Il keyword stuffing ci ha fregati

ranocchie - questo è l'attributo testo alternativo

In ambito SEO tutti dovremmo conoscere il keyword stuffing ed i problemi che può causare: su tutti, un prolificare di pagine web inutili per gli utenti, difficili da consultare e – nonostante tutto – spesso capaci di primeggiare sui motori di ricerca. Probabilmente è la tecnica (errata) più elementare che si conosca, e sfido qualsiasi SEO a non riconoscere di aver provato, anche solo a livello di test, ad “ottimizzare” una pagina in questo modo balordo. Se questa pratica serve a fare esperienza e ad evidenziare i limiti dei motori di oggi, seppur in misura inferiore rispetto al passato, non può fare parte di alcun tipo di strategia seria.

Sappiamo bene, insomma che una pratica del genere è altamente sconsigliata, e che risulta controproducente e rischia solo di fare del male al nostro sito, danneggiandone la reputazione agli occhi di Google e rischiando penalizzazioni pesanti. La SEO va vista in ottica più ampia, e valutata caso per caso a partire soprattutto dal profilo medio degli utenti attivi (es. disposti a comprare, interessati ad abbonarsi ecc.) che cercheranno il nostro sito.

Volendo vedere la questione da un’ottica leggermente diversa, ci sono molti SEO che tendono a rivalutare impropriamente questa tecnica: mi è capitato più volte di leggere articoli incentrati sulle “tecniche” di scrittura per posizionare un articolo in prima pagina, ad esempio. L’approccio sembra quasi convincente, anche ad uno scettico per natura come il sottoscritto, non fosse altro che era affrontata in maniera concreta & convincente e che spesso, per nicchie particolari, si riesce a posizionare un articolo molto bene (ed altrettanto rapidamente) addirittura senza fare link building (tipicamente, nella mia esperienza, sfruttando domini con alto trust o con uno storico di spessore). Caso specifico, comunque, ma con cui bisogna fare i conti: in questi casi non è affatto raro che l’articolo “ottimizzato” così sia in prima pagina, e presenti una ripetizione sconcertante della stessa parola chiave, evidenziata in bold poi inserita a casaccio nel titolo, ripetuta all’infinito come se i lettori fossero scemi – quando in realtà sarebbe bastata scriverla una volta o due, anche per rispetto alla lingua italiana. Ci si convince facilmente che la causa (falsa causa!) per cui un articolo si posiziona bene su Google sia da attribuirsi spesso, specie nel caso di content marketing improvvisato, al keyword stuffing.

Nel fare questo genere di considerazioni fuori target, insomma, è bene ricordare ancora una volta che correlation does not imply causation: in altri termini, ricordatevi sempre che fattori tipo keyword stuffing noi pensiamo siano irrinunciabili o vitali, ma in realtà non è dimostrabile che abbiano nulla a che fare con la SEO. Questo secondo la logica ingannevole della generalizzazione indebita, o peggio ancora principio della falsa causa: in parole semplici, è fin troppo facile in ambito SEO attribuire a cause ridicole fenomeni – come il posizionamento su Google – su cui nessuno saprà mai davvero nulla. Siamo d’accordo che quegli articoli sono in prima pagina, ma 1) è abbastanza certo che siano bombardati da negative SEO di frustrati vari 2) è altrettanto sicuro che siano segnalati come spam 3) di certo la concorrenza non starà a guardare e le cose è plausibile che cambino nel medio periodo. La realtà delle cose vorrebbe, insomma, più saggiamente considerare una molteplicità di fattori in ballo, che possono andare dalla reputazione del sito che pubblica l’articolo, al numero ed al tipo di citazioni spontanee che è riuscito ad attrarre (autorevolezza), all’età ed allo storico (numero di pagine indicizzate) del dominio, al numero di riferimenti esterni alla pagine e così via. Esiste un contro-test molto facile da effettuare: provare a pubblicare su Storify o siti simili una pagina web con keyword stuffing, e vi renderete conto di quanto sia difficile / impossibile riuscire a posizionarla su una chiave competitiva. Parlo ovviamente di ricerche almeno un minimo competitive, non di quelle che interessano il pub sotto casa con 30 clienti a settimana.

Se è vero che qualche tempo fa il keyword stuffing se non altro si nascondeva ai visitatori via CSS (se non altro, nascondevi la spazzatura sotto lo zerbino), adesso mi pare che questa tendenza sia addirittura scomparsa: la nostra spazzatura ve la mostriamo, è “bella” e ce ne vantiamo pure. In questi casi, si ha più rispetto delle norme fallaci di Google che dei propri clienti/utenti, quando sono questi ultimi che andrebbero più rispettati di tutti.  A certi blogger eccita parecchio, ancora oggi, fare keyword stuffing, e se ne vantano pure.

Più plausibilmente pero’, il loro posizionamento buono deriva da altri fattori che nessuno sta ancora realmente considerando, e che una volta individuati ci permetterebbero davvero di fare la differenza, e fare finalmente concorrenza seria, ai suddetti. Riuscite ad individuare questi fattori? Personalmente sono riuscito a capire quali siano, almeno in parte, solo dopo aver lavorato duramente su un settore specifico (quello degli hosting web) per molti anni, spesso a contatto con la mentalità di queste aziende e cercando di profilare delle personas, cioè dei “profili medi” di chi cerca un servizio di hosting.

Ad esempio:

  1. una pagina ottimizzata dedicata a Mario, un freelance squattrinato che cerca hosting per WP rigorosamente economici;
  2. un’altra pagina incentrata sulle offerte per l’utenza media di Luigi, Gianfranco e Gennaro, il “nocciolo duro” che poi compra la maggioranza delle offerte;
  3. una pagina ulteriore dedicata a Donald, CEO di un’azienda di software alla ricerca di un server dedicato per i servizi che dovranno pubblicare ai propri clienti;
  4. l’idea, insomma, è che dovremmo superare l’idea di keyword stuffing per concentrarci su quella di ottimizzazione del cliente medio, del visitatore occasionale che potrebbe un giorno imbattersi nel nostro sito, e metterlo da subito in condizione di trovare ciò che si aspetta in modo “su misura” per lui;
  5. …e così via, mettendo in coda ad ogni domanda e ad ogni rispettiva personas l’ulteriore richiesta: cosa potrebbero cercare, realisticamente, queste persone?

Partendo da questo è quantomeno più logico costruire pagine web ottimizzate e potenzialmente più facili da ottimizzare, senza contare che poi lo stile (o la tecnica) di scrittura non rispondono a principi assoluti ma rigorosamente relativi: faccio sempre l’esempio, tra colleghi, che se pagine scritte male in italiano insospettiscono e non fidelizzano l’utente che compra gadget tecnologici costosi (e che magari è un nerd della letteratura), probabilmente funzionano benone per promuovere servizi per adulti.

Probabilmente chi si aspettava formule magiche per la SEO rimarrà deluso dalla lettura di questo articolo; ma tutti gli altri, forse, avranno trovato qualche spunto per ragionare di più sulle proprie attività di ottimizzazione.

Linee guida generali per la SEO onpage

Questa nuova guida è stata scritta con l’obiettivo di aiutare chi si occupa di un sito web, almeno a grandi linee, ad ottimizzare i contenuti pubblicati nelle pagine e la struttura del sito in ottica SEO. Cercheremo di procedere per punti e di coprire ogni singolo aspetto, riportando esempi pratici di operatività che utilizzo abitualmente durante le mie consulenze.

L’obiettivo naturalmente è quello di rendere il sito visibile, o più visibile, sui motori di ricerca.

Introduzione

Come sappiamo (?) la Search Engine Optimization (SEO) è l’insieme delle tecniche e delle good practice utili per migliorare un sito web e renderlo facilmente reperibile sui motori. Lo scopo di queste attività, che sono di diverso tipo e modalità, è quello di facilitare gli utenti ed i futuri visitatori del sito a trovare facilmente quello che stavano cercando, ammesso che il sito sia in grado di soddisfare determinati requisiti.

SEO = Risultati organici

Generalmente la SEO si occupa della parte organica dei risultati, cioè quelli che appaiono subito dopo i risultati visibili in molte ricerche come “Annunci” a pagamento. Le due cose sono ben distinte tra di loro, per quanto molti partner di Google giochino a confondere gli utenti sotto questo punto di vista, promettendo “prime posizioni garantite” quando invece, per ovvie ragioni, nella SEO nessuno può nè dovrebbe promettere nulla.

SEO su siti verticali

Partiamo da una considerazione di base: ogni sito, soprattutto se “verticale” (ovvero incentrato su un tema specifico, come ad esempio la finanza online o la fotografia) possiede un potenziale di visibilità che può essere sfruttato, o meno, utilizzando una serie di buone “abitudini” e di piccole e grandi finezze lato tecnico. La SEO cosiddetta on page serve proprio a mettere su le basi perchè questo potenziale sia sfruttabile al 100%, anche se (c’è da dire) non è detto che ciò basti, da solo, per posizionare un sito.

I fattori di ottimizzazione del sito vengono suddivisi in due tipologie:

  • fattori on-page, quindi interni al sito
  • fattori off-page, ovvero esterni al sito

Per la parte di ottimizzazione esterna si può fare riferimento alle tecniche di PR e link building; per quelle interne, invece, basta seguire le indicazioni di questa guida, che sono valide per qualsiasi sito che abbia senso posizionare su Google.

Cosa sono i fattori on-page

I fattori onpage riguardano tutti i singoli aspetti delle pagine web del sito, quindi, ad esempio:

  • i tag title delle pagine;
  • i meta tag description;
  • il file robots.txt
  • l’organizzazione del menù del sito;
  • i link interni tra gli articoli e le pagine;
  • il tipo di contenuti.

Andremo quindi a vedere, nel dettaglio, come ottimizzare ognuno di questi singoli aspetti.

Title della pagina

Quello che diremo per una singola pagina, ovviamente, andrebbe esteso a tutte le pagine potenzialmente interessanti del sito (il bravo SEO deve anche capire quali siano, ovviamente); quindi l’operazione andrebbe ripetuta a partire dalla home e ri-visitando, se necessario, tutte le altre pagine web del sito. Fare il lavoro in parte, del resto, può servire a sperimentare alcune tecniche e vedere quanto e se funzionino – per quanto poi sia l’ottimizzazione nel suo complesso a produrre, nei casi reali, la maggioranza dei risultati positivi di maggiore rilevanza.

Un title si modifica via HTML / FTP (siti statici) o mediante CMS (Joomla!, WordPress ecc.) ed è sempre caratterizzato da un tag di apertura e di chiusura:

<title> … </title>

In genere dovrebbe descrivere in modo semplice, lineare e sintetico quanto esposto nella pagina. Una delle prime regole da utilizzare da qui in poi, del resto, riguarda la scelta delle modalità espressive: come scrivere un buon title? Ogni pagina web fa storia a sè, e non è detto che si riesca al primo tentativo a determinare il miglior title per la SEO. Bisogna provare, non c’è altro modo, e dare una sbirciata a come hanno fatto i nostri competitor per capire se non sia il caso di emularli o di capovolgere la prospettiva.

Per intenderci, se usiamo un gergo troppo tecnico per un title ed il nostro target di utenti è generalista, rischiamo di non essere capiti – e, di conseguenza, ignorati da Google. Utilizzando invece il linguaggio colloquiale, anche i modi di dire (se è il caso!) o comunque la terminologia più simile a quella che usano gli utenti per cercare qualcosa, avremo maggiori possibilità di posizionarci meglio. Uno dei maestri dell’arte del “farsi capire dal pubblico” è Salvatore Aranzulla, che è riuscito da tempo a costruire un business su un target generalista, facendo capire anche ai più newbie come fare cose semplicissime (o un attimo più complesse) lato tecnico-pratico, e posizionandosi in modo mostruosamente efficace, direi, su un sacco di ricerche.

È bene dare un senso strategico a questa attività di editing o re-editing del title fin da subito: bisogna sempre pensare che il sito non è il nostro specchietto per le allodole, ma servirà agli utenti, per cui a volte bisognerà sacrificare il modo in cui scriveremmo un title per noi stessi o per la nostra vanità (“la miglior azienda leader nel settore“…), il tutto in favore di come gli utenti cercano il contenuto di quella pagina (ad esempio, per quanto sia un esempio abusatissimo, usando l’aggettivo “economico” che riflette comunque il punto di vista del consumatore, non certo del proprietario del sito e-commerce). Si tratta di tecniche complesse, in realtà, che solo la pratica può insegnare e far affinare, e che si richiamano ad una specie di reverse engineering di algoritmi di analisi dei dati e di Information Retrieval (recupero dell’informazione).

È in genere sempre consigliabile creare title univoci, pertinenti rispetto al contenuto della pagina ed intuitivi: un titolo dovrebbe essere composto da poche parole o da una frase possibilmente di senso compiuto, evitando che sia troppo breve (a meno che non siate dei poeti ermetici) o inutilmente lunga (perchè Google potrebbe troncarla nei risultati di ricerca).

