aver analizzato le principali difficoltà di chi fa SEO nel nostro paese, ci occuperemo di una fase leggermente più propositiva e concreta. Eccovi, pertanto, un po’ suggerimenti molto importanti che utilizzo anch’io nel mio lavoro di consulente SEO.

Usate più di un motore di ricerca

Va bene che Google detiene una fetta di mercato search prossima al 95% (fonte), ma lanciare le solite query (anche quelle più “specialistiche”) anche su Bing o magari su DuckDuckGo (di cui ho parlato sull’altro mio blog qualche tempo fa) può essere di grande aiuto: prima di tutto, perchè vi farà scoprire più siti di quanti ne mostri usualmente Google. Poi perchè potrebbe suggerirvi, dall’analisi dei risultati, eventuali topic del settore carenti (leggasi: da riscrivere) o link opportunities inedite.

Createvi una lista di contatti fidati

Non fraintendere, non voglio dire che si campi solo di markette, anzi: il lavoro in ambito SEO è anche di altra natura, ma ho scritto altrove che la marketta è forse l’unico modo di fare article marketing che sia davvero misurabile (leggi qui i motivi di tanto pessimismo leopardiano). Se vuoi fare SEO seriamente, oltre alle doverose “strette di mano” con colleghi ed amici del settore, ci vuole un certo spirito collaborativo: bisogna sapersi porre, sia con chi si conosce che con perfetti sconosciuti che potrebbero, un giorno, diventare collaborazioni fisse. Le mie si contano sulla dita di una mano, ma quando servono… ci sono, e possono aiutare un bel po’.

Non datevi troppa importanza, come SEO

Il nostro settore è stato ampiamente demonizzato prima di tutto da noi stessi; non ne faccio una colpa a nessuno, intendiamoci, ma sono arrivato alla conclusione che presentarsi come SEO in certi ambienti significhi condannarsi all’esilio. DMOZ (buonanima, quando esisteva) diffidava dai SEO (affamati semplicemente di link, e privi di contenuti concreti), i quotidiani idem (a meno di pagare profumatamente), per non parlare delle richieste di collaborazione che, se fatte in veste SEO, assumono tutto un altro “sapore”. Molte persone, specie se non sono del settore, tendono a dare per scontato che per quel link sareste disposti a fare qualsiasi cosa (e non è affatto così, per quanto possa essere “vitale”: non bisognerebbe mai svendersi, in nessun caso). Non voglio istigare nessuno all’ipocrisia, con questo, ma in questi anni mi è capitato di sentirmi proporre consulenze “in cambio di un link” (amen): far passare che stiamo elemosinando link è controproducente e, inoltre,  è indispensabile sapersi porre nel modo più opportuno, caso per caso.

In questo senso ho scritto di non mettere il primo piano “l’essere SEO” in modo asettico: non date mai la precedenza alla forma, ma sempre alla sostanza. Se state facendo un guest post, pensate al beneficio effettivo del sito ospitante, non al fatto che vi darà semplicemente un link da mettere all’interno.

Individuate i portali su cui la link building sia “accessibile”

Ho un file sul mio computer, che custodisco gelosamente ed aggiorno da anni, in cui ho riportato una lista di siti da cui si possa ottenere facilmente un backlink all’occorrenza. L’elenco ovviamente sarà orientativo, visto che di portali nuovi ne nascono e ne muoiono da sempre, senza contare le decine di bookmark dismessi dopo qualche tempo che ci fanno perdere tutto il lavoro fatto su di essi. Si va dai forum, bookmark news e blog medio-grossi del settore (abbastanza inutile appuntarsi quelli troppo di nicchia, a meno che non operiate esclusivamente in quell’ambito specifico) ad alcune testate online ad altri siti in cui, in un modo o nell’altro, si possa inserire liberamente un commento, una recensione, un link o un articolo. Con riferimento al punto precedente, è bene segnarsi anche i “portali amici” e quelli che non siano in diretta competizione con noi, con cui sarà possibile instaurare una qualsiasi forma di collaborazione anche in futuro. Motivo per cui, peraltro, a meno che non operiate in un team, da consulenti SEO single vi conviene offrire consulenze quasi sempre nello stesso settore commerciale.

10 motivi per non dire il nome della tua azienda in un annuncio di lavoro

Sugli annunci di lavoro strani o bislacchi molto è stato detto e scritto, non solo sul web; del resto ne esiste una categoria particolarmente trascurata, che vorrei porre all’attenzione di tutti i lettori del blog. Mi riferisco infatti agli annunci di lavoro anonimi, cioè le offerte che trovate in rete e sugli annunci cartacei, a volte (addirittura alcuni pervengono alla mailing list del mio ordine professionale) in cui appaiono frasi tipo:

Azienda cerca personale.

oppure:

Riceviamo da un'Azienda la richiesta di nominativi per la selezione.

Chiaro che intendo? Fateci caso.

Azienda.

Da un’Azienda.

 

 

 

 

 

 

 

Perchè non scrivere chiaramente di che azienda si tratta? Mi sembra una cosa davvero poco professionale dire un’Azienda (così, generica! È pure un attentato allo scrivere metterla in maiuscolo – ma lasciamo perdere). Non riesco a capire se dipenda dal fatto che queste aziende non curino la comunicazione (e nemmeno chi le diffonde, in molti casi, lo fa), e trovo che sia un fenomeno decisamente curioso su cui indagare, una volta tanto.