Bisogna far corrispondere la ricerca per cui bisogna ottimizzare la pagina con il title?

In genere no, anche se molti SEO fanno così in mancanza di altri indizi. Una delle base dell’IR, del resto, è che la corrispondenza delle parole chiave non deve essere per forza esatta: i motori evoluti come Google sono in grado di riconoscere anche corrispondenze parziali, per cui non servirà per forza far corrispondere la ricerca ed infilarla brutalmente nel title. In alcuni casi particolari, a dirla tutta (e rischiando di fare SEO in modo un po’ scorretto), questa pratica potrebbe essere utile – ma solo se il contenuto della pagina stessa è particolarmente pertinente, originale e via dicendo.

Per concludere sui title, vale la pena di proporre altri due approfondimenti a tema: il primo riguarda l’idea di mettere le parole chiave sempre a sinistra nel title (è falso, in genere: se penalizzate la lingua italiana per queste “tecniche” elementari, rischierete semplicemente di non farvi capire da nessuno), il secondo riguarda l’idea di onnipotenza allucinogena da cui molti SEO, ancora oggi, sono stregati: il fatto che il title “decida” come far apparire un risultato di ricerca (falso anch’esso: ne ho parlato qui per esteso). Se è vero che il title in molti casi appare come prima linea cliccabile del risultato dei motori di ricerca, è anche vero che questa regola è smentita da alcuni casi pratici (ad esempio: per Google lo stesso title di pagina web potrebbe apparire in modo leggermente diverso).

Il title, per concludere, deve trovarsi nella sezione <head> della pagina HTML; alcuni theme potrebbero non rispettare questa regola per cui, in questi casi, andrebbero subito corretti. Che io sappia, un title fuori dalla sezione <head> per Google e per i browser è come se non ci fosse.

URL della pagina

L’URL di una pagina corrisponde con il suo indirizzo e serve ad identificarla in modo univoco nel sito (questo perchè non possono esistere due URL uguali con contenuti diversi, ovviamente); di solito di cerca di utilizzare un URL breve – per motivi pratici, essenzialmente – e si può editare liberamente lato CMS con l’editor di permalink di WordPress o Joomla!.

L’esempio di URL per questa pagina, ad esempio, è:

https://www.capolooper.it/linee-guida-seo.html

ed è sia quello che vedete anche nella barra indirizzi del vostro browser che in corrispondenza della seconda riga dei risultati di ricerca. In questo caso ho inserito la parola chiave linee guida SEO che è l’argomento del tutorial ed ovviamente una delle keyword per cui mi piacerebbe posizionarmi o farmi trovare facilmente su Google.

Attenzione che, poi, in molti siti gli URL non sono univoci ed è opportuno che lo siano: in genere, infatti, per Google una stessa pagina potrebbe avere indirizzi diversi, del tipo queste sono le varianti di URL più comuni:
varianti sito stess apagina

Queste quattro sono quelle basi, quindi con HTTPS, senza HTTPS, con WWW davanti e senza WWW davanti. La cosa essenziale è che sia definito un URL finale, quale che sia, che finisca sempre con un codice server 200 e che le versioni alternative puntino a quest’ultima pagina mediante redirect 301. In altri casi la situazione può essere ancora più complessa, ad esempio:

https://sito.com/pagina
sito.com/pagina
https://www.sito.com/pagina/

In questi casi si usano tool di diagnostica come HTTPstatus, e ci si diverte (?) con le configurazioni del sito lato server, htaccess, cPanel e DNS zone.

Meta-description della pagina

Una meta description si modifica via HTML / FTP (siti statici) o mediante CMS (Joomla!, WordPress ecc.) ed è sempre scritta così (anche qui, sezione <head></head> della pagina):

<meta name=”description”> … </meta>

Anche qui valgono le considerazioni fatte per il title: qui in sostanza avrete spazio per spiegare meglio di cosa si occupa ogni pagina, a cosa serve, perchè uno dovrebbe cliccarci nelle ricerche e così via. Si possono inserire keyword per cui ci si vuole posizionare anche qui, ovviamente: ma bisogna sempre stare lontani da forzature del contenuto e da corrispondenze troppo rigide, se non strettamente necessarie.

Nei risultati di ricerca la meta description corrisponde a volte con la terza riga del risultato di ricerca, ma non è detto (neanche qui) che Google non estragga dalla pagina una description diversa, più o meno efficace.

Meta robots

Da non confondersi con il robots.txt, si tratta di meta tag che impongono dei vincoli di scansionabilità alle pagine web; consiglio di non modificarli salvo problemi espliciti.

Per maggiori informazioni leggete la guida dedicata.

Quali pagine bisogna ottimizzare?

URL, title e meta description andrebbero revisionati periodicamente ed eventualmente riscritti per tutte le pagine web del sito, sia con plugin automatici (ove possibile) che mediante revisione puntuale (una pagina alla volta, per capirci).

Un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Le parole chiave (keyword)

Qui entriamo a bomba in un argomento che è difficile da trattare per intero in un singolo tutorial: proviamoci lo stesso. È chiaro che, in prima istanza, le parole chiave per cui vogliamo posizionarci su Google possano inserite nell’URL, nel title, nella meta-description, nel testo della pagina. AL di là del fatto che non serve infilare la keyword sempre e comunque in ogni luogo possibile (anche se l’assistente editoriale di SEOZoom, ad esempio, sembra incoraggiare i copy a farlo: questo, secondo me, è semplicemente sbagliato), la decisione davvero difficile da realizzare è il seguente:

quali parole chiave bisogna usare?

Prima di rispondere a questa domanda, astraiamo il discorso da considerazioni SEO salsicciose (della serie: infiliamo un po’ di tutto nel “budello” del sito, e che dio ce la mandi buona) e cerchiamo di dare un senso al sito: la struttura ed il testo devono riflettere criteri logici ed essere comprensibili, come abbiamo visto.

Per capire quali keyword convenga usare è necessario fare una scrematura all’inizio, della serie:

  • se desidero incrementare il traffico sul sito nel breve periodo, devo puntare parole chiave molto popolari (ad esempio mediante Google Trend), che sono parole tipicamente brevi e generali (ad esempio “SEO“, oppure “bitcoin“);
  • se invece voglio posizionarmi rapidamente, devo puntare la coda lunga (long tail), ovvero le parole chiave più specialistiche per cui, se tutto va bene, dovrebbe esserci meno concorrenza (ad esempio “consulenti SEO val brembana” oppure “sportello bitcoin roma ostiense“)

La buona SEO, pertanto, deriverà da un mix saggio e meditato di queste due cose, in genere (e da una sana botta di culo che, in questi casi, aiuta sempre). Escludete le keyword inutili per il vostro business, e concentratevi su quelle che secondo voi sono più produttive, più cercate o più popolari tra gli utenti.

Il lavoro di identificazione delle keyword più adatte a rappresentare i contenuti di una pagina deve tenere conto, inoltre, di quali sono le parole che meglio potrebbero descrivere le informazioni presenti nel sito, quali sono i rispettivi volumi di ricerca o popolarità, e soprattutto in che modo ciò che mettiamo nel sito viene posizionato da competitor molto forti, da cui provare a prendere esempio in modo creativo e sempre costruttivo.

Alcuni tool per le parole chiave sono lo stesso Google (il suggerimento delle parole mentre si digita è spesso illuminante, per capire su cosa creare la prossima pagina o articolo, ma anche le ricerche correlate lo sono), gli operatori di ricerca di Google, Google Trends, Keywordtool.io, Ubersuggest ed il tool di Google Ads KeywordPlanner (che va inteso nel modo corretto e giusto come spunto lato SEO, perchè riguarda volumi di ricerca a pagamento, non organici).

Contenuto

Qui il discorso diventa ancora più vario, ed è facile sbagliarsi. Sgombriamo come prima cosa il campo da considerazioni inutili, della serie:

  1. non esistono una lunghezza massima o minima per un buon articolo lato SEO: l’ottica è scorretta, ed il massimo numero di battute al più vi potrebbe interessare se scrivete per un quotidiano tradizionale che deve essere impaginato.
  2. non è necessario ripetere sempre la stessa parola chiave più volte, e non è vero che più la ripetete meglio è (keyword stuffing).

Un buon contenuto, in generale, non è neanche detto che debba essere ben scritto in italiano (anche se, ovviamente, scrivere bene in italiano è sempre qualificante agli occhi di chi legge): un buon contenuto è in target con quello che si aspettano gli utenti. È scritto per loro, e solo per loro, ed è uno dei motivi per cui l’auto promozione fine a se stessa, senza strategia, non funziona: un conto è scrivere “siamo i più fighi sul mercato” (alchè l’utente medio direbbe “sì vabbè” e chiuderebbe il vostro sito), decisamente un altro è scrivere “le nostre offerte sono uniche” (e fammi vedere quali sono, va).

Al di là di tutto, per fare buoni contenuti ci vuole un buon copywriter, non c’è altra via, ed è anche importante che sappia scrivere bene su quegli argomenti che ci interessano – e qui spezzo una lancia in favore dei copy assunti nelle aziende, questo perchè se sono all’interno troveranno molto, molto più facilmente le parole da usare di un qualsiasi copy prelevato da MelaScrivi o trovato per strada.

Altra regola base, per quanto spesso non semplicissima o possibile da applicare: aggiornate i contenuti degli articoli, perchè Google considera la data di pubblicazione come fattore di posizionamento (questo in base ad un vecchissimo Google Update andato sotto il nome di Caffeine). Spesso molti contenuti sul web si posizionano male perchè non sono aggiornati, o perchè hanno link scaduti o non funzionanti all’interno.

A livello di leggibilità e buon editing, fate usare i paragrafi ai copy (la maggioranza dei testi redatti sul web sono semplicemente illeggibili), separateli bene da CSS, usate in modo saggio il bold e la formattazione, dividete in testo in sottoparagrafi con appositi tag di heading, se necessario, e ricordatevi che no, il bold non serve ad ottimizzare.

Paginazione contenuti

Ogni pagina web dovrebbe avere un attributo rel=”canonical” per evidenziarne l’URL in modo univoco ed evitare duplicazione di contenuti indicizzati. A livello di paginazione, poi, è opportuno usare gli attributi rel=”next” e rel=”prev” per indicare le pagine precedenti e successive, anche se queste cose tipicamente le devono fare gli sviluppatori dei temi e nel 90% dei casi sono già pronte all’uso.

Ottimizzazione immagini

Il testo apposto sulle immagini non viene letto da Google, punto primo: almeno, non ad oggi. Quindi se create un banner con su scritto “BLOG” non avrete modo di farlo “vedere” a Google. Come fare?

Regola 1: rinominare l’immagine come blog-logo.png, ad esempio

Regola 2: utilizzare l’attributo alt=”Logo del blog” all’interno del tag <img>

Non sempre ha senso ottimizzare le immagini, in genere.

Anchor Text

Le anchor text sono il testo ancora che si accompagna ad un link, che sia esso esterno o interno; parlando di SEO onpage ci riferiremo solo ai link interni in questa sede. Se uso una anchor text:

le nostre offerte

è una anchor text “parlante” Google e gli utenti dovrebbero capire che si tratta di un link con le offerte del mio sito di e-commerce. Se uso un’anchor text anonima del tipo.

clicca qui

non è il massimo dell’usabilità ma non è sbagliato lato SEO (come il 90% dei blog di settore racconta, secondo me sbagliando), anche perchè Google potrebbe dedurre di che si tratta analizzando il testo vicino al link (almeno, dovrebbe essere così secondo un algoritmo base di IR a “corrispondenza parziale”).

Le anchor text per vari tipi vanno distribuite in modo uniforme, logico e coerente nel sito, senza pensare troppo alla SEO e, anche qui, evitando di usare solo ed esclusivamente corrispondenze esatte (rischio sovra-ottimizzazione).

Struttura del sito

La buona struttura del sito aiuta la corretta indicizzazione ed il posizionamento, ma non è una disciplina prettamente SEO: il meglio che possiamo dire, qui, è che la struttura del menù deve essere coerente con le sezioni e sottosezioni del sito, e che è meglio evitare menù con sole parole chiave linkate all’interno e con link esterni senza senso.

La struttura del menu dovrebbe corrispondere alla struttura “ad albero” che caratterizza il sito stesso e lo renda soprattutto facile da consultare.

Duplicazione dei contenuti

È abbastanza importante scansare i contenuti duplicati nel sito, che possono essere volontari (ricopio lo stesso articolo un po’ ovunque nello stesso sito) oppure involontari (il sito è configurato coi piedi, oppure il mio theme è fatto male e Google tende ad indicizzare più volte le stesse pagine o parte delle stesse). Dal punto di vista SEO si intendono come contenuti duplicati contenuti identici tra loro ma associati a URL differenti, come abbiamo visto.

Sitemap

La mappa del sito contiene informazioni utili sul sito stesso e la sua struttura (che in parte potrebbe coincidere con quella impostata nel menù). Si tratta di un file XML che potrete generare dall’esterno (sito statico) oppure dall’interno (CMS) mediante plugin, e che contiene:

  1. data aggiornamento di ogni pagina
  2. priorità di ogni pagina
  3. meta informazioni su ogni pagina e sull’identificazione dell’URL
  4. raggruppamento logico delle pagine (post, categorie, pagine, tag, ecc.)