La cosa succede particolarmente per le offerte di lavoro in ambito di informatica e web, ma anche per molte offerte di lavoro basato su retribuzione a commissione (cioè senza stipendio fisso). Nel disperato tentativo di dare una spiegazione a questo fenomeno, ho trovato dieci motivi – tra il serio e l’ironico – per cui appaiono annunci di lavoro senza riferimento all’azienda che ci ospiterà e ci offre lo stesso (che a pensarci bene è come andare a comprare del vino

  1. Pensano che siamo un gruppo di disperati, disposti a lavorare per chiunque pur di avere un tozzo di pane.
  2. Credono che non sia il caso di divulgare il proprio nome, visto che non hanno buona fama (e sto usando un eufemismo).
  3. Sono timidi, e vedono il colloquio che andrai a fare come un appuntamento al buio. Non sia mai scatti l’amore a prima vista tra recruiter e candidato.
  4. Non sanno quello che dicono, dato che le referenze richieste tipicamente spaziano da “conoscenza del PHP” a “pulizia degli uffici”. Del resto vanno di moda i profili flessibili, la dinamicità.
  5. Non sanno quello che fanno, visto che dovrebbero rendersi conto che se sto cercando lavoro mi piacerebbe sapere a chi sto mandando il mio CV. Diversamente, ci sono già internet ed i motori di ricerca che sono un ottimo mezzo per prendere contatti con sconosciuti e psicopatici vari.
  6. Si sentono talmente importanti da non degnarci di dire il proprio nome nell’annuncio: “ma come, non solo che ti facciamo lavorare?
  7. Sono per la reintroduzione della schiavitù, e si pongono come il mercante di schiavi Haley nei confronti dello zio Tom nell’omonimo romanzo.
  8. Hanno qualcosa da nascondere, tipo foto scattate di nascosto, armi o droga.
  9. Credono così tanto nella propria mission aziendale da aver dimenticato tutto il resto: tipo, di avere una vita.
  10. Il nome dell’azienda contiene una bestemmia, e non viene riportata per non turbare gli animi dei più sensibili o devoti.

La SEO è facile (forse)

Tra i meno esperti nel settore (tra presunti guru, informatici sotto casa, tuttologi di Facebook e gente che fa apparentemente più conferenze che consulenze) si è diffusa un’idea abbastanza comune che potremmo riassumere in una semplice frase:

la SEO è facile!!!!!11!

Un concetto semplice, questa volta, che non richiede grossi sforzi per essere compreso ma che, alla fine dei conti, si riassume in una serie di to-do che chiunque, apparentemente, potrebbe rispettare:

  • devi scrivere la parola chiave all’inizio del title, o più a sinistra possibile
  • devi scrivere il campo meta description (che pero’ non ti posiziona direttamente)
  • non trovare link nofollow, non servono a niente, trovane solo dofollow
  • lo vedi? ho avuto una keyword density del 3.5%, calcolata da un tool a pagamento affidabile eh, per cui mi sono posizionato bene anche grazie a mio cuggino
  • lavora gratis per siti altrui, pur di avere un link decente per il tuo
  • devi scrivere articoli di almeno 300 parole sennò Google non li considera
  • devi trovare link in ingresso => basta comprarseli
  • fatti pagare in visibilità

Quelle elencate qui sopra sono cazzate affermazioni del tutto arbitrarie, che possono funzionare in casi circoscritti ma nessuno sano di mente, almeno ad oggi, si sognerebbe di affermare che siano regole che funzionano sempre. Eppure nella logica semplicistica di alcuni è proprio così: che ci vuole, basta ripetere questo, scrivere quello, fare post di almeno 600.000 parole, e via delirando.

La verità è che la SEO è difficile, ancora molto più difficile di quanto possiate pensare, e questo per cinque motivi fondamentali:

  1. perchè il successo del vostro sito dipende sempre dal riscontro che daranno le persone: questa è una variabile molto infida che suggerisce, peraltro, come sia anche un fatto di web marketing, di appeal (commerciale ma anche “a pelle”) del sito, di originalità, di verticalità, di soggettiva utilità di quello che offrite nel sito e via dicendo
  2. perchè esiste il traffico di compra-vendita di link, per cui sempre meno blogger e siti saranno disposti a concedervi link anche se “li meritate” (che è diverso dal dire “pensate di meritarli”)
  3. la maggioranza dei SEO compra i link randomicamente o perchè “sente” di doverlo fare, anche perchè non c’è un modo univoco per determinare in anticipo il “valore” effettivo di oguno: questo inquina il web, e si traduce in un traffico web ed in un “successo” del sito che è sempre relativo, soggettivo e difficile spesso da quantificare o prevedere
  4. perchè non ci sono regole fisse per ottimizzare, e questo per lo stesso motivo per cui non esistono veri e propri segreti in questo mestiere (tranne quelli di Pulcinella, of course)
  5. perchè molte persone non hanno ben compreso come funziona il web, (moltissimi non hanno idea del fatto che esiste un mondo oltre Facebook, tanto per dire) e come possano sfruttare a proprio vantaggio certi meccanismi di condivisione (soprattutto quelli impliciti); questo crea un ambiente ideale per la legge del più forte, in cui pochi primeggiano, pochissimi si trovano in prima posizione senza aver fatto nulla e la stragrande maggioranza si sbatte senza futuro e spesso, purtroppo, senza risultati

La principale difficoltà della SEO è soltanto una, almeno per quella fatta seriamente: misurare i risultati. Se non vi è chiaro questo, sarà sempre una cazzata o un giochetto meccanico in cui basta applicare certe regole per “vincere” (?). Rileggete per un attimo il punto 1: fatto? Le persone, appunto: le persone non sono stupide (almeno non in questa particolare accezione). Le persone arrivano al vostro sito, in un modo o nell’altro, ma poi si fanno sempre un parere personale sull’argomento: vi giudicheranno, vi criticheranno, troveranno modi per accogliervi come per evitarvi. Dipende da voi e dal vostro effettivo potenziale, non dai giochi di prestigio che farete sui meta tag. Lo dico in maniera forse brutale ormai da anni, ma per i siti obiettivamente orrendi o carenti dal punto di vista dell’idea (l’85% del web è fatto da scarti, scopiazzature e ricicli: in bocca al lupo, se vi mettete a spammare anche voi) non c’è alcuna speranza. E anche se riuscirete a comprarvi un link con DA/PA 100/100, troverete sempre gli utenti che vi giudicheranno, troveranno difetti nel sito, useranno/diranno ciò che gli conviene e solo in certi casi verranno da voi volentieri a comprare, leggere, commentare e via dicendo.

Nelle consulenze di maggiore successo che ho fatto in questi anni, infatti, il concetto passava per questa semplice idea: sapere dall’inizio come misurare i risultati e come migliorare certe metriche. Cosa è il successo in ambito SEO?, è la domanda. Cosa significa che per te “la SEO (non) funziona” o sta morendo, è morta e via dicendo? Dipende! Per alcuni essere in prima posizione per il proprio nome è il top, per altri sarebbe bello esserlo per una parola chiave della “coda corta” (ad esempio il nome del proprio settore), per altri – un po’ più avveduti – va bene qualsiasi ricerca che sia riconducibile ad una personas interessata a comprare sul nostro sito.

Per me la variante di SEO più valida rimane quest’ultima, ma ovviamente resta un parere soggettivo: di sicuro, comunque, la SEO non è una banalità e chiunque lo pensi dovrebbe scontrarsi con la difficoltà di misurarne il successo.

La SEO è morta

Qualche settimana fa mi è capitato di leggere una frase che ho anche ritweetato sul mio profilo ufficiale, perchè credo che sia una grande e sottovalutatissima verità. La riporto qui perchè mi sembra l’unico punto di partenza possibile per una discussione seria sull’argomento del titolo (che è una cazzata madornale, beninteso, quanto una radicata convinzione nella mente di chi lo pensa).

Il primo fattore di ranking è considerato, secondo questa miratissima definizione, la soddisfazione dell’utente (in english customer satisfaction): cioè quanto il cliente sia felice di essere in prima posizione per una query che vuole lui, che pero’ ha deciso rigorosamente da solo, in libera e beota autonomia, sulla base della propria delicatissima sensibilità, magari parlandone a cena con amici o parenti – e senza considerare l’intento commerciale della ricerca (che è invece fondamentale per garantire un rientro all’investimento).

Al bando, quindi, considerazioni di SEM, di convenienza, di “livello commerciale” di una ricerca (per intenderci: un conto è posizionarsi per come installare joomla!, decisamente un altro è farlo per migliori hosting PHP), per certi clienti non cambia nulla: basta che ci sia traffico, basta che ci sia la gioia di specchiarsi in Google, anche se poi magari quella ricerca la fanno due persone all’anno (il cliente e sua sorella, magari). Basta insomma che quel traffico dia una ragione di vita al sito stesso.

E questo succede per molte ragioni: perchè molti blog SEO scrivono stupidate faziose tanto per darsi un tono, ma anche perchè Adwords ha svenduto / svende da anni traffico a buon mercato (il che fa anche danni, in parte), senza contare che la stragrande maggioranza di siti web vive sulla pubblicità ad impression e click, per cui la sua unica e sola ossessione è produrre traffico. Se poi è traffico con rimbalzo al 90% o al 45% chi se ne importa, sono considerati tecnicismi inutili (ma in realtà, se siete un attimo avveduti, se avete un blog e sperate di farci cliccare qualcuno dovreste capire da soli che sono meglio 100 visite con rimbalzo al 40% che 10,000 con rimbalzo al 90%).

Ecco perchè la SEO è morta: perchè in troppi si ostinano a pensare di averla capita senza averla mai fatta, che è una cosa (se non altro) molto divertente da formulare quanto grottesca. Pensate, ad esempio, se con la stessa facilità uno si convincesse in autonomia di essere un chirurgo, e questo solo per aver visto qualche puntata di Scrubs. Io dico sempre, in questi casi, che molta gente guarda troppa televisione quanto sta troppo su internet assorbendo come una spugna qualsiasi stimolo gli possa arrivare, e dovrebbe farsi un bel bagno di umiltà prima di procedere oltre in qualsiasi attività faccia sul web.

La soddisfazione dell’utente, in sostanza, ha creato per molti verso il mito difficile da smontare (come qualsiasi altra bufala, del resto, dalle scie chimiche al falso allunaggio passando per le diete dimagranti miracolose), cioè che la SEO in definitiva non serva a nulla, se non come vanity metrics dell’utente.

Del resto…

Quella verità – è una verità scomoda sul serio, perchè pone in una situazione potenzialmente imbarazzante qualsiasi consulenza SEO anche grossa che si stia facendo: basta dare il “contentino” che desidera al cliente e siamo tutti felici, giusto? Posizionami per cose che per me hanno senso, così posso specchiarmi nei risultati e chi se ne frega del ROI! Almeno posso vantarmi di qualcosa con gli amici! Allegria!

In fondo purtroppo è anche così, c’è sempre chi fortunamente cercherà di legare la scelta delle keyword ad un contesto commerciale, ma la maggiorparte di noi usa la SEO come vera e propria misura di vanità (ho visto clienti dire che non gli serviva farne, perchè tanto uscivano già su Google come Pizzeria Gigino Mandolino e quindi l’avevano già fatta: contenti loro!).

Non riesco davvero più a sentire questi cumuli di stupidate sull’argomento, e devo ancora una volta (per il bene della mia professione) smantellare i vari stereotipi che le persone si sono costruite da sole in questi anni:

  • la SEO non è morta, chi te lo suggerisce probabilmente sta cercando di venderti una ulteriore consulenza, a sua volta, di altro tipo (social media marketing ad esempio, ma anche pseudo web marketing o stupidate varie dai nomi che suonano benissimo); oppure, e non è un caso raro come si potrebbe pensare, non sa quello che dice;
  • la customer satisfaction è un fattore di successo delicato da definire ma molto reale, e che può diventare sensato ammesso che, a monte, si siano fatti i corretti discorsi introduttivi sull’argomento.

Per il resto, io non sono un guru e non voglio esserlo: chiedo fiducia in me da parte dei miei clienti, perchè diversamente la consulenza non ha alcun senso. Nessun lavaggio del cervello, fate come vi pare, convincetevi pure di quello che volete: fa parte dell’ecologia del web anche questo, e lo accetteremo pacificamente. Dopo di voi che lascerete perdere dandoci degli imbonitori, ci saranno molti altri anche peggio di voi, in un gioco di ricicli, fandonie riesumate come le bufale degli anni ’90 che periodicamente tornano in voga, e migliaia di cambi di idea che temo dureranno fin quando esisterà il web.

Nulla si crea, in tal senso, e nulla si distrugge. Buon anno a tutti!