Sulle sitemap XML consiglio di leggere la guida apposita.

File robots.txt

Sul file robots.txt consiglio di non modificarlo salvo problemi espliciti; per maggiori informazioni leggete anche qui la guida dedicata.

Tempi di caricamento delle pagine

Se un sito è lento a caricare, in genere, è difficile che riesca a posizionarsi bene: su questo argomento c’è tantissimo da dire, e c’è anche da sottolineare che questi interventi richiedano skill avanzate e non sia semplicemente discorso di installare o disinstallare qualche plugin. Va valutata l’infrastruttura dell’hosting (se è un condiviso c’è spesso scarso margine di intervento), quella del sito (PHP troppo vecchio, ad esempio, tende ad essere il 50% più lento dell’ultima versione), quella del coding del sito, dei tempi di TTFB, della latenza del server, degli indici del database MySQL e via dicendo.

Per saperne di più prova a leggere la guida su come rendere più veloce WordPress e farlo caricare più rapidamente.

Non finisce qui…

Ci sarebbe un discorsetto ulteriore da fare su AMP e sui rich snippets, ma per il momento preferisco non mettere troppa carne al fuoco. Anche perchè, di fatto, quello che ho indicato tende ad andare bene per la maggiorparte dei siti web, e dovrebbe bastarvi.

Per maggiori informazioni potete chiedermi una consulenza, se vi va di investirci seriamente.

Come togliere una penalizzazione di Googleit ad un sito

La rimozione delle penalizzazioni di Google è forse uno degli aspetti che preoccupano maggiormente i webmaster, specialmente quelli meno orientati alle problematiche di ottimizzazione.

Di fatto, è bene tenere presente che la rimozione di una penalizzazione – e parlo di quelle notificate esplicitamente da Google, non di quelle presunte più o meno ragionevolmente – passa per una serie di fasi consecutive facilmente inquadrabili in questi termini. Scrivo questo perchè, molto francamente, mi da’ molto fastidio quando un cliente entra nel merito del prezzo che gli ho proposto, magari dicendo in modo subdolo che starei addirittura pagando troppo, ovvero (detta in termini eleganti) svilendo il mio lavoro stesso. Magari con questo articolo, per una volta privo di considerazioni tecnico-strategiche, riusciamo a mettere (almeno un po’) le cose a posto.

Cosa sono le penalizzazioni di Google

In genere si tratta di situazioni in cui Google declassa dai risultati di ricerca una o più pagine web di un sito, perchè sta ravvisando delle scorrettezze – tecniche di spam, ad esempio, ma anche siti web poco sicuri o violati da malware. In questo Google è un giudice abbastanza difficile da mettere in discussione, per cui c’è poco da fare: bisogna adattarsi alle sue regole. Le penalizzazioni possono essere sia manuali (cioè fatte miratamente sul vostro sito, e che vengono notificate nella Search Console se il vostro sito è registrato: esistono circa una decina di penalizzazioni manuali, ad oggi) che algoritmiche (che invece sono provvedimenti generali ad evitare che più di un sito contenga pagine di bassa qualità e finisca in prima pagina. Esistono varie penalizzazioni algoritmiche, di cui Panda e Penguin sono le più note, soprattutto a chi lavora nel content marketing su Google).

I rimedi per le penalizzazioni sono dei più vari, e possono riguardare interventi sul sito, modifiche all’approccio su contenuti, layout, tema e coinvolgimenti degli utenti.

Tipi di penalizzazioni

Noto una certa confusione sul modo di esprimersi da parte dei SEO meno tecnici, per cui mi pare opportuno partire da questo fatto. Sento webmaster parlare di “penalizzazioni” un po’ a casaccio, in molti forum e discussioni live, ma in genere le penalità di Google sono un fatto estramamemente circoscritto, anche se a volte difficile da individuare. è comunque opportuno non partire mai dal presupposto di aver ricevuto una penalizzazione in mancanza di prove concrete dalla Search Console: si rischia di sviare dal problema, senza contare che a volte neanche rispondo alle mail che partono da questo presupposto senza aver ricevuto una notifica ufficiale da Google.

Quando si parla di penalizzazioni, infatti, si possono in genere fare due distinzioni fondamentali:

  1. le penalizzazioni manuali, che sono notificate esplicitamente nella Search Console di Google, e che ricadono solitamente nelle seguenti casistiche tipiche: Sito compromesso, spam generato dagli utenti, host gratuiti contenenti spam, markup contenente spam, Link non naturali che rimandano al tuo sito (link in ingresso penalizzanti), Contenuti scarni o con nessun valore aggiunto, Cloaking, Link non naturali dal tuo sito (link che state dando voi a qualcun altro), Puro spam, Immagini compromesse, Testo nascosto e parole chiave in eccesso (keyword stuffing). Google chiama solitamente queste penalizzazioni “azioni manuali” (fonte).
  2. le penalizzazioni algoritmiche, che invece non vengono notificate in modo esplicito, e per le quali solitamente si sfruttano strumenti esterni che possono aiutare a capire se sia il caso (la certezza non c’è, comunque). Tipici casi di penalizzazioni algoritmiche possono essere, ad esempio:
    1. Google Penguin, che penalizza i siti web che facciano uso di schemi di link vietati;
    2. Google Panda, che penalizza i siti web che contengano thin content, cioè contenuti brevi o scopiazzati (ad esempio al solo scopo di inserire link affiliati o annunci)

Le penalità manuali sono più difficili da evitare a priori, ma sono relativamente più agevoli da risolvere. Quelle algoritmiche sono abbastanza complicate o impossibili da checkare, e generalmente fanno riferimento a bad practices generalizzate sui siti web.

Attenzione al tipo di penalità che ricevete

Se le penalizzazioni di primo tipo sono banali da rilevare (basta verificare nella propria Search Console di non avere avvisi del genere, o di non avere mai ricevuto email), quelle di secondo tipo sono molto più subdole e, in genere, difficili o impossibili da rilevare. Vedo software rilevare penalità come per magia, e colleghi legare con eccessiva sicurezza a Penguin, Panda o altri fenomeni analoghi soprattutto i cali di traffico dei siti, quando in realtà nel caso di penalità algoritmiche non c’è modo di ricondurre con certezza il problema ad una causa specifica.

Ci sarebbe tanto da dire in questo contesto, ma in questa sede basti sapere che:

  1. le penalità algoritmiche da Google Penguin tendono a penalizzare gli schemi di link, che poi nella pratica spesso si riconducano a link building piuttosto grezze, a volte rilevabili ad occhio nudo (se uno ha “l’occhio” allenato, ovviamente 🙂 ); per la cronaca, Penguin colpisce ciclicamente i risultati di ricerca dal 2012 in poi (si contano più o meno 7 aggiornamenti certi ad oggi). Si tratta di una delle penalità più popolari in assoluto, che se da un lato conferma che inserire tanti link in ingresso al proprio sito sia un fattore determinante per il ranking, dall’altro invita indirettamente a fare un po’ di attenzione nel farlo.
  2. le penalità algoritmiche da Google Panda riguardano il fenomeno delle content farm, cioè i siti che riproducono / scopiazzano (spesso via software) contenuti altrui allo scopo ad esempio di trarne vantaggio in termini di inserzioni pubblicitarie; la qualità di questi siti è bassa, l’utilità per gli utenti è spesso prossima allo zero. Il problema principale di questi siti copia è che a volte riescono a posizionarsi meglio degli originali, per quanto il fenomeno mi sembri piuttosto in calo negli ultimi tempi. AI tempi, Google pubblicò un celebre articolo (Indicazioni per la realizzazione di siti di qualità) in cui indicava indirettamente i criteri perchè un sito desse “fiducia” in tal senso: articoli scritti in modo attendibile, scritti da esperti o appassionati del settore, nessuna presenza di duplicati approssimati ( articoli pubblicati in gran numero e con piccole variazioni del testo), affidabilità dei sistemi di pagamento, assenza di errori ortografici grossolani, più altre metriche più difficili da misurare come autorevolezza del sito, affidabilità, invasività degli annunci ed altro ancora.

In genere, poi, ricordatevi che le penalità algoritmiche riguardano ufficialmente percentuali di query molto basse, spesso inferiori all’1% di quelle globali (ovvero non solo di quelle italiane!): questo mi suggerisce, da sempre e fino a prova esplicita contraria, che sia necessaria una enorme cautela nell’addurre cause a fenomeni. Del resto, anche se tutti i siti di un campione sono evidentemente stati colpiti da uno dei suddetti, non è affatto detto che la cosa riguardi anche il nostro sito (anche se, ovviamente, è importante sapere dell’esistenza di questi rischi).

Si noti, per inciso, che la recente casistica delle notifiche ai siti senza HTTPS non sembri ricadere in questo contesto, almeno non ad oggi: per cui non si tratta, in quel caso, di una penalità nel senso qui spiegato.

Come risolvere una penalità algoritmica da Google

Non voglio dire che le penalità algoritmiche siano fuffa, ovviamente, certo è che sono l’aspetto meno misurabile (e per questo, secondo me, meno interessante) in ambito SEO. Nella mia logica SEO mi pare che si debba lavorare di più sugli aspetti obiettivamente imprescindibili di un sito, come usabilità, utilità, originalità del sito e poi di conseguenza si possa evitare di incappare in penalizzazioni algoritmiche. Possono volerci anche anni di duro lavoro, purtroppo, e non c’è modo di evitarlo.

Come risolvere una penalità manuale da Google

Quando si riceve una penalizzazione esplicita da Google (azione manuale) c’è il lavoro più concreto da fare, ovvero:

  1. è necessario anzitutto accedere alla Search Console del sito, per cui dovrete fornire al vostro consulente (o fare voi stessi, in caso) l’accesso alla piattaforma, e prendere nota della notifica esatta che avete ricevuto per il sito critico;
  2. è necessario esportare la lista di link in ingresso al sito, che viene tipicamente importata come file Excel;
  3. a questo punto ci sono due sotto-casi fondamentali: il primo riguarda le penalità da link in ingresso (Link non naturali che rimandano al tuo sito), il secondo quelle da link in uscita (Link non naturali dal tuo sito).
  4. Se avete una penalità a livello di backlink in ingresso significa che è stata fatta una link building troppo spinta, oppure che qualcuno possa avervi fatto penalizzare apposta: difficile dirlo, ma l’aspetto davvero spinoso è legato alla procedura necessaria per uscire dal problema. Si tratta infatti di analizzare uno per uno i backlink in ingresso riportati dalla Search Console, al fine di individuare quelli sospetti o malevoli; la valutazione non è automatizzata, richiede un criterio di massima da seguire ed un certo senso critico. Si crea una bella lista (file di testo o Excel) di backlink sospetti, e poi si può decidere di A) contattare i webmaster e chiedere di rimuovere i link (ed in più metà dei casi non funzionerà, purtroppo) B) inviare un file formattato per il disavow di Google, e “prendere le distanze” da quei link in modo ufficiale (consigliato). Una procedura, quest’ultima, che è anche un po’ di imbarazzante (per alcuni) “ammissione di colpa” – del resto spesso capita di ereditare situazioni critiche su cui non avete responsabilità dirette – ma che mi pare l’unico modo per uscirne indenni. Si dovrà, dopo aver concluso la raccola link sospetti (il che può richiedere, a seconda del volume di dati, da diversi giorni ad un paio di settimane di lavoro), passare a fare una richiesta di riconsiderazione del sito web sempre mediante Search Console (ex Webmaster Tools di Google). Essa andrà formulata in modo opportuno evidenziando, soprattutto, il lavoro che è stato eseguito e la situazione eventualmente ereditata: tanto vale essere molto sinceri nella lettera di accompagnamento, aggiungo sempre. Se la richiesta viene accettata, il lavoro si conclude qui; in caso contrario è necessario ripetere le fasi 3 e 4 finchè non vanno a buon fine. La guida per l’uso dello strumento del disavow tool è questa, comunque.
  5. In caso di penalizzazioni da link in uscita, la procedura è leggermente più agevole: si tratta di individuare i link in uscita dal vostro potenzialmente dannosi (Google non vi dirà, neanche qui, “chi” stia penalizzando e a volte neanche “dove” precisamente), e direi che in questi casi il 90% delle responsabilità ricade sui link sitewide, cioè quelli diffusi su tutte le pagine mediante widget o footer. Se sono nei widget, suggerisco di rimuoverli e basta; se invece sono nei footer, si tratta di modificare il theme via HTML / PHP (la cosa non è per forza banale: in WordPress ad esempio è richiesto di creare il theme child, altrimenti le modifiche si perderanno!) Diversamente, una volta mi è capitato di sfruttare un crawler di pagine open source e di lanciarlo sul sito critico per individuare tutte le occorrenze di pagine compromesse. In genere, quello che va fatto è estrarre dal vostro sito (mediante opportuni software, ma anche manualmente alla peggio) tutti – senza eccezioni ! – i link esterni delle vostre pagine, per poi (anche qui) individuare quelli che siano di natura manipolatoria PageRank e simili; è chiaro che questa è la parte più corposa del lavoro, e richiede una certa esperienza al fine di individuare quello che non va, oltre al tempo materiale di analizzare i dati. Se avete venduto dei link a terzi, per inciso, Google vi sta molto probabilmente invitando a rimuoverli. Nella mia esperienza, rimuovendo questi link dannosi ed inviando la richiesta di riconsiderazione a Google, sarà possibile rientrare alla normalità. Per capirci ancora meglio, i dettagli di un lavoro di questo tipo, da me svolto un po’ di tempo fa, si trovano nell’articolo Escape from Google manual penalties (in inglese). Come avete visto, è un lavoro lungo che richiede tempo e competenza.
  6. Una piccola nota ulteriore: in genere le penalità manuali di Google possono riguardare A) tutto il sito (tipico delle segnalazioni di Sito compromesso) B) solo una parte dello stesso (tipo delle penalizzazioni da link in ingresso / uscita). Non sempre è facile orientarsi a capire “cosa” modificare, per cui in caso di difficoltà tanto vale segnalare tutto o quasi (backlink malevoli in ingresso) o al limite cambiare theme o CMS (le penalità da link in uscita si risolvono spesso, anche se non sempre, facendolo).
  7. Molti colleghi mi hanno fatto notare, in passato, come effettivamente non ci sia “prova” concreta del fatto che la penalizzazione venga rimossa. Questo secondo me è vero in parte, anche perchè se le cose si fanno come si deve Google notifica il rientro alla normalità. Per le penalità algoritmiche, invece, il discorso è completamente diverso ed effettivamente, in quei casi, l’obiezione ha più senso. Tra l’altro, aggiungo, una penalità rimossa oggi non è detto che non possa tornare domani!

Conclusioni

In questi casi, in effetti, se ci tenete al vostro posizionamento su Google e non avete tempo, modo e mezzi per fare il lavoro da soli, è consigliabile rivolgersi ad un consulente esterno che faccia questo lavoro per noi; ovviamente sul prezzo ognuno ha le proprie politiche e di questo, se ci fosse bisogno di dirlo, bisognerebbe avere più rispetto.

Faccio giusto un appunto a chi ha scritto, in passato, articoli sul prezzo più giusto da applicare per una consulenza X, e questo (oltre a sembrarmi una cosa in certi casi poco etica, e più che altro “chiacchiere da bar”) è abbastanza fine a se stessa, fuorviante e – detta in modo brutale – credo non sia utile a nessuno.

Siti di scarsa qualità in prima pagina, come rosicare in modo semplice e veloce

Motivo di angoscia e terrore per moltissimi addetti ai lavori, vedere risultati di ricerca con siti molto vecchi, scadenti e soprattutto irremovibili da anni è una cosa che fa piacere a pochi (se non, forse, ai proprietari di quei siti). Siti con contenuti vecchi, che non prevedono neanche uno straccio di responsiveness eppure sono lì, a farci beffe di noi e delle nostre ottimizzazioni. In molti casi, i siti in questione lasciano tracce di pratiche considerate scorrette come, di solito, keyword stuffing.

Perchè avviene? Evidentemente alcuni “fattori SEO” – come un po’ erroneamente vengono chiamati, ma è per capirci – non sono tarati a dovere, e questo introduce una sorta di bug all’interno del sistema: di solito questi errori vengono risolti nel tempo, ma possono passare molti mesi finchè succederà ed essere Google un sistema in larga parte closed il meglio che possiamo fare è segnalare come spam i siti scorretti. Qualcuno dirà che serve a poco ma io sostengo da sempre che sia meglio che non fare nulla, o tentare improbabili azioni negative SEO contro l’odiato competitor (che potrebbero inaspettatamente ritorcersi contro di voi).

Risposta breve alla domanda “cosa possiamo farci“: quasi nulla, o meglio, è importante che questa cosa non diventi un limite. Se è vero che le SERP di bassa qualità coincidono molto in consulenze a costo superiore alla media (non fosse altro che richiedono un lavoro più scrupoloso, lungo e dettagliato, ed è difficile capire precisamente dove e quando si andrà a parare), è anche vero che in molti casi rendono sconveniente del tutto intervenirci. Ci sono articoli che provano ad identificare le caratteristiche dei siti scadenti che finiscono in prima pagina, che rispondono il più delle volte, in effetti, a specifiche caratteristiche (ad esempi: EMD – Exact Match Domain, oppure sono domini aged di almeno cinque o sei anni), ma questo non dovrebbe trarre in inganno e considerarsi “regola”.

Dal mio punto di vista, se ci si vuole “infilare” in SERP con risultati scadenti, vale in generale il principio most-recent most-relevant, ovvero cercare di sfruttare Caffeine, nella speranza che Google privilegi contenuti più recenti/approfonditi/di maggiore “qualità“, o pertinenza, per le query in questione. Questo pero’ non sempre si può fare, quantomeno nei casi in cui è possibile farlo si prova ad onorare il succitato principio “Searchers want to find the latest relevant content, and publishers expect to be found the instant they publish“, il che si può attuare in una miriade di modi diversi (il più delle volte un dominio molto autoritativo, o magari EMD, può aiutare parecchio).

Google Update: ecco perchè non ti serve aggiornarti compulsivamente

È noto che le principali ossessioni dei SEO siano gli update ed i brevetti di Google; può darsi ne esistano anche altre, ovviamente, ma queste sono andate certamente per la maggiore negli ultimi anni. Oggi parlerò giusto degli update, e metterò nero su bianco (come piccola provocazione, lo ammetto) perchè sia lecito ignorare notizie del genere.

Conoscere gli update di Google come Penguin e Panda è certamente importante: suggeriscono di fatto delle linee guide da seguire per la realizzazione, l’aggiornamento e la politica editoriale del nostro sito. Di fatto, è più utile leggere direttamente le risorse ufficiali di Google sull’argomento, e poi pensare a dare il meglio per i nostri potenziali visitatori col nostro sito.

Ecco spiegato il motivo del titolo dell’articolo, volutamente provocatorio.

Su qualsiasi blog SEO si sparla di questo argomento, gli update di Google, tanto che Moz si è presa la briga di catalogarle tutte (link), e continua a farlo oggi non curante – a mio avviso – di un equivoco di fondo. Non considera, infatti, che del reale funzionamento di Google nessuno sa nulla, e che un numero eccessivo di ipotesi “campate in aria” rischia di trasformarsi in un “credo” fuorviante, che contribuisce a perdere il contatto con la realtà. Per quanto sia sgradevole ammetterlo, la realtà del funzionamento degli algoritmi di ranking rimarrà oscura per la stragrande maggioranza degli aspetti, per cui sembra poco logico fidarsi di opinioni altrui, specie se di “terza mano“. Smettere di fare X solo perchè X è stato demonizzato da un comunicato o da un algoritmo di Google è controproducente: semmai, ha più senso provare a farlo per capire fino a che punto possiamo spingerci.

La manìa di indagare e chiacchierare dei Google update è tipicamente americana, e fa riferimento ad un mercato di ricerca (quello anglofono) che in Italia – leggasi: per chi fa SEO sul mercato italiano – ci interessa relativamente (eufemismo per nun ce ne po’ fregà de meno), visto che si tratta di un modo di vivere il web, di cercare informazioni e di comprare prodotti diverso o più “avanti” del nostro, da sempre.

Per cui:

  1. Sapere che oggi è uscito l’aggiornamento Google Pigeon o Google Panda 4.2 ci interessa poco, anche perchè non possiamo sapere se quell’aggiornamento ci riguardi davvero o no. Spesso, infatti, il fattore di influenza di ogni update è di qualche punto percentuale sulle query MONDIALI, per cui la probabilità che tocchi giusto le “nostre” query è piuttosto bassa.
  2. Gli aggiornamenti che ci riguardano sul serio, del resto, li conosciamo bene: sono le penalizzazioni, e ci vengono notificate direttamente da Google.
  3. Seguire ossessivamente la sequela di Google update rischia di diventare un capriccio, un modo per fuorviare l’attenzione da ciò che conta realmente (stabilire ciò che conta davvero, per inciso, realizza la differenza tra un SEO mediocre ed uno bravo). Le ennesime “regole” che gli aggiornamenti impongono (non abusare dei link interni ed esterni, non fare keyword stuffing ecc.) sono quasi sempre espressione di semplici regole generali, che si ripropongono ciclicamente. Tanto vale seguirle comunque, no?
  4. Seguire le indicazioni di articoli non ufficiali sull’argomento spersonalizza il nostro lavoro, e ci rende follower inconsapevoli di quei marketer che – pubblicando illazioni arbitrarie – costruiscono la propria fama sulla nostra “pelle”.
  5. Seguire le indicazioni dei comunicati sui nuovi update per stilare strategie SEO è sconsigliabile addirittura se la fonte è Google: molti Google update, di fatto, sembrano creati ad hoc per rivolgere l’attenzione su un aspetto. Ma solo tu, da consulente SEO, puoi sapere cosa sia meglio per il sito del cliente! Adagiarsi su comunicati aziendali, per quanto autorevoli possano sembrare, serve solo a condizionare il mercato: si vedano, ad esempio, gli effetti devastanti del comunicato di Google sull’uso di HTTPS come fattore di ranking, tanto esasperato che addirittura dei siti di article marketing ne hanno fatto uso (tecnologicamente, in questo caso, non serve a nulla), abbagliati da vantaggi illogici (un conto è modificare un title, mentre HTTPS cosa dovrebbe cambiarmi?), e sull’onda qualunquista del “non si sa mai, io lo faccio“. Chi stabilisce se usare HTTPS dovrebbe essere il sistemista o il webmaster, sulla base di considerazioni di riservatezza e sicurezza del sito, non certo il SEO con cui HTTPS c’entra come i cavoli a merenda. L’unico attore che ci ha guadagnato davvero qualcosa, in quel caso, è stato chi vendeva certificati SSL, che ha goduto dell’enorme pubblicità che Google gli ha fatto.

Per la cronaca le notifiche dei Google update sono pubblicati (anche se non sempre) sul Google Webmaster Blog.

Fare SEO per siti di e-commerce

La SEO sui siti di e-commerce – clicca qui per saperne di più sulla SEO – è probabilmente la migliore, se possiamo dire così, sia a scopo didattico (per imparare questo mestiere) che puramente remunerativo (per via del modello di mercato intrinsecamente redditizio, il più delle volte): se un sito riesce a convertire di più grazie ai motori di ricerca, infatti, gli effetti saranno visibili anche per chi non fosse esperto di web analytics, e questo darà un livello di credibilità ad un’attività come l’ottimizzazione per i motori, spesso ingrata, difficile da trasferire e mal pagata.

Quali sono, anzitutto, i fattori più importanti per promuovere un e-commerce lato SEO?

Ogni consulente decide in modo autonomo come ottimizzare questo aspetto, per il quale non esiste una regola generale o sempre valida o tantomeno a “botta sicura”: il modo migliore, comunque, consiste molto spesso nel fare la scelta più ragionevole per gli utenti e cercare di evitare ridondanze e ripetizioni dei termini.