10 requisiti necessari per fare SEO col tuo sito

Molto spesso si pensa, sbagliando o banalizzando la questione, che per fare SEO basti manipolare un po’ testo, title e contenuti delle pagine o al limite dei widget; nulla di più sbagliato, perchè per farla è necessario avere un minimo di qualità di base. Cosa si intende quindi per qualità in questa accezione? Ci sono un po’ di cose che è necessario conoscere, prima di procedere oltre.

Eccovi i principali 10 requisiti che ho stilato in questi anni, tra molte consulenze su siti diversi e tanta esperienza, perchè la vostra SEO – anche se ben fatta, formalmente – non sia un bel buco nell’acqua.

  1. Scansionabilità del sito – Tutte le pagine più importanti del vostro sito (categorie, pagine singole, home pagine, pagina chi siamo, FAQ ecc.) devono essere scansionabili da Google: questo vuol dire che A) devono dare una risposta HTTP(o meglio ancora HTTPS) con codice server 200 OK (ci sono dei tool per verificarlo) e soprattutto B) devono rispettare i requisiti di scansionabilità richiesti da Google. All’atto pratico ciò significa che il vostro sito deve caricare correttamente la pagina senza errori lato server, e non deve essere presente il meta tag NOINDEX che, come risaputo, viene interpretato per evitare la scansione dei contenuti (ed è infatti utilizzato per deindicizzare le pagine web). Visto che vi trovate, accertatevi che i DNS del vostro sito siano ben impostati, che il vostro sito reindirizzi correttamente con e senza www davanti (specie se si tratta di un dominio di secondo livello), che non ci sia nessun firewall o software bloccante il vostro sito web. Se usate HTTPS, configuratelo a dovere e verificate che non esista una doppia versione del sito HTTP / HTTPS (potrebbe essere visto come un duplicato).
  2. Usabilità del sito – Il vostro blog o sito da ottimizzare deve rispettare e valorizzare l’uso da parte degli utenti: deve essere chiaro, in particolare, il site intent cioè lo scopo delle vostre pagine. In pratica: nelle vostre pagine è abbastanza chiaro a cosa serva il vostro portale? Ci sono pagine in cui esistono troppi link, e/o non si sa bene dove cliccare? Ci sono pagine in cui non è abbastanza chiaro il contrasto tra sfondo e colore del font? Ci sono titoli poco chiari o poco pertinenti rispetto all’effettivo contenuto della pagina?
  3. Progetta le tue pagine per gli utenti, non per i motori. Questo è un mantra ripetuto da Google dalla notte dei tempi, ma si tratta di un semplice principio utile a distinguere tra un sito fuffa ed uno di qualità: se progetti le tue pagine per i motori di ricerca fissandoti sulla keyword density ed altre similiti amenità, non ricaverai mai nulla di buono.
  4. Evita i trucchetti: prova sempre a chiederti se ti sentiresti a tuo agio nello spiegare il tuo comportamento sul web a un sito web concorrente o a un dipendente di Google. Sapresti dirmi come produci contenuti? Scopiazzandoli da altri siti? Analizzando e migliorando l’esistente? Proponendo il punto di vista più popolare del momento?
  5. Fai in modo che il tuo sito web si distingua dagli altri nel tuo campo. Questo punto non richiede ulteriori spiegazioni, credo.
  6. Aggiorna spesso il tuo sito – I “siti vetrina” sono una locuzione tanto sbagliata (e che fa tanto “web di una volta”) quanto inutile all’atto pratico: non fate siti vetrina, il web non è il negozio di zia Adolfa sotto casa. Il web è una miniera di informazioni e bisogna essere bravi a canalizzare le giuste informazioni sul vostro sito, in modo da darvi un’identità ben precisa e non vi renda delle banali content farm (fabbriche di contenuti vomitati sul momento, scritti con dilettantismo e giusto per farsi cliccare i banner) come troppe ce ne sono nel web.
  7. Velocità del sito – Non è tanto un fattore di posizionamento (anche se poi concorre ad esserlo), in quest’ottica, quanto un pre-requisito tecnico: se il vostro sito impiega in media più di 1-2 secondi a caricare una singola pagina, quale che sia il problema di fondo (hosting, theme sballato, plugin buggati…), la SEO rischia di diventare un’operazione del tutto inutile.
  8. Contenuti di qualità – Cosa si intenda per “qualità”, ovviamente, dipende dai casi: se si tratta di un e-commerce, devi proporre prodotti di valore, a buon prezzo e con descrizioni ordinate. Se si tratta di un blog su cui si vendono banner, si devono costruire e scrivere cose che valga la pena leggere. Se proponi l’ennesimo sito già esistente non potrai avere successo, anche se fai SEO come si dovrebbe fare. Se proponete l’ennesimo e-commerce clonato o l’ennesimo blog scopiazzato da altre fonti, di scarso interesse o (come avviene per la maggioranza dei blog) focalizzato esclusivamente sui propri gusti e preferenze, e senza pensare minimamente al target di riferimento, non c’è SEO che possa reggere, purtroppo: l’impatto sarà comunque limitato.
  9. Fatevi aiutare da un professionista – Se partite con l’idea che gestire un sito sia robetta facile per fare soldi facili, lasciate perdere. Farete perdere tempo a chi cercherà di spiegarvi come funziona davvero, e darete sempre più spazio ai colossi che divoreranno progressivamente i piccoli e medi imprenditori del web. Non è una barzelletta, il web: non è una barzelletta la SEO, non lo è tantomeno gestire seriamente il proprio account social per lavoro.
  10. Rispetta il tuo pubblico, non ingannarlo con trucchetti da SEO di periferia, facendo click baiting grossolano o scrivendo che una cosa è free quando in realtà poi non lo è: il pubblico su internet ha una soglia di attenzione bassissima, e quello di cui non ha bisogno è l’ennesimo pseudo-imprenditore che crede che fare soldi sul web basti scrivere quattro stupidaggini o farsi fare il sito dal cuggino di turno. Se non rispetti il tuo pubblico, ti ignoreranno e non rispetteranno te.

Come fare copywriting SEO senza farsi arrestare

Come faccio a scrivere un buon testo per la SEO? Che bella domanda: grazie per averla posta!