  1. Il contesto, gli obiettivi. La prima cosa da tenere conto quando si fa SEO sui siti di e-commerce è l’obiettivo: se puntiamo alle conversioni, come è quasi sempre scontato fare, oppure se stiamo semplicemente lavorando sull’incremento del numero di visualizzazioni del nostro sito di ecommerce. Banale scriverlo, molto meno banale ragionarci: ma da questo dipenderà il taglio delle nostre scelte successive, per cui ragioniamoci in modo opportuno.
  2. La coda lunga.  Ormai chiunque prova a vendere prodotti online, il mercato sui motori di ricerca si è molto aperto e, nonostante la supremazia indiscussa di Ebay ed Amazon, non ci sono dubbi che la SEO giochi un ruolo determinante, soprattutto per quel tipo di prodotti o servizi che sui grossi portali siano difficili da trovare, troppo costosi o irreperibili per altre ragioni. Un buon modo per sbloccare il traffico, almeno all’inizio, è quello di trovare i giusti settori o nicchie di mercato su cui operare, e cercare di valorizzarle per avviare le attività. In questo contesto, operativamente  si tratta di indagare sulle parole chiave della coda lunga: elencarle, scremarle, stabilire delle strategie editoriali su di esse e così via. Non è complicato determinare le ricerche di questo tipo, all’atto pratico, in quanto: sono tipicamente più lunghe della media, composte da almeno 2 o 3 parole (esempio: hosting molto economici), tendono ad occupare piccoli settori, piccole fette di mercato di ricerca (certamente meno dei corrispondenti termini base da cui sono tratti, hosting nel caso precedente), tendono ad avere poca o nessuna concorrenza, per quanto non si tratti di una regola sempre valida. Cercare un po’ di termini di questo tipo serve a generare la lista dei termini chive che, di fatto, andranno ad essere ragionevolmente distribuiti sulla pagina, senza forzature ma in modo estremamente naturale, ovvero su:URL delle pagine, link di orientamento e navigazione (categorie, tag), titolo, sottotitolo e descrizione della pagina, descrizione del prodotto, soprattutto title e meta description, tag immagini e/o attributo alt.
  3. Link interni e sitemap. In questo caso si tratta di un controllo minimale: si cerca di fare in modo che i prodotti siano tutti ben collegati tra loro (almeno un link in ingresso per ogni prodotto o categoria), per il resto sottoponiamo la sitemap alla Search Console (sia di Bing che di Google) ed attendiamo qualche giorno che i dati del sito vengano rilevati. Effettuando una ricerca tipo site:nomedelvostroecommerce.com dovremmo riuscire a vedere tutte le pagine del nostro sito, requisito basilare perchè siano indicizzate, cioè ricercabili. Se non lo fossero, cerchiamo di lavorare sui link esterni (aggiungendone), e proviamo a reindicizzare il sito mediante gli appositi tool e procedure.
  4. Verifichiamo che l’ecommerce funzioni. La procedura di ottimizzazione lato SEO di un e-commerce non può non passare, almeno una volta, per un rapido check del carrello: sembra una cosa che non c’entra nulla, o addirittura banale, ma la user experience ne può (e ne deve) uscire rafforzata poichè questo, in termini SEO, fa la differenza. Gli utenti riescono ad acquistare facilmente da mobile e da desktop? Un caso invalidante tipico che ho riscontrato, ad esempio, riguarda la presenza di un form con inserimento dati obbligatori che funziona male ed impedisce di concludere l’acquisto. Questo ovviamente influenza molto il numero di conversioni che il sito fa, e spesso in pochi ci pensano. In caso di difficoltà dovremo rivolgerci ad un webmaster di fiducia.
  5. Cerchiamo di acquisire link esterni. Sono fondamentali per il successo del nostro e-commerce, ma sono anche i più complessi da ottenere in questo ambito. Al contrario dei blog che sono linkabili molto più facilmente, ricevere link su un sito commerciale non è banale e deve esserci 1) il giusto contesto (un forum permissivo, ad esempio) 2) una buona ragione per farlo. Il fatto che si tratti di un sito di natura commerciale finirà per scoraggiare molti utenti, anche perchè le politiche di molti siti non sono troppo permissive in tal senso: buone eccezioni se ne trovano se riusciamo ad essere padroni dei nostri mezzi e facendo, come sempre, un po’ di esperienza diretta. Un buon backlink per il sito di e-commerce potrebbe essere, ad esempio, quello di un giornale online molto popolare che parla dei metodi innovativi di vendita del nostro sito: ciò che è diverso e devìa dalla norma, di solito, attira link spontaneamente nel tempo. Anche stabilire partnership con aziende e blogger, di fatto, possiede un ruolo determinante in ciò.

A livello pratico, poi, le attività SEO su siti di e-commerce sono scomponibili in due macro-attività:

  1. ottimizzazione on page, cioè sulle pagine interne, agendo sul CMS;
  2. ottimizzazione off page, ovvero tutte le attività di link buiding, buzzing, segnalazioni, partnership e via dicendo.

La suddivisione è del tutto orientativa, visto che tante attività “strategiche” del settore andrebbero prima di tutto pianificate; resta utile pensarla in questi termini visto che, alla prova dei fatti, la prima è tipicamente lunga e “compilativa” mentre la seconda è, se possibile, ancor più a medio-lungo termine.

Per capire bene di cosa stiamo parlando consideriamo un e-commerce in Prestashop, diffusissimo CMS per i negozi online. I margini di ottimizzazione on page su Prestashop sono buoni, senza dubbio, tanto che si possono settare nel dettaglio title e meta-description di ogni categoria, pagina statica e pagina prodotto (e anche campi praticamente inutili come le meta keyword). Se lo scopo principale della SEO è quello di aumentare le visite sulle pagine che convertono di più, diventa necessario, in molti casi, ottimizzare prima le pagina più visitate, o quelle che ci interessa di più far convertire, e subito dopo (ammesso che il budget lo permetta) tutte le altre.

A livello di ottimizzazione onpage, quindi, si tratta di un lavoro ben codificato, declinabile in vario modo e più che altro “lungo e faticoso”: per certi versi, analogo a quando dobbiamo togliere una penalizzazione da un sito, insomma. Sappiamo cosa fare, è un processo lungo e l’esito dovrà essere verificato eventualmente con “try & test” successivi, fino al raggiungimento dell’obiettivo. Da non dimenticare la generazione di contenuti utili, tutorial e FAQ del settore, perchè aiutano sempre a calamitare l’interesse delle persone verso il nostro ecommerce. Ciò che diventa complicato sugli e-commerce è legato invece al secondo punto, l’ottimizzazione SEO off page: come facciamo a prendere backlink per migliorare il posizionamento di un negozio online?

I backlink spontanei verso i siti di e-commerce sono naturali nella misura in cui gli utenti trovano una buona ragione per farlo: ecco perchè i coupon e gli sconti funzionano bene a livello di link bait, e sono una delle strategie più spontanee per fare link building in modo sensato. Sconsigliato, o comunque poco professionale in questo caso, ricorrere al grezzo comment marketing linkando un sito di e-commerce: si capisce subito che lo stiamo facendo per incrementare la visibilità del sito, ed anche il webmaster più ingenuo capirà le nostre intenzioni, e finirà per togliere il link.

Le directory aziendali, invece, per quanto siano usate piuttosto male (quasi in tutti i casi si fa keyword stuffing) e spesso non permettano backlink se non a pagamento, funzionano discretamente bene a livello SEO, e tra queste segnalerei hotfrog.it, diffusa in tutte le lingue e piuttosto utile, secondo me. Se avete un’attività ben codificata in un settore commerciale, inoltre, potete segnalare il vostro sito a DMOZ, con tutte le riserve del caso ed essendo disposti ad aspettare un po’ per l’eventuale approvazione.

Guida SEO 2019, semplice & pratica

Leggi questa guida e scoprirai tutto quello che bisogna sapere per fare SEO in autonomia, passo-passo.

Che cos’è la SEO?

Secondo la definizione ufficiale fornita da Google (una fonte che oserei definire autorevole):

SEO è l’acronimo di “Search Engine Optimization” o “search engine optimizer“, ovvero Ottimizzazione per i motori di ricerca. La decisione di avvalersi di un SEO è una decisione importante che può potenzialmente migliorare il tuo sito e consentirti di risparmiare tempo, ma può anche rischiare di danneggiare il tuo sito e la tua reputazione.

Questa è una delle definizioni più incisive ed efficaci che ci possano essere;la SEO ha degli aspetti benefici per la visibilità ed i riscontri del sito web per cui viene realizzata, ma bisogna saper lavorare per vederne qualcuno. Chi lavora male, tipicamente, viene ignorato da Google o addirittura penalizzato per pratiche scorrette (spam, keyword stuffing, ecc.)

In genere, poi, aggiungerei che le attività SEO vanno sempre finalizzate ad un obiettivo. Nulla è peggio di una SEO generica, senza obiettivi specifici o “come viene, viene“. Questo è uno dei primi punti che mandano in crisi molti potenziali clienti: mal’obiettivo non è arrivare in prima pagina? Certo, ma bisogna anche mettersi d’accordo su quali ricerche investiamo tempo e denaro, o meglio quale tipologia o gruppo di ricerche (visto che raramente si riesce a lavorare su chiavi di ricerca specifiche).

Quali sono gli obiettivi della SEO?

Arrivare nelle prime pagine dei risultati di ricerca è un qualcosa a cui la SEO tende con decisione, e questa cosa ovviamente non è mai cambiata negli anni. Ma non è soltanto questo: una buona SEO deve saper portare traffico qualificato al tuo sito, cioè visitatori che siano davvero interessati a quello che offri col tuo sito, e che possano aiutarti a vendere, convertire, aumentare i click, aumentare l’interesse nel sito e creare una campagna di web marketing interest based (basata sugli interessi dei visitatori). I motori di ricerca, in questo, saranno il mezzo utilizzato per portare i visitatori, ed il traffico sarà denominato traffico organico, nello specifico. Il traffico organico (SEO) non deve essere confuso con quello a pagamento (ad esempio generato con annunci di Google Adwords), e che viene identificato nell’immagine successiva come SEM. In genere, poi, i risultati SEM compaiono a destra e in alto nei risultati delle ricerche, mentre quelli organici o naturali compaiono nello spazio rimanente. A seconda delle ricerche effettuate, possono avere più o meno importanza gli annunci SEM o i risultati di ricerca SEO.

Quanto tempo ci vuole a fare SEO?

Quando si inizia a dedicarsi SEO, una delle domande più frequenti è legata al sapere quanto durerà: ok, facciamola, ma quanto tempo ci vorrà? La fretta, in questi casi, è cattiva consigliera: non fosse altro che si tratta di un lavoro i cui benefici, se ben realizzato, si concretizzano soltanto nel lungo periodo.

Sebbene poi esista, e possa servire, un approccio SEO “sporco e cattivo”, il più delle volte degenera in tecniche black-hat, che rimangono sempre (sempre!) sconsigliabili e di cui, per brevità, non parleremo in questa sede.

Se volete una risposta secca, generalmente una consulenza SEO minima dura almeno 6 mesi, salvo casi particolari e sulla media dei blog e dei siti web su cui ho lavorato in questi anni. Il tempo di realizzazione della consulenza, poi, in modo da vederne gli effetti nel concreto tende ad allungarsi per una serie di ragioni:

  • tempi di “assorbimento” delle modifiche da parte dei motori di ricerca (vedi sezione successiva);
  • tempo di approvazione dei backlink, che non è detto compaiano (ed abbiano effetto) in tempi brevissimi;
  • tempo di ricerca delle fonti: chi fa SEO a livello di link building, deve considerare il tempo necessario a procacciare link di qualità, ammesso che sia possibile, valutarne costi e benefici e così via;
  • brainstorming;
  • fase generale di try & test: si prova a fare delle modifiche e a valutarne gli effetti sulla base di vari tool o parametri;
  • fase di valutazione dei risultati.

Fermo restando quanto scritto, ed il fatto che raramente prima di 6 mesi vedrete dei risultati concreti (questo soprattutto se non avete mai fatto SEO prima d’ora), un lavoro SEO rapido potrebbe operare sull’incremento del volume di traffico sul sito, cioè portare più visitatori attivi ed interessati agli argomenti del sito possibili.

Come funzionano i motori di ricerca

Si parlava poco fa dei tempi di “assorbimento” da parte dei motori di ricerca, che sono dei software molto complessi, che si possono schematizzare in vari modi abbastanza difficili da comprendere se non si è del settore. Uno dei più semplici è senza dubbio il seguente, che schematizza in alto delle risorse (tutte le pagine web mondiali, ad esempio), poi dei dispositivi intermedi che raccolgono e gestiscono risorse (tra cui il crawler, che è incaricato di scansionare le pagine), poi il motore di ricerca (Ask, Google, Bing, …) che riceve delle “domande” (query o ricerche) e restituisce all’utente delle risposte (response), ovvero dei risultati.

Nel gergo della SEO i risultati di ricerca vengono indicati come SERP, ovvero Search Engine Result Pages.

Pre-requisiti

Generalmente i siti web realizzati a regola d’arte sono più agevolati al fine di attività SEO; per quello che ci interessa, le cose più importanti sono che:

  1. tutte le pagine del sito funzionino correttamente;
  2. tutte le pagine del sito carichino in tempi accettabili;
  3. tutte le pagine siano collegate in modo coerente.

Ovviamente possono esistere una miriade di casi intermedi, che vanno affrontati in modo individuale mediante consulenze.

SERP, e quali opportunità offrono

I risultati di ricerca o Search Engine Result Pages. sono le pagine che vengono restuite da Google o Bing, e che contengono i risultati pertinenti con la ricerca effettuata. Ad esempio se cercassimo “hotel Milano” troveremmo una stragrande maggioranza di hotel della zona, poi siti per cercare hotel, siti ufficiali di alberghi e così via. Il concetto di pertinenza e di rilevanza sono fondamentali per le attività SEO, e molti SEO anche esperti tendono a non averla troppo chiara: sono concetti di Information Retrieval che indicano, rispettivamente, l’attinenza oggettiva di una pagina web rispetto ad una ricerca (pertinenza) e quella soggettiva o relativa per l’utente (rilevanza).

I motori di ricerca puntano a restituire agli utenti risultati che siano un mix di questi due concetti, con gradazioni diverse a seconda dei casi: se cercassimo la data di nascita di Napoleone, una pagina web autorevole con la sua biografia sarebbe una risposta senza dubbio molto pertinente. Se, invece, stessimo cercando hotel economici, la pertinenza da sola non basterebbe, e sarebbe necessario utilizzare un concetto relativo ad esempio alla posizione geografica (rilevanza, quindi rispetto alla posizione da cui facciamo la ricerca ad esempio).

Indicizzazione e posizionamento non sono la stessa cosa

In quest’ottica deve essere chiaro fin da subito che un risultato di ricerca può essere presente in Google o Bing senza che compaia in prima pagina: i risultati di ricerca sono soggettivi, infatti, i primi posti sono limitati ed è importante capirlo ed esserne consapevoli. La frustrazione sarà enormemente ridimensionata, e sapremo affrontare il problema nel modo migliore.

Ma se l’indicizzazione rappresenta il fatto che una pagina web sia presente nei risultati di ricerca (in generale, quindi), un buon posizionamento indica che quella pagina non solo è indicizzata, ma è anche presente tra i primi risultati – o tra quelli più pertinenti e/o rilevanti. Quindi i due concetti sono profondamente diversi, anche a livello di difficoltà: chiunque può indicizzare il proprio sito, in pochi riusciranno a posizionarlo.

Keyword research (molto in breve)

Sulla ricerca di parole chiave o keyword research dovremmo spendere molte parole: non lo faremo per brevità, ma cercherò comunque di farvi capire di cosa si tratta. Ammettiamo di avere un sito web che offra consulenze in ambito informatico: offriamo software e hardware per aziende di vari settori, ad esempio Pubbliche Amministrazioni, aziende e così via. La prima domanda che dobbiamo farci è la seguente:

cosa cerca chi desidera i servizi/prodotti che sto offrendo?

Sembra un contorto gioco di parole, ma è una domanda fondamentale: sapreste rispondere? Per evitare di restare troppo sul vago, proviamo quindi a pensare mediante personas, ovvero profili di utenti astratti, ideali, che pero’ corrispondono ad un tipo di potenziale cliente (detto anche prospect) ben preciso.

Poniamo che la nostra azienda di informatica realizzi siti web, e sia specializzata nell’uniformarli al recente GDPR, ovvero la normativa europea che impone ai software in generale di adattarsi ad una serie di regole che rispettino maggiormente la privacy ed i diritti dei consumatori. Un primo profilo che potrebbe arrivare nel nostro sito potrebbe essere il responsabile di una Pubblica Amministrazione, che ha letto qualcosa in merito e gli interesserebbe trovare qualcuno che possa adeguare il sito ufficiale della PA. Cosa cercherà? Questa è la domanda da porsi! Si procede per tentativi, provando ad “immedesimarsi” nel potenziale cliente, quindi ad esempio:

adeguamento siti GDPR

Intendiamoci, è solo un esempio ed è la prima che mi è venuta in mente, probabilmente ne troverete anche altre migliori. Segnatevi le ricerche che vi sembrano plausibili: una volta che ne avrete trovate un buon numero, sarete sulla buona strada per una bella keyword research. Passiamo ad un altro tipo di personas, ovvero i responsabili di un’azienda privata che, anche qui, desidera questa volta creare un sito da zero, per la propria azienda, conforme al GDPR. Cosa cercherà?

creazioni siti conformi GDPR

altro esempio abbastanza simile, peraltro. Anche qui prendiamo nota di tutte le ricerche utili, e poi procediamo con un terzo, quarto, possibilmente quinto tipo di personas. Una volta ultimata la lista di parole chiave, dobbiamo chiederci: le parole chiave che ho elencato, ammesso che siano effettive, trovano una corrispondenza all’interno del mio sito?

Se la risposta è no, dovremo adeguare il sito alla ricerca, quindi ad esempio creare una pagina nel sito della nostra azienda informatica che “risponda” a quella ricerca, come se fosse la risposta di una FAQ, in qualche modo. In questo modo stiamo potenziando la pertinenza della pagina web del nostro sito, aumentando le probabilità di essere trovati e reperibili in prima pagina.

Ovviamente è solo un discorso introduttivo, quello che sto facendo qui, ma serve comunque a far capire ai principianti di cosa stiamo parlando.

Come indicizzare un sito per la prima volta

Quando avete il sito appena aperto, se non avete mai fatto SEO o se comunque avete creato il sito senza occuparvene, è possibile che non siate indicizzati per nulla; in questo caso, ci sono delle procedure standard da seguire. Per saperne di più leggi l’articolo specifico su questo argomento, tutti i modi per indicizzare un sito web.

Se il sito fosse invece già indicizzato ma non porta traffico e/p nessuno lo considera, continua a leggere.

Cosa faccio se c’è troppa concorrenza nel mio settore?

La keyword research risolve un problema che hanno molti siti: suggeriscono cosa fare qualora la loro ricerca preferita sia già “occupata” da altri concorrenti più famosi, più grossi e che magari hanno fatto SEO in passato (e continuano a farne). Cosa fare? Basta modificare le ricerche, spesso anche leggermente, e cercare di “entrare in SERP” creando pagine pertinenti alle nuove ricerche seguendo i criteri indicati (in massima parte, pertinenza e/o rilevanza).

Si passa ora a considerare brevemente i principali strumenti utili per fare SEO a livello basico.

sitemap: cos’è e a cosa serve

La sitemap è la mappa del sito: un file in formato XML generato in automatico dal CMS che usate (ad esempio Joomla! o WordPress) che contiene un catalogo di URL delle singole pagine presenti nel sito. Un modo comodo e pratico perchè i motori di ricerca vedano questo file e possano indicizzarne più velocemente contenuti, ma anche “vedere” gli aggiornamenti che fate nel tempo. In genere, una sitemap errata o impostata male potrebbe impedire l’indicizzazione corretta del sito.

Per WordPress si usano plugin come Google XML Sitemap per generare in automatico la sitemap, che è opportuno registrare nella Search Console di Google.

robots.txt

Si tratta di un file generato manualmente o dal CMS che usate, e che contiene indicazioni specifiche / direttive per i motori di ricerca (per i crawler, precisamente) che specificano cosa scaricare e cosa ignorare, dove trovare la sitemap e così via. In genere, un robots.txt impostato male potrebbe impedire l’indicizzazione corretta del sito.

Per saperne di più leggi l’articolo specifico su questo argomento, tutti i modi per indicizzare un sito web.

Fattori di posizionamento (ranking) SEO

Sui fattori di posizionamento ci sarebbe tanto da dire: in realtà sono solo una narrazione efficace, molto concisa (quanto imprecisa) per spiegare alle persone cosa fare per migliorare il posizionamento del proprio sito. Nella realtà, i fattori di ranking non sembrano esistere: parlarne mi pare pertanto un errore logico (non sono “manopole” che regolano il posizionamento a piacere… purtroppo), di concetto (sono aleatorie, nel senso che non valgono per tutte le pagine, non danno certezza di essere efficaci e, soprattutto, possono avere efficacia non dimostrabile o incidentale).

I fattori di ranking ricadono pure in un noto equivoco statistico, ovvero la confusione tra correlazione e causalità.

Ottimizzazione on-page: i meta tag

I meta tag sono informazioni generate in automatico all’interno delle pagine web, e che i principali CMS come Magento, Prestashop, WordPress e così via generano in automatico. I meta tag più famosi, e certamente da ottimizzare, sono i seguenti:

  • title, cioè il titolo della pagina web;
  • meta description, cioè la descrizione della stessa;
  • meta tag robots, che hanno funzioni in parte analoghe a quelle del file robots.txt, cioè impediscono ad una pagina di essere indicizzata (e permettono, a determinate condizioni, di rimuoverla dai risultati di ricerca)

I tag non elencati (author, meta keyword, ecc.) hanno importanza molto contenuta o nulla, almeno in generale. Esistono anche dei tag particolari per evidenziare prezzi e recensioni di prodotti (detti rich snippets, formalizzati dal sito Schema.org e riconosciuti da Google). In genere eccovi un po’ di regole generali per ottimizzare title e meta description:

  1. inserire sempre un titolo originale, unico (cioè non ripetuto più di una volta all’interno del sito) e pertinente con il contenuto della pagina;
  2. inserire sempre una meta description originale, unica (cioè non ripetuta più di una volta all’interno del sito) e pertinente con il contenuto della pagina;
  3. ricordatevi che alcuni CMS possono modificare i title di default: ad esempio, possono aggiungere il nome del sito in coda;
  4. ricordatevi che Google non è obbligato ad indicizzarvi in SERP con i title e le meta description che inserite, e che ci sono molti altri fattori che determinano come si vedrà quella pagina in SERP (ad esempio, le anchor text esterne)

Ottimizzazione on-page: link interni

In genere l’organizzazione dei link interni serve 1) a garantire la navigabilità del sito e 2) la facilità per l’utente nel raggiungere le varie pagine web. I link interni possono essere utilizzati come “guida” per l’utente allo scopo di suggerirgli il contenuto: ad esempio, potrei linkare un contenuto che contenga una guida per la link building con un’anchor text “parlante”, autoesplicativa per l’utente (e, a quanto pare, anche per i motori di ricerca).

In genere non esistono regole prefissate per ottimizzare i link interni: la cosa migliore è assecondare la logica della UX e di un sito semplice ed intuitivo, e non farsi troppo condizionare da presunte (quanto fallaci) logiche SEO contro la leggibilità e la scorrevolezza del testo.

Ottimizzazione on-page: ottimizzazione di immagini

Prima di procedere all’ottimizzazione delle immagini del tuo sito, prova sempre a chiederti:

ha senso per il tuo sito ottimizzare le immagini?

Se vendi prodotti ed hai una componente visuale molto forte, senza dubbio conviene farlo: tanto più che di recente Google ha modificato radicalemente Google Images, obbligando di fatto i cercatori di immagini ad aprire la pagina web del sito con l’immagine, per vederla. Per voi si traduce in una visita, e comunque devi valutare se il gioco valga la candela (ad esempio: può darsi semplicemente che uno si scarichi la tua immagine e se ne vada senza leggere i contenuti della pagina stessa).

In genere le immagini si ottimizzano inserendo un testo descrittivo nell’attributo alt.

Non farti confondere da: tag di enfatizzazione, headings

Quando formatti il testo di un articolo, specie se fai copywriting SEO, ricordati che:

  1. i tag di enfatizzazione <em>, <strong>, <b>, <i> non faranno di te un SEO: non sono ottimizzazioni vere e proprie, ma servono soprattutto a migliorare la leggibilità del testo. Interpretarli in altro modo è semplicemente sbagliato: se bastasse usare bene questi tag, in effetti, chiunque potrebbe posizionarsi in prima pagina soltanto formattando bene un articolo (e sappiamo che non è così).
  2. non ripetere le keyword all’infinito, anche se hai letto che questo significa fare SEO: semmai, questo significa cadere in un comportamento fuori da ogni logica, visto che i motori non sono ingenui e non si limitano a contare quante volte una keyword venga ripetuta;
  3. prediligi sempre un linguaggio consono al tipo di pubblico a cui ti rivolgi: un conto è scrivere un testo per un sexy shop, altro linguaggio sarà richiesto da un sito della PA.

Dulcis in fundo: ricordati che se il fatto di aver trovato pagine web in prima posizione su Google (o magari in posizione zero) che apparentemente rispondano al caso 1 o 2, non è detto che sia dipeso da quello. Infatti:

  • la modifica in questione potrebbe essere incidentale;  potrebbe essere, anche qui, un caso di correlazione, cioè due misure che hanno lo stesso andamento senza influenzarsi tra loro
  • non ci sarebbe comunque modo di provare che la tecnica abbia funzionato o meno;
  • il sito in prima pagina potrebbe essere stato influenzato da fattori esterni (link building);
  • la modifica potrebbe essere stata successiva al posizionamento, ad esempio (e molti lo fanno) per mandare fuori strada i concorrenti.

Ottimizzazione off-page: la link building

In genere la link building serve 1) a garantire autorevolezza ad un sito (ad esempio se venite linkati da Wikipedia come fonte) e 2) aumentare la probabilità per l’utente nel raggiungere le pagine del vostro sito da altri siti web esterni. I link esterni possono essere utilizzati come “guida” per l’utente allo scopo di suggerirgli il contenuto: ad esempio, potrei linkare un contenuto che contenga una guida per la link building con un’anchor text “parlante”, autoesplicativa per l’utente (e, a quanto pare, anche per i motori di ricerca).

In genere non esistono regole prefissate per la link building: un criterio plausibile rimane quello di sfruttare sempre backlink di qualità, e farsi linkare in modo utile e produttivo.

Influiscono sui link prodotti dalla link building, tra l’altro: l’anzianità dei siti linkanti, il tipo interazioni sulla SERP dei siti linkanti, la reputazione dei siti linkanti, l’uso di EMD (Exact Match Domain), il tipo, la qualità ed il numero di contenuti.

Non farti confondere da: keyword density

Cavolate: non credere ad una parola di chi ti parla di keyword density. Non è una metrica SEO: è una metrica di Information Retrieval molto vecchia, scopiazzata da un vecchio articolo accademico degli anni 70.

Per saperne di più leggi la keyword density manda fuori strada.

Redirect 301

Il redirect 301 serve a far puntare un URL (o un gruppo di URL) verso una nuova destinazione, in modo trasparente sia per utenti che per motori. Il redirect 301 ha natura permanente, a differenza del 302 che invece è solo temporaneo (ad esempio un redirect 302 ad una pagina di “lavori in corso”).