Ma in generale non ci sono regole assolute: ci sono le regole del buonsenso ed un minimo di esperienza e di conoscenza regressa, da applicare con intelligenza e parsimonia. Partiamo da una considerazione semplice, che faccio da anni e che l’esperienza mi suggerisce funzionare.

La mia idea in ambito copywriting SEO è semplice (e credo efficace): se un testo è scritto bene e risponde alle esigenze del target, si posizionerà molto più facilmente ed in modo naturale di quanto avvenga, ad esempio, sfruttando ottimizzazioni o pretese di ottimizzazione lette sui blog SEO americani. Questo vale, soprattutto, nel medio-lungo periodo.

Quando scrivo di soddisfare le esigenze del target mi riferisco a testi pensati per uno scopo (tipicamente: una conversione), ad esempio incrementare le vendite (se scrivete un articolo inerente dei coupon sconto o delle offerte speciali, ad esempio), ma potete anche spammare e pensare di sfruttare l’articolo per posizionare un sito (nel qual caso dovrete seguire le indicazioni del vostro SEO di riferimento). In genere, comunque, le regole da seguire in ambito copy SEO non bastano, da sole: dipende anche da come avete scritto l’articolo, e l’unico modo per imparare a farlo è quello di sperimentare, nel tempo, anche da soli su progetti personali (ad esempio).

Quello che leggerete qui è frutto di esperienza decennale, ma contraddice molto quanto è stato scritto in questi anni sui vari blog e forum. Questo lo faccio non per spirito di contraddizione (che non servirebbe a nessuno), ma solo perchè sono convinto che queste regole siano usate male, per cui – a parte elencarle, che l’hanno fatto un po’ tutti – cercherò di guidarvi in modo critico ad un uso consapevole delle regole.

Il tutto in base ad un’idea che mi guida fermamente nel mio lavoro quotidiano: il copywriting SEO è un’attività molto sottovalutata, si tende a dargli un’importanza sproporzionata e, di fatto, le regole vanno considerate soprattutto una sorta di “indicazioni di massima (e non di codice della strada, come molti ostinatamente pensano). Per cui sentitevi liberi di trasgredire le regole che vi sembrano troppo rigide, e cercate di far capire ai clienti (ed ai vostri capi, in generale) che non è sempre necessario adeguarsi al 100%, soprattutto se farlo mina alla qualità dell’articolo stesso. Ovviamente le regole più o meno imprescindibili sono sottolineate, e sono quelle che in genere garantiscono un buon testo in grado di posizionarsi bene sul web.

Per maggiori informazioni a riguardo, se vi va, leggete pure come scrivere un buon guest post.

Partite da una parola chiave (ad esempio X) sulla quale dovrete scrivere un articolo. Bene: le regole “non scritte” per fare un buon copywriting (a parte farsi un bel corso ad hoc) lato SEO sono, in genere, quelle che seguono.

  1. Check del title: tendenzialmente inserite la parola chiave nel titolo dell’articolo. Attenzione che tendenzialmente non vuol dire sempre: se è necessario che l’articolo sia tematizzato, si può tranquillamente farlo anche mediante sinonimi o addirittura senza far apparire la parola chiave. Bisogna essere bravi copy per farlo, ma in certi casi si possono posizionare articoli anche senza far apparire la parola chiave nel title. La regola generale, comunque, sfruttata anche dall’assistente editoriale di SEOZoom (ad esempio), è quella di far apparire la parola chiave nel title. In genere Google mostra nei risultati fino a 10-12 parole, per cui non è necessario adeguarsi al limite di 60 o 80 caratteri (vedi qui). Per cui in genere sono OK i titoli con massimo 12 parole, salvo eccezioni da valutare caso per caso.
  2. Check della meta-description: stesso discorso del title, anche qui dovrebbe apparire la parola chiave da posizionare. Ovviamente la regola è questa, ed il buon copy (specie se principiante) farebbe bene a seguirla: ricordatevi comunque che il fatto di seguire una regola non garantisce nulla, in termini di posizionamento, e anzi potrebbe essere penalizzante.
  3. Se possibile, dividete il testo in paragrafi (è molto più leggibile), evitate di usare “a capo” a casaccio (l’effetto del testo sarà orribile, tra l’altro); è più un fatto di estetica che altro, ma serve anche a rendere professionale l’aspetto dell’articolo redatto, che altrimenti sembrerà semplicemente fatto con i piedi.
  4. Lasciate perdere qualsiasi pretesa di ottimizzazione sui tag di enfatizzazione come <strong>, <em>, <i> o <b>: usateli, semmai, per rendere più leggibile l’aspetto dell’articolo e basta, senza pensare di “ottimizzare” nulla facendone uso.
  5. Se possibile, usate in modo gerarchico i tag di heading (H1, H2, ecc.) ricordandovi che il W3C consiglia di utilizzare il tag H1 solo una volta e gli H2, H3, … innestandoli nel modo corretto. Quindi la regola vera da seguire – perchè lo vieta il W3C, non Google! – è quella di evitare di ripetere il tag <h1>, e di usare <h2>, <h3>, .. per i sottoparagrafi come fosse un libro, in sostanza.
  6. Se inserite un’immagine nell’articolo, cercate di fare in modo che A) il nome del file immagine B) l’attributo alt contengano (almeno uno dei due, secondo alcuni entrambi) o la parola chiave (caso ottimale) oppure, in ogni caso, una descrizione coerente di quell’immagine. Ottimizzare l’immagine per i motori, di base, passa per questa semplice considerazione e regoletta da applicare. In molti casi, comunque, ci sono articoli ben scritti che si posizionano comunque anche senza seguire questa regola.
  7. Date la giusta importanza al link esterno dentro l’articolo, che in genere ci dovrebbe essere sempre: è lì che volete portare il lettore, visto che non state scrivendo per un contest di scrittura creativa ed il testo, da solo, non serve a molto. Qui avete ampia possibilità di scelta, anche se di solito sono i SEO a decidere dove e come distribuire i link. Potete scegliere, a seconda dei casi, di linkare un sito esterno (per esempio quello del cliente, la sua home o la sua pagina prodotto/i) con attributo nofollow (se il link è spudoratamente commerciale, in genere) o dofollow, utilizzando una parola chiave come anchor text (caso tipico per posizionare il sito destinazione per quella chiave, ma a forte rischio penalizzazione da Google) oppure sfruttando una chiave anonima (caso molto più sicuro) oppure il nome del sito (caso ancora più safe ed al riparo da penalizzazioni). Un’ulteriore buona regola, del resto, è quella di non esagerare con i link in uscita: questo sia perchè troppi link in uscita da un articolo non hanno molto senso lato SEO, sia perchè dal punto di vista della UX creano troppe potenziali scelte tra cui l’utente, alla fine, potrebbe scoraggiarsi ed abbandonare la lettura o non fare clic su nessuna.
  8. Fate attenzione alle sovraottimizzazioni, cioè evitate di applicare troppo alla lettera le indicazioni: se dovete scegliere tra un testo fluido e leggibile e l’applicazione forzosa di una delle regole qui indicate, favorite sempre la prima. I testi sovraottimizzati non sono buoni, senza eccezioni: sono quei testi in cui la parola chiave X si ripete Y volte, ribadendo più volte il concetto X perchè X è il miglior X mai visto sul mercato X. Insomma, avete capito 🙂
  9. Lasciate perdere qualsiasi sega mentale sulla lunghezza minima o massima dell’articolo (ad esempio: articoli di 300 parole “perchè si posiziona meglio”), visto che non è vero e queste regole non riguardano la SEO ma, al massimo, la linea editoriale del sito per cui scrivere oppure il committente e le sue esigenze. Non sempre gli articoli divulgativi devono essere brevi e non per forza i tutorial devono essere lunghi 3000 parole, insomma: evitate di scrivere articolo troppo corti, comunque, perchè danno un’idea dilettantistica della vostra attività, a meno che ovviamente non vi sia richiesto così nello specifico.
  10. Lasciate perdere qualsiasi sega mentale sulla keyword density, che non è una metrica SEO (l’ho scritto varie volte nel blog) e non ha senso considerarla come un parametro da ottimizzare. Non fosse altro che, per chi scrive, doversi calcolare il numero di volte in cui una chiave compare nel testo rischia solo di peggiorare la qualità dell’articolo e la sua leggibilità/comprensibilità. Del resto, se bastasse ripetere una parola chiave tot volte per fare un buon lavoro sarebbe fin troppo semplice. L’unica keyword density che potrebbe, al limite, avere senso è binaria, vale 0 oppure 1: se ottimizzate per X, fate in modo che X compaia almeno una volta nell’articolo, nel title o nella meta-description.
  11. Last but not least: occhio alla grammatica. Siete copy, prima che SEO, per cui fateci caso e rispettate correttamente le regole dell’italiano. Altrimenti al posto vostro potrebbe davvero starci chiunque, incluso un generatore di testi casuale oppure miocuggino (TM) che è bravissimo col computer.