Utilizzare correttamente il 301 è utile per l’ottimizzazione di link sia interna che esterna, ed è uno degli strumenti più avanzati per i SEO al fine di incrementare la visibilità del sito su cui lavorano.

FAQ: le 18 domande più frequenti poste dai clienti in ambito SEO

Di seguito riporto le domande più comuni sulla SEO e su alcuni aspetti particolari di Google. Dopo 10 anni di consulenze, queste sono le domande, i dubbi e le perplessità che mi hanno proposto clienti vecchi e nuovi.

Che significa fare SEO?

Significa ottimizzare un sito per i motori di ricerca, quindi Google (e se capita anche Bing e gli altri): l’obiettivo primario è quello di trovare traffico qualificato al nostro sito, dove qualificato implica da subito priorità alla qualità (e non troppo alla quantità). Ad oggi è una delle attività basilari per chi faccia affari con il web, a cominciare dal content marketing a finire alla vendita di prodotti e servizi.

Quali libri posso leggere per imparare meglio l’argomento?

Quelli che ho consigliato qui. Ovviamente alla teoria, in questi casi, è sempre indispensabile aggiungere una buona dose di pratica, e affiancarvi un bel po’ di buonsenso.

Il PageRank è importante per la SEO?

No. Qualsiasi domanda inerente il PageRank o PR di Google dovrebbe ricevere questa risposta: no, non è costruttivo considerarlo in un’attività SEO seria, per quanto sia stato un indice fondamentale in passato (e per quanto ancora oggi ci si ostini ad utilizzarlo). Lo ha chiarito un post del 2011 (non esattamente l’altro ieri, insomma) dal blog ufficiale di Google, dal titolo “Beyond PageRank: Graduating to actionable metrics” (fonte), che scrive testualmente:

the Webmaster Central team has been telling webmasters for years that they shouldn’t focus so much on PageRank as a metric for representing the success of one’s website

Il fatto che sia l’indice più famoso di Google non vuol dire, in altri termini, che sia il più utile alle attività SEO: la link building basata solo sul PR è un’attività compulsiva che tende, peraltro, a far perdere di vista molti altri aspetti fondamentali per siti web di qualità. Ovvio che poi si può tenerlo in considerazione, ma basare un’attività SEO solo sul PageRank ha senso quanto valutare la velocità di un’auto in base al suo colore. Misurarlo in modo compulsivo è un modo riduttivo, oltre che molto fuorviante, di fare questa attività (si veda anche questo articolo del TagliaBlog).

OK la SEO, ma noi dobbiamo scrivere bene in italiano: siamo una casa editrice

Obiezione corretta, in questo caso specifico (una nota casa editrice italiana che, durante una mia consulenza SEO, giustamente non gradiva il keyword stuffing): avevano, ed hanno ragione. Non esiste un vero e proprio stile di “scrittura SEO”, per quanto l’equilibrio vero consista nel saper distribuire le parole chiave nelle pagine del sito senza snaturarlo, renderlo illegibile o peggio ancora ridicolo. Il SEO copywriting ovviamente ha un senso ed una legittimità, ma mettersi a scrivere male o per i motori di ricerca è ridicolo: sono gli utenti che producono lead, conversioni, click e vendite, ed è per loro che bisogna scrivere.

Ovviamente queste considerazioni smettono di valere per i settore più borderline, o se il budget o la strategia permette ed è tollerante sui rischi (nel caso specifico da me citato, non lo erano).

Cosa si fa per fare SEO?

Tantissime cose (e dipende sempre dal settore: siti diversi hanno necessità diverse), ma essenzialmente 1) ottimizzazione on site (link interni, title e meta description, ma anche testi se necessario) e 2) off site (link esterni, cioè farsi linkare da altri siti senza passare per spammoni: forum, guest post, vendita di link, social news, link richiesti via email, Wikipedia, …).

L’abilità del SEO, in fondo, è quella di riuscire ad effettuare queste attività senza perdere la propria dignità 😀

Devo mettere le meta-keyword nel mio sito?

No. Il tag meta keyword non viene elencato tra quelli riconosciuti da Google (fonte), e nel webmaster blog ufficiale fin dal 2007 questo particolare elemento viene ufficialmente dichiarato come “ignorato” da Mueller (per la verità non nel post, bensì “sepolto” nei commenti). Preoccuparsi di queste cose oggi significa avere una visione ingenua, fuori bersaglio – o comunque non avere di meglio a che pensare per il bene del proprio sito; ovviamente sarete sempre liberi di spendere il vostro tempo su questa attività, per via dell’incontrastabile fascino delle modifiche “meccaniche” ed intuitive agli elementi del vostro sito.

Meglio pochi backlink ma buoni, o tanti senza badare alla qualità?

L’ideale sono tanti backlink di qualità 😀

In generale non esistono metriche quantitative credibili in tal senso: la mia impressione è che il “pochi ma buoni” funzioni meglio anche nei casi più critici, ma non è possibile provarlo in modo assoluto. In genere visto che non si hanno gli strumenti per misurare la cosa, non avrebbe neanche senso parlare di link building in questi termini.

La SEO è morta?

No. Ciclicamente viene fatta circolare questa idea, che in realtà non è che una tecnica sfruttatissima negli Stati Uniti per acchiappare click degli sprovveduti, da parte di persone con pochi scrupoli che cercano di monetizzare sul nulla. Nell’editoria digitale SEO, ed in particolare su blog e forum, vi è da sempre la tendenza a ipervalutare periodicamente un singolo aspetto, per cui ormai ci sono abituato e neanche ci faccio più caso. Ad esempio: bisogna pensare al PageRank, bisogna inserire le meta keyword, bisogna puntare alla qualità, bisogna calcolare la keyword density, ecc. Queste visioni sono, oltre che semplicistiche, errate perchè parziali, ed hanno l’enorme problema di creare false aspettative nei clienti (che piaccia o meno, ci leggono più spesso di quanto pensiamo).

Per cui no, la SEO non è morta perchè – come suggerisce Giorgio Taverniti “è un modo di vivere il web“. Se poi volete credere che lo sia, fate pure: nell’ambiente, del resto, stiamo già abbastanza stretti 🙂

La SEO garantisce la prima posizione su Google?

No, nè esiste modo di dare una garanzia del genere agli utenti; tuttavia una buona attività SEO potrebbe – con tempi e modi variabili – mettere in condizione il sito di ottimizzare conversioni, visite, iscrizioni ed impatto generale. Ottimizzare un sito, del resto, significa soprattutto metterlo nelle migliori condizioni di rispondere allo scopo per cui è stato realizzato: il buon posizionamento, pertanto, verrà come conseguenza.

Vale la pena di farla?! / Mi sembra tempo perso! / Se non mi garantisci la prima posizione non mi interessa

Dipende. Un’attività SEO non è MAI tempo perso, ovviamente se fatta bene e se ha senso farla sul quel sito (nel 50% dei casi di mia conoscenza, per inciso, non ne ha: a cosa ottimizzo a fare se il proprietario del sito non ha idea di come farci business?) e se viene inquadrata all’interno di uno o più obiettivi da raggiungere, che possono essere quantitativi (arrivare a 100.000 iscritti al mio sito), qualitativi (prendere traffico qualificato), o – molto più brutalmente – legato a esigenze monetarie (vendere tanto). La SEO fallisce, normalmente, anche se viene fatta correttamente, ad esempio se il modello di business del sito è scadente o inesistente, se al consulente non vengono lasciate le mani libere (un caso più comune di quanto non si creda: certi clienti devono fare i conti con se stessi e con i propri ego smisurati, prima che con Google e noi consulenti), se il consulente è in malafede (capita anche questo) o se il business plan del sito non è tenuto nella giusta considerazione.

Molta concorrenza tende ad auto-eliminarsi, ad oggi, proprio in base all’assunto del “cugino dell’amico” che sostiene sia “tempo perso”: buon per noi, anche qui 🙂 .

Qual’è l’elemento “tecnico” che influisce di più sul posizionamento di un sito?

Ci sono due ipotesi plausibili: 1) il numero di rinoceronti che leggono ebook, 2) la distribuzione delle anchor text in ingresso al vostro sito: un parametro difficile da gestire ed altrettanto dispendioso da misurare (e che il webmaster tools non mostra, probabilmente non a caso), e che potete determinare mediante numerosi tool SEO (quasi tutti a pagamento, o in prova gratuita limitata). Il punto cruciale sulla link building da tenere a mente, tuttavia, è che si tratta di un’attività che va effettuata con tempi e modi moderati, che è per sua natura rischiosa e che, entro certi limiti, fa parte del gioco: a maggiori rischi, come in altre attività, possono corrispondere maggiori perdite (o maggiori guadagni).

Attenzione perchè, in ogni caso, la SEO non è solo tecnica applicata, perchè comunque richiede la conoscenza delle dinamiche interne del settore a cui appartiene il sito: per fare un po’ di esempi, per gli ecommerce la link building è spesso proibitiva, per i blog è molto più facile, le pagine divulgative sono facili da linkare mediante Wikipedia, le FAQ ben fatte ricevono spesso link naturali e così via.

Mi ha detto mio cugino” che bisogna fare la link building, è vero?

Viva tuo cugino! Un buon punto di partenza per capirci qualcosa è leggere qui.

Mi ha detto mio cugino” che Google non ama la link building… ma è vero?

Abbasso tuo cugino! In realtà la link building è il web per come lo conosciamo oggi, in qualche modo, per cui nulla di male a farla, se fatta con stile (senza perdere la dignità, come dicevo prima). C’era una risorsa ufficiale che fugava ogni dubbio in merito:

https://sites.google.com/site/webmasterhelpforum/it/it-posts/come-ottenere-link-di-qualita-che-rimandano-al-vostro-sito (copia funzionante del link: qui e qui)

fatta veramente bene, una delle poche guide di Google davvero tecniche ed esplicative. Attualmente non è più online, un vero peccato, anche perchè spiegava bene come fare una buona link building, al di là di quanto si possa demonizzare inutilmente. PS: dì a tuo cugino di uscire un po’, ogni tanto.

Mi ha detto mio cugino” che la link building è superata!

Dubito che potrà mai essere così, anche perchè il link è l’elemento fondante del web e, per quanto sia possibile che un giorno le cose cambino, ad oggi è l’unico modo perchè il web si possa definire tale e possa funzionare così come funziona. Chi scrive certe cose, come dicevo prima, ha capito quanto sia importante l’enfasi nel marketing, e per fare personal branding arriva a sostenere assurdità di ogni genere.

Mi ha detto mio cugino” che la SEO è superata!

Quasi certamente tuo cugino non si occupa di SEO e, se intuisco bene, lo dice perchè sta cercando di venderti una consulenza di altro tipo. Chiunque, ancora oggi scriva o sostenga che la SEO è morta, rientra in una delle seguenti possibilità:

  1. è un bravo marketer, abile nelle provocazioni e nel marketing a basso costo (vedi risposte precedente);
  2. si occupa di un settore in cui la SEO non ha senso (sì, ce ne sono);
  3. fa confusione in buonafede (raro, ma possibile);
  4. è ignorante (nel senso che ignora, ovviamente).

Cosa devo fare se il mio sito è stato penalizzato su Google?

Se la penalizzazione è notificata esplicitamente, devi togliere di mezzo ciò che da’ fastidio a Google (e che dovrebbe notificarti in modo più o meno chiaro: ad esempio, link in uscita a scopo manipolativo, o backlink da fonti scadenti).

Se invece non è notificata esplicitamente, devi controllare che sia davvero una penalizzazione di Google (suggerimento auto-critico: probabilmente non lo è, magari hai solo problemi di contenuti oppure alle persone non importa nulla del tuo sito perchè è noioso, poco utile, poco conveniente o scopiazzato); in caso lo sia, devi provvedere a rimuovere lo spam che ti sta danneggiando.

Quando è preferibile usare i link con attributo nofollow?

Sui link esterni al nostro sito, se sono di natura commerciale: classico esempio di link nofollow sono i link affiliati. In altri casi, lo zelo e la preoccupazione su questo attributo è eccessiva e, spesso, fuori luogo.

Nel dubbio, importare il nofollow di default su tutti i link esterni in uscita dovrebbe mettervi al riparo da eventuali penalizzazioni e/o problemi. Sui link interni (quelli del menù del vostro sito, ad esempio), per inciso, è del tutto irrilevante – ed è praticamente paranoico inserirlo: in teoria, se il sito è nuovo Google potrebbe non vedere nulla del vostro sito!

In una buona link building, per la cronaca, si tende a raggiungere un equilibrio (che non vuol dire per forza 50 e 50, anzi) di distribuzione tra link nofollow e link privi di nofollow (detto spesso dofollow).

Cosa devo fare se Google notifica che il mio sito è stato compromesso?

Devi restare calmo e seguire le istruzioni a questo link.

Ottimizzare il tuo sito On-Page in 10 passi: migliora il posizionamento!

In questo articolo parliamo di come ottimizzare il tuo sito On-Page o un post nel caso di un blog. Parlare di ottimizzazione SEO significa considerare due fattori fondamentali:

  1. l’ottimizzazione on-page (SEO sulla pagina)
  2. l’ottimizzazione off-page (SEO esterna alla pagina).

In questo spazio ti indico come svolgere l’attività di ottimizzazione interna sulle tue pagine (on- page) in 10 passi per migliorare il posizionamento del tuo sito sui motori di ricerca.

Questo discorso è valido anche nel caso volessi creare un blog in WordPress, che deve essere considerato come la naturale evoluzione di un sito web statico. La differenza tra un blog e un sito, è davvero minima considerando le esigenze di chi si appresta ad imporre la sua presenza sul web.

Premesso questo, colgo l’occasione per ringraziare Salvatore Capolupo che mi ha concesso la possibilità di scrivere sul suo sito e di potermi presentare.

Mi chiamo Ugo Tridico e sono un esperto WordPress e blogger con competenze SEO, web marketing e design. Ho un blog che gestisco su www.ugotridicoweb.it (di cui sono il webmaster).

Ma passiamo subito all’argomento di questo articolo: come ottimizzare il tuo sito web on-page in 10 facili step.

Dicevamo che la SEO On-page, ottimizza i contenuti di ciascuna pagina del sito per una parola chiave principale. Quindi vedremo come usare le giuste intestazioni e posizionare in modo efficace le parole chiave (keywords), con particolare attenzione verso i fattori utili a garantire la qualità dei tuoi contenuti.

Direi di iniziare, d’accordo?

Altrimenti rischio di dilungarmi troppo ed io voglio che tu rimanga fino alla fine su questo articolo. Ma da sveglio!

Quando ci apprestiamo a fare SEO On-page, seguiamo un’insieme di pratiche, metodi comprovati, per classificare pagine e post nelle posizioni più alte nelle SERP dei motori di ricerca (tra i risultati naturali).

Perché è necessario ottimizzare il tuo sito On-Page?

Ottimizzare il sito è necessario per ottenere pagine ottimizzate in modo “naturale”, senza snaturare il contenuto che deve restare usabile e chiaro per i lettori.

Ma l’obiettivo finale è strutturare correttamente le pagine stesse per i motori di ricerca (su tutti Google), in modo che possano individuare facilmente la parola chiave di destinazione e portare visitatori mirati al sito web.

Per questo motivo, prima di ogni attività di ottimizzazione, devi disporre di contenuti interessanti per i lettori dove applicare le tecniche SEO più opportune.

Fare SEO On-page equivale a scrivere contenuti interessanti e trasformarli in contenuti di qualità: utili per i lettori e allo stesso tempo graditi ai motori di ricerca che li andranno a “premiare” e quindi posizionare.

Il livello di gradimento di lettori e motori di ricerca andranno, insieme, a stabilire il successo di un contenuto (autorevolezza).

Invece il valore di una pagina (o articolo) lo stabiliscono: l’argomento da trattare e l’abilità (competenza) con la quale è stato scritto il contenuto testuale.

Supponiamo di conoscere già le keywords per le quali posizionare le nostre pagine e di aver già svolto l’attività di ricerca (keyword research), dove potrà esserti di concreto aiuto Salvatore. Quali sono i passi da compiere per eseguire un’attività di ottimizzazione SEO On-page efficace? Di seguito li vediamo insieme.

Tecniche SEO on-Page : i 10 passi per l’ottimizzazione efficace delle pagine del tuo sito

Ecco di seguito i fattori da considerare per ottimizzare il tuo sito efficacemente passo dopo passo.

Scrivi un Titolo di pagina efficace (meta tag title)

Si tratta del titolo HTML ed è il fattore SEO On-page più importante. Rappresenta il primo meta tag, la prima informazione, che gli spider vanno a scansionare per la valutazione finale della pagina.

In più il tag title viene mostrato nelle SERP e nei link condivisi sui social ed influisce in modo decisivo sul posizionamento. Oltretutto è il primo elemento che si espone alla vista (ed alla valutazione iniziale) dei lettori.

Un titolo SEO ottimizzato efficacemente per i motori di ricerca e utile ai lettori, deve rispettare i seguenti punti:

    • contenere al suo interno la parola chiave principale

    • non superare i 65 caratteri circa (oltre i quali Google lo “taglia”)

    • essere diverso per ogni pagina del sito

    • avere la keyword principale posta all’inizio (o in prossimità)

    • non contenere più di una stessa parola chiave, ma keywords secondarie.

  1. Cura il Tag H1

Il tag H1 ha lo scopo di attirare l’attenzione dei lettori. Quindi saper scrivere un titolo ad effetto è uno dei fattori fondamentali da considerare. Bada bene che Tag H1 e Tag title NON sono la stessa cosa, anche se su piattaforma WordPress coincidono.

Ma ci sono stratagemmi sul codice (o plugin) per renderli “indipendenti” e poterli differenziare. La cosa importante è includere la parola chiave all’interno del titolo H1 possibilmente all’inizio e non ripetere la stessa parola chiave al suo interno.

Il meta titolo corrisponde al capitolo di un libro e quindi non dovrebbe esserci più di un H1 per ogni pagina del tuo sito. Almeno che tu non voglia creare un sito di una sola pagina con tutti gli argomenti al suo interno 🙂

  1. Suddividi in paragrafi: h2/h3/h4/h5/h6

Devono essere utilizzati solo se necessari ai fini dell’organizzazione della tua pagina e sempre in ordine gerarchico. Hanno il compito di aiutare gli spider a capire come è organizzato il contenuto e

rendere il testo più leggibile e ordinato.

Ti consiglio di non fare uso di troppi h2 ed h3 perchè Google non li gradisce e rischieresti di essere “sottovalutato” dagli algoritmi di Google.

Nel meta tag h2 ti consiglio di inserire la tua parola chiave di riferimento, ma sempre essere ripetitivi.

  1. Distribuisci le Keywords nel testo

La tua parola chiave principale (di riferimento) andrebbe inserita nelle prime 100-150 nel testo

della pagina. In questo modo si agevola Google a capire subito di cosa stai parlando.

Solitamente, quando possibile, io inserisco la parola chiave principale ad inizio testo perché gli spider dei motori di ricerca, pongono maggiore attenzione proprio alle prime righe.

Nel resto del testo puoi anche ripetere la tua parola chiave di riferimento ma in modo naturale, pertinente, senza “forzature”. Ti consiglio di posizionare la keyword all’inizio o alla fine dei paragrafi.

Se nell’ambito della stesura del testo dovessi aver bisogno di ripeterla ancora, considera l’uso di

sinonimi.

Google, infatti, è in grado di rilevare la pertinenza semantica del testo e considera più autorevoli i testi che fanno uso delle LSI keywords (Latent Semantic Indexing): di parole “differenti” che usate nello stesso contesto, tendono ad avere significati simili.

Non inserire troppe volte la tua keyword all’interno del contenuto per evitare il rischio di incappare nel “keyword stuffing” ed essere penalizzato da Google.

  1. Migliora la Meta Descrizione (tag description)

Non è un fattore di ranking per i motori di ricerca, ma la meta descrizione è quella porzione di testo che salta subito agli occhi nelle SERP grazie al grassetto che ne evidenzia le keyword presenti.

L’obiettivo è ottimizzare la meta descrizione in modo da attirare l’attenzione del lettore a tal punto da portarlo sulla tua pagina: quindi sul tuo sito.

Cerca di non fare un elenco di keyword come se non ci fosse un domani: devi scrivere un testo persuasivo per spingere il lettore a “cliccare”. Quindi inserire la sola parola chiave di riferimento, a corredo dell’intera descrizione, va più che bene!

  1. Ottimizza la URL

Si tratta di un altro fattore determinante per ottimizzare il tuo sito on-page in modo efficace: ha lo scopo di suggerire a Google e agli utenti l’indirizzo delle tue pagine.

La struttura di un URL è un fattore da considerare soprattutto quando si fa uso di WordPress. Infatti questa piattaforma consente di modificarne la struttura del permalink per agevolare il processo di ottimizzazione SEO su WordPress.

  1. Inserisci e ottimizza le Immagini

Le immagini servono ad aggiungere valore ai contenuti testuali. Ma anche per rendere visivamente più interessante le pagine.

Ma tutto ciò a patto che siano anch’esse opportunamente ottimizzate per la SEO, altrimenti faranno tutt’altro che migliorare la tua posizione (sui motori e agli occhi di lettori competenti in materia).

Un’immagine deve essere ben scelta e coerente con l’argomento della pagina. Considera che a volte un’immagine è più efficace di “mille” parole: prova ad immaginare l’effetto che può avere il giusto connubio tra le due forme di contenuto!

Ma per ottimizzare efficacemente l’intero contenuto, anche le immagini devono essere opportunamente ottimizzate.

Quindi dovrai, dove necessario, ridimensionare e comprimere le immagini che avrai bisogno di inserire e adattare alle tue esigenze.

La cosa più importante è la compressione, utile ad “alleggerire” il peso delle immagini in modo da caricarsi più velocemente nelle pagine del sito.

Ma sarà necessario anche scrivere il testo alternativo delle inserendo le keywords a descrizione dell’immagine utilizzata.

Per scegliere immagini da ottimizzare, per i siti che realizzo, solitamente uso risorse libere da copyright e le vado a cercare su siti come Pixabay.

Successivamente le vado a modificare a mio piacimento, creandone di nuove, con i seguenti tools:

    • Photoshop, Canva, Picmonkey (per progettare e ridimensionare).

    • TinyPNG (per comprimere).

  1. Valuta la Lunghezza del testo

Non c’è una regola specifica da seguire circa il numero di parole da usare per il testo di una pagina web. Ma è possibile parlare di lunghezza minima consigliata e lunghezza ideale.

L’importante è non scrivere meno di 350 parole tenendo presente che testi lunghi generano più interesse, più conversioni e posizionamento migliore. Io nelle mie pagine mi attesto sempre sulle 1500-1900 parole.

Ma in definitiva la lunghezza di un post la stabilisce l’argomento che stai trattando: la lunghezza sarà quella necessaria a trattare esaustivamente quell’argomento.

  1. Inserisci Link interni ed Esterni

A questo punto inserisci collegamenti interni ed esterni nel tuo contenuto. Collegare correttamente le tue pagine verso altre risorse del tuo sito è fondamentale per la user experience dei lettori nonchè per la corretta struttura del sito.

Scegli le giuste porzioni di testo (ancore) da trasformare in link per collegare le tue pagine tra loro e puntare verso risorse esterne al tuo sito. Tutto questo fallo sempre in ottica di pertinenza dell’argomento trattato.

  1. Aumenta la Velocità del Sito

La velocità di caricamento delle pagine del sito è un fattore di posizionamento SEO. Per aumentare la velocità del tuo sito puoi:

    • utilizzare un CDN

    • ospitare il tuo sito su un servizio di hosting più veloce

    • considerare l’uso di plugin di cache se usi WordPress.

  1. Aumenta il “tempo di permanenza” sulle tue pagine

Se i lettori raggiungono la tua pagina e l’abbandonano dopo poco tempo è un “segnale” negativo per Google.

Per aumentare il tempo di permanenza dei tuoi lettori devi sapere come scrivere contenuti persuasivi, attraverso lo studio e l’applicazione delle tecniche di copywriting.

Conclusioni. Abbiamo visto come ottimizzare il tuo sito attraverso l’ottimizzazione On-page delle tue pagine. Considera che ottimizzare il tuo sito con successo e migliorare il posizionamento, dipenderà anche da altri aspetti e soprattutto dal completamento con le attività Off-page necessarie.

Cos’è RankBrain

RankBrain è una tecnologia di machine learning (cioè di apprendimento automatizzato da parte di un software) usata da Google dal 2005 ed in grado di ordinare e filtrare, nello specifico, i risultati di ricerca; lo scopo è naturalmente quello di fornire risultati di ricerca che siano più a misura di utente, evitando così pagine costruite esclusivamente per posizionarsi o contenenti keyword stuffing.

I risultati di ricerca validi e “equivalenti” lato posizionamento sono sempre di più: tanti SEO e copywriter lavorano bene nello stesso ambito, e dieci posizioni nella prima pagina (o giù di lì) sono davvero poche per contenerli tutti. Motivo per cui RankBrain fornisce un filtro che opera a valle della prima scrematura dei risultati, in modo da rispondere a determinati requisiti tra cui:

  • grado di “discorsività” della ricerca;
  • presenza di stopword (parole molto comuni, che in genere sono ignorate);
  • connessione tra vari argomenti in base ad un apprendimento precedente (ad esempio: una ricerca su un argomento X collegato da un fatto di cronaca, ad esempio, ad uno Y sul quale esistono già dei risultati validi)

Il funzionamento di RankBrain nello specifico, purtroppo, non è noto: si sa solo che è in grado di funzionare sia su ricerche già “addestrate” che su nuove ricerche – in quest’ultimo caso prova ad indovinare quale siano i risultati migliori da mostrare.