So bene che molte di queste regole sono difficili da esprimere e da far passare, specialmente quando si lavora con persone che vivono di preconcetti (e questo succede, soprattutto, per i clienti che leggono i blog SEO dandogli un credito che, in effetti, non hanno, e anche per i SEO che vengono dal mondo della programmazione, da cui ereditano una comprensione errata del contesto e tendono a considerare Google un enorme database MySQL – esagero, ma è per rendere l’idea). Per cui se all’inizio incontrerete resistente o occhi spalancati, non vi scoraggiate: la nostra missione è quella di soddisfare i clienti, non di applicare regolette giusto per tenerli buoni. O no 🙂 ?

In definitiva: scrivere bene e fare un buon lavoro in ambito copy per la SEO, ricordate sempre, non è un concetto astratto: si scrive bene sempre rispetto al target di riferimento – vale a dire, un conto è scrivere testi per una casa editrice, decisamente un altro è farlo per un casinò online.

L’idea che i SEO debbano scrivere male o seguire regolette del cavolo perchè altrimenti “non sembra SEO” è un’idea, in genere, davvero pessima. A proposito:

Gni-gni-gni, ma cosa vuol dire, ma come l’ha scritto questo articolo, io sapevo diversamente, per me hai torto, per me capolooper.it racconta cazzate, credo che abbia il numero di telefono di Google e gombloddi con lui, ah perchè lui non spamma pure come tutti gli altri, ma figurati cosa deve capire capolooper.it di copy SEO, che io la faccio benissimo anche da solo.

Ecco, me lo sono scritto da solo così evitate di slogarvi le dita o di rovinarvi la giornata. Cheers!

10 discussioni inutili in ambito SEO

Sulla falsariga degli ultimi post, provo a proporvi la lista delle discussioni più inutili che ho sentito fino ad oggi in ambito SEO (di recente, almeno: che se dovessi elencarle tutte non basterebbe un libro).

La formula del successo

Forse è la più bella delle discussioni inutili, e per questo la riporto per prima: a suo modo possiede un sapore quasi metafisico, che rimanda ad infiniti rimandi ricorsivi e vagamente supercazzola; sì ma cosa intendi per successo? Sì, dipende! Eh signora mia, ma io non ho alcun segreto. OK, ma la ricetta segreta qual’è? Dai, diccela, abbiamo fretta di tornare a casa! La ricerca della formula assoluta per il successo, come fare a diventare ricchi, famosi, seduttori, abili affabulatori o spietati markettari, attanaglia da sempre le menti degli ingenui, che resteranno convinti per molto tempo che si tratti di trucchetti, che i consulenti più esperti stiano nascondendo IL SEGRETO FINALE PER FARE I SOLDI CON L’INTERNET SENZA CODICI STRANI E COSE TECNICHE CHE NON SI CAPISCONO. Balle: qualsiasi discussione su come avere successo andrebbe bandita, come qualsiasi altra che voglia parlare di come ballare di architettura.

In altri termini, se vi state chiedendo come fare ad avere successo col vostro sito, non avete idea di quello che state dicendo, e dovreste forse chiarirvi un po’ le idee sul punto di partenza della vostra attività, studiarci un po’ e poi, in caso, provare a pensarci meglio.

Magari un giorno molti abbandoneranno tutto, travolti dalla loro stessa vanità, o magari si renderanno conto che anche sul web è solo il lavoro mirato ed organizzato che paga.

Il  PA / DA / … è basso!!1!

Una discussione inutile nasce spesso dal valore di PA / DA rilevato per un sito: ovvio che ha la sua importanza, ma non può determinare da solo le nostre strategie, ci vuole sempre un “occhio” clinico che non tutti hanno e che solo l’esperienza affina. Ho conosciuto gente che mi ha bloccato su Facebook per avergli proposto un guest post da un sito a basso PA per 50 euro; secondo loro era caro, e mi sono beccato anche insulti per questo. Questa stessa gente, paradossalmente (beata ignoranza) non farebbe una grinza se gli proponessi un sito con una qualsiasi metrica altissima, anche se magari gonfiata apposta per speculare sul mercato, perchè purtroppo ancora non è passata l’idea della pertinenza che qualsiasi attività SEO dovrebbe prevedere. Molto meglio rintontirsi, evidentemente e fare discussioni da “The Wolf of Wall Street” su dei numerini, anche se poi scopri (come mi è capitato) che ci sono siti che vendono link con PA 35 che non portano neanche una visita dopo molti mesi. Contenti voi, contenti tutti: per me quelle 50 euro erano anche poche, perchè era un link permanente da sito con attività di link building in corso e traffico reale. Chi invece vende link con PA / DA in bella mostra tende spesso a gonfiare il prezzo, facendoci credere chissà cosa.

In generale, non basatevi solo sulle metriche SEO per acquistare link, ma valutate anche il contesto ed una piccola domanda fatevela: come mai nelle trattative di vendita link quasi nessuno espone mai i dati Google Analytics con gli accessi al sito?

Comprare link è il male

Questa mitologia nasce da considerazioni suggerite da Google: non bisogna comprare link per gonfiarsi da soli il ranking del sito, scrivono. In realtà se il vostro sito è di qualità (ed è un pre-requisito fondamentale) comprare link per sbaragliare la concorrenza è non solo importante, ma anche necessario. Ovviamente l’eccesso sarà punito, ma l’attività di link building è di per sè rischiosa quindi fate pace con questo concetto una volta per sempre.

Mandare lo stesso comunicato stampa a 999 siti diversi è fare SEO

Molte agenzie mandano comunicati stampa in copia-incolla e pensano che basti infilare un link al proprio sito nel testo per fare SEO: in realtà le anchor text andrebbero differenziate, perchè siano davvero efficaci, e comunque il testo ricopiato più volte pone un problema di duplicati potenzialmente penalizzante.

Siccome chi fa queste attività è spesso uno stagista sprovveduto, o una persona con poche o nessuna competenza in ambito SEO, la frittata è fatta. Non è link building efficace, questa tecnica.

Le penalizzazioni sono tutte uguali

In realtà si parla di penalizzazioni a sproposito, molto spesso: non esistono penalizzazioni rilevabili con certezza, se non quelle notificate da Google (link in ingresso, link in uscita, sito affetto da malware e così via). Panda, Penguin e compagnia, invece, sono penalizzazioni algoritmiche che possono essere rilevate mediante appositi tool (quasi sempre a pagamento) ma sono e restano comunque stime con una certa probabilità di errore (non sappiamo nulla sui criteri usati per rilevarle, per cui per me la probabilità che sbaglino è mediamente alta). Attenzione quindi alle penalità, e ricordatevi un semplice concetto: il fatto che pensiate di meritare la prima pagina, o che siate state fino ad oggi in prima pagina, non significa che ci possiate rimanere per sempre o solo perchè siete convinti di meritarlo.

La link building non va bene

Specialmente dopo aver visto un preventivo, si tende a discutere a vuoto o polemizzare sul prezzo, quando invece la link building è un’attività costosa per sua natura: è come un’attività editoriale per avvantaggiare il vostro sito sfruttando i meccanismi di “visibilità” insiti nel web. Per cui pagatela come si deve senza troppe storie: i vantaggi si vedranno col tempo.

Chiedere pubblicità ad altri siti

Altra discussione inutile che non porta alcun valore aggiunto: se andate da un vostro concorrente e chiedete loro “pubblicità” per il vostro sito (ovvero link), otterrete due risposte possibili, quasi sempre:

  1. sarete mandati a quel paese;
  2. vi chiederanno una cifra spropositata per quel link.

La strategia, ancora una volta, è sbagliata: l’idea stessa di chiedere pubblicità al vostro sito è sballata. Il web è un luogo di scambio tra siti “pari”, più che altro, per cui è molto meglio orientare la ricerca su siti piccoli che non hanno il vostro stesso modello di business: se vi rivolgete a chi fa le stesse cose, otterrete solo pernacchie come risposte.

Pensare che la SEO garantisca la prima posizione

Le garanzie non sono incluse in nessuna attività di marketing: il più delle volte quello che facciamo equivale ad un catalizzatore, cioè un qualcosa in grado di potenziare ed accelerare l’esistente. Se avete un modello di business solido, la SEO andrà a nozze, ma se il vostro sito ha carenze di altro genere, non sa vendere, si presenta male o possiede rimbalzo inadeguato allo scopo delle pagine, sarà tutto più complicato. prima di dire a casaccio che la SEO è morta (la SEO è immortale, non preoccupatevi troppo), tuttavia, fatevi un bell’esame di coscienza per capire se il feeling del vostro sito è adeguato al tipo di pubblico: sia come contenuti (sono originali? no? meglio scriverne di originali) che come grafica (è usabile? si vede bene su qualsiasi dispositivo?).

Contare il numero di backlink acquisiti

Un’altra tipica ossessione da principianti: quanti backlink ci vogliono per potenziare il vostro sito? In genere meglio pochi ma buoni, secondo la mia esperienza. Ma ci sono profili di link che potrebbero tranquillamente smentire questa cosa. In genere più ne avete meglio è, ma è anche opportuno garantire un livello minimo di qualità alle attività, sennò è inutile.

Farsi prendere a male per i link nofollow

Altra tipica discussione inutile: i link nofollow, come disse un mio ex cliente romano, “nun servono a gnente“. In realtà, come provai a spiegare all’illustre erede artistico di Proietti, qualsiasi profilo di link efficace, anche per non sembrare “dopato” dall’ossessione di falsificare i ranking, deve avere sia link nofollow che dofollow, e nulla esclude che non si possa fare link building efficace anche con link nofollow, specie se portano molto traffico su quel link. Chiaro che la priorità devono essere i link ordinari senza nofollow, perchè comunque la maggioranza dei profili di link funzionanti lato SEO mostra questa tendenza, ma è solo una tendenza e le statistiche, spesso, ingannano anche i più esperti. Meglio un link nofollow di qualità che un dofollow scadente, dico sempre (so che molti colleghi stimati non sono d’accordo su questo, ma sarebbe bello se ne facessero una ragione 🙂 ).

Il lavoro distribuito nel tempo, in questi casi, è l’unico parametro valido che possa dare una risposta.

Perchè Google non si fida del tuo sito

Quando si lancia un nuovo sito sul web e ci si aspetta di posizionarsi subito su Google o Bing, la delusione potrebbe essere dietro l’angolo. Quello che succede, infatti, è sotto gli occhi di chiunque ci provi: è molto difficile riuscire a posizionarsi immediatamente, e anche per noi “addetti ai lavori” spesso tocca aspettare un po’. Ma per quale motivo avviene questo?

Perchè i nuovi domini difficilmente riescono a posizionarsi subito? Questo, in prima istanza, sembra essere vero se trattano temi con molta concorrenza, come ad esempio un sito dedicato ai confronti tra offerte di settore, oppure temi in cui ci sia un forte commercial intent, come un sito di e-commerce, un blog sulla finanza, un forum dedicato agli investimenti e così via. Del resto, si tratta di una misura anti-spam che impedisce correttamente (almeno nelle intenzioni) ai broker di domini internet di mettersi in concorrenza indebita con competitor consolidati, cercando di restituire risultati coerenti e interessanti a chi cerca.

In genere l’atteggiamento dei motori di ricerca nei confronti dei siti web aperti da poco è un mix di indifferenza e diffidenza: del resto, per Google è facile rilevare la data di apertura di un dominio, per cui un fattore che andrà certamente a considerare è l’età del dominio. Età del dominio che è considerato un fattore SEO da sempre rilevante, e per cui vale una sorta di regola (che si applica anche al vino): più un dominio invecchia, in generale, più diventa “pregiato”. Il senso di questa prima parte del discorso, pertanto, è che un dominio aperto da pochi giorni ha poche (o nessuna) opportunità di posizionarsi subito sui motori, mentre effettuando più rinnovi negli anni le possibilità aumentano.

Questa cosa a molti miei clienti non piace e crea malumori fin dall’inizio, cosa che purtroppo è impossibile da accelerare – a meno che uno, per intenderci, non abbia una grande quantità di contenuti realmente utili o un’idea imprenditoriale davvero valida e agevole da promuovere via Google (non via web o social in generale: non tutto quello che gira sul web, infatti, è adatto alla promozione sui motori di ricerca). In altri termini, è anche l’utilità del sito ad avere la sua importanza indiretta lato SEO, ed è chiaro che se volete posizionarvi con il solito sito vetrina (accezione orribile e mediamente inutile di portale, ma tant’è) oppure il blog in cui pubblicate annunci Adsense senza badare ai contenuti originali, avrete poche possibilità di successo.

Sono tantissimi, pertanto, i fattori che tendono a “calmierare” il mercato della SEO, e chiaramente questo è un bene anche per evitare che domini appena registrati possano scalzarci senza preavviso. Questo sembra valere, in larga parte, anche per i domini a chiave esatta o EMD (Exact Match Domains), domini che sono molto amati dai SEO perchè effettivamente – per alcune combinazione di parole chiave presenti nel nome, non per tutte – sembrano realizzare meglio il compito di posizionarsi decentemente, spesso senza effettuare attività tradizionali di link building. Questo naturalmente è soltanto un secondo fattore che può giocare a nostro vantaggio quando apriamo un nuovo sito, ricordandoci che 1) il suo commercial intent elevato che 2) la sua data di apertura recente possono essere entrambi fattori a nostro sfavore, almeno nel brevissimo periodo.

Sì, perchè una scelta debole nel breve periodo può essere comunque contro-bilanciata nel medio-lungo periodo, quando il sito si consolida presso gli utenti e le pagine vengono consultate più spesso. Pertanto ci sono anche scelte di nuovi domini che pagano comunque come investimento a lungo termine, per quanto sia necessario chiarire che debba essere attuata una strategia a lungo termine che preveda, ad esempio, un piano di pubblicazione dei contenuti costante nel tempo. Per evitare di subire l’effetto di rallentamento imposto da Google ai domini nuovi, si può pensare di procurarsi e riutilizzare un dominio scaduto (ad esempio dal sito Trovalost.it), per quanto questa tecnica vada utilizzata con molta cautela e facendo le opportune valutazioni – per intenderci, se il dominio acquistato aveva una cattiva fama, spammava o non portava traffico, non è utile prenderlo in considerazione.

Fattori che contribuiscono a posizionare subito un sito, quindi, sono 1) la tecnica EMD 2) l’attuazione di un piano di pubblicazione delle pagine ben definito 3) l’eventuale acquisto di un dominio scaduto di buona qualità (al netto di ulteriori valutazioni sulla possibilità legale di sfruttare determinati nomi protetti da brevetti o copyright). Dall’altra parte, fattori che tendono a frenarci, praticamente tutti gli altri menzionati: intento commerciale, concorrenza, uso di tecniche di spam poco utili agli utenti.

Del resto Google e Bing tendono ad assimilare le modifiche che facciamo ai siti con i loro tempi, per cui non prendetela con troppa fretta: agli addetti ai lavori suggerisco da sempre, del resto, che sarebbe ideale (dopo aver inventato decine di metriche improbabili) introdurne una che tenga conto del “tempo di assorbimento” delle modifiche ad un sito web da parte di Google